Oblìati alla mia memoria, come i vuoti tumuli s’abbandonano al tempo – racconto di Luca Scala
Redazione2026-04-19T21:48:12+02:00Ti ho cercato lì dove le tombe senza nome riposano in placida aria d’assenza. Ho scosso il mio corpo, cantando e danzando fino a immergermi in quello di un’anatra e di lì ho volato, dal mio dolce mare, la mia reggia sommersa, al tuo cocente giaciglio, sulle colline incendiate dal sole del mezzogiorno. Ho attraversato nugoli di libellule remanti contro il vento, che nel loro moto stazionario s’opponevano al senso d’incedere del mondo. Fisse come gli immortali sugli aspri monti delle direttrici del cosmo, ma fluide come viscose brezze marine al mio tocco; sempre pronte a scansarmi, quasi percepissero questo oscuro desiderio che mai ho smesso di covare. Che avessero intuito, forse, il mio lamento? Che il cicaleggio degli alberi che ho sorvolato, il monotono gracchiare dei corvi, fossero il pianto del dio della montagna? Del Sansin commosso che ha riconosciuto e partecipato al mio dolore? Dubito, poiché non merito compassione. Un tempo, forse, quando ancora ero incerta e dubbiosa e maledicevo me stessa per una colpa ignota che sentivo addosso. Ma non ora.
Ormai conosco questo mondo, l’infelice terra emersa che per prima sperimentai tra le tue braccia d’amante, e che percorro da secoli alla ricerca del tuo sepolcro. Questo mondo alieno e familiare al contempo, specchio del mio regno riflesso al di là del pelo dell’acqua. Ho cambiato molteplici aspetti per attraversarlo e mi chiedo se riusciresti mai a riconoscermi in queste vesti, dolce amore perduto. La mia corona d’oro è ora bianco piumaggio; pallide setole i miei preziosi orecchini; dita palmate del colore del bronzo i miei calzari cerimoniali. Ma la triste verità è che non t’importerebbe neanche. Guarderesti alle mie forme e alle mie vicende col distacco dell’indifferenza e del disamore.
Sono nata nell’oceano e mi dicevano yong, venerabile figlia del Re Drago del Mare; da girin ho corso pianure e vallate portando buoni auspici ai viandanti; da bonghwang ho perlustrato i cieli senza sosta, avvolgendo il mondo in variopinte piume di yin. E ora, da anatra, mi poso su questo vuoto sepolcro. Magra consolazione la tua assenza: non svilirai le mie imprese, non sdorerai il mio fiero aspetto con l’impassibilità della morte.
E neanche lo farò io stessa: un tempo avrei seguito la virtù prescritta, avrei detto di essermi messa in marcia perché questo è il dovere di sposa, sollevare il fardello sulle spalle dell’amato. Comprendere e accettare i motivi di un abbandono, poiché la mente dell’uomo è colma di ragioni e doveri. Avrei allora mutato d’aspetto, entrando in comunione con la roccia e scolpendone un animale protettivo a difesa del tuo tumulo. Questa era la virtù che credevo di dover servire. Ma quel tempo, per fortuna, è lontano alle mie spalle, abbandonato sul percorso come linfa marcia in un ramo morente.
Il piccolo rettile imugi attende paziente centennali tempeste perché la perla spirituale yeouiju cada dal cielo. Quando la scorge, luminosa tra le gravide nubi, mescola il suo corpo flessuoso in spirali serpeggianti che danzano col fulmine e cantano col tuono. Scansano le saette, e vi si avviluppano e ancora le vincono per strappare ai nembi il dono celeste, la perla della saggezza e dei desideri. È una lotta per l’illuminazione, un miracolo della natura naturante che si fa naturata. E così, finalmente, le creaturine superano la soglia e accrescono le loro scaglie, nove volte nove sul dorso a concretizzare lo yang immortale.
Questo è stato il mio percorso: come il serpe imugi muta in drago yong seguendo il flusso della tempesta, parimenti mi sono destreggiata tra tracce e intuizioni alla ricerca dei passi del mio sposo perduto, e nel viaggio ho raggiunto la consapevolezza.
Eccomi infine qui, tra questi tumuli eretti dai grandi dignitari del regno Silla, depredati e profanati dai soldati invasori del Giappone. È tra queste collinette senza nome incorniciate da visitatori che trovo il tuo sepolcro. La reggia eterna che un tempo ospitava le tue ossa, ora cibo per gli occhi d’un curatore museale.
Chissà se rimpiangi, ora, quell’oscuro momento nel quale decidesti di fuggire dal palazzo dei mari, di infrangere la promessa stretta al cospetto di mio padre e della corte. Chissà se ora che le tue spoglie bruciano nel tormento della dissacrazione, maledici le peripezie che un semplice uomo come te dovette affrontare per chiedermi in sposa, dopo aver visto il mio ventre scaglioso riposar sulla battigia. Non è da tutti concupire l’amore d’una principessa del mare, e non da tutti trattenere il fiato così a lungo da incontrare il Re Drago. Ma del resto non mi sarei accontentata d’un uomo qualsiasi, e così fui sorpresa della tua intraprendenza e mossi compassione nel cuore di mio padre, che acconsentì al matrimonio. Quale fu, poi, la cagione del tuo abbandono questo ancora l’ignoro. Nostalgia forse – credevi davvero di poter sfuggire al mare una volta impalmatolo? Ma poco importa. La storia dell’uomo d’onore, di tacita indole che segue senza fallo il suo proprio dovere è vecchia, e nuovi tempi ci attendono gravidi di differenti intricate contraddizioni.
Ci hanno detto che la buona società vive di relazioni, che la figlia è subordinata al padre, il giovane all’anziano e la sposa allo sposo. Ma se ho imparato qualcosa in questa vita di comunioni e mutamenti, è che gli assoluti dei nostri immortali maestri valgono a ben poco dinanzi alla cangiante natura del mondo.
Rivedo i tuoi abbracci e la promessa d’un amore proibito. Ma ora vi si accostano lampi della vita che devi aver vissuto prima e dopo il nostro incontro. Dignitario del regno, se ti hanno lì sepolto tra i grandi. Uomo d’onore e di così grande destino da far impallidire una gracile infatuazione per la principessa del mare. Una storia bruciante, la nostra, che deve essersi ridimensionata a racconto goliardico tra commilitoni, nel tuo grande schema delle cose.
Ora mi fermo, però. Non desidero conoscere altro, né potrei. Ti auguro soltanto l’oblio, poiché nonostante tutto ancora il mio cuore batte per te, e soltanto nella dimenticanza potrò scampare alle tue maliziose ragioni.
Luca Scala
Nota dell’autore:
Il racconto è basato sulla leggenda coreana di un umano che si innamora della figlia del Re Drago del Mare, seguendo un motivo molto diffuso nella tradizione folkloristica asiatica. Le ripetute metamorfosi della protagonista che, nata imugi (sorta di protodrago) raggiunge l’apoteosi in yong (l’analogo coreano del drago) e che si muta in girin (mitologica chimera dall’aspetto equino), poi in bonghwang (uccello leggendario spesso associato alla fenice) e infine in anatra, fanno riferimento al ricco substrato sciamanistico delle religioni autoctone coreane.