Babele – racconto di Graziana Patanè
Redazione2026-05-01T14:51:10+02:00Lo sguardo si rivolse verso il basso: dall’alleanza non scendeva a vedere cosa accadesse sulla terra. Il primo luogo che trovò sotto di sé fu una monotona distesa bianca. Stava per abbandonarla, quando fu attirato da una minuscola chiazza più scura. Seppur da quella distanza, ne riconobbe la tonalità e si avvicinò a quel sangue fresco. Sparsi attorno brandelli di muscoli e carne e grasso. L’orsa affondò la faccia dentro lo stomaco della foca, afferrò un tessuto tra i denti e, puntando le zampe anteriori sul corpo immobile sotto di lei, prese a tirarlo. Lo sbudellamento fece schizzare altro sangue e grasso sulla neve. Lo sguardo osservò l’appagata masticazione dell’orsa, poi, annoiato, si allontanò.
Trovò una foresta e penetrò le chiome compatte fino al tappeto di felci che copriva il terreno. Sbirciò sotto. Un gruppo di formiche cercava di vincere un verme pasciuto. Per liberarsi dalla presa di mille zampette, il verme si arrotolava su se stesso. Poi, con una contrazione improvvisa, si allungava per tornare ad arrotolarsi di nuovo. A poco a poco gli intervalli tra una contrazione e l’altra si fecero più lunghi, finché il verme non restò immobile tra le mandibole delle formiche. Lo sguardo si spostò nuovamente.
Apparve una distesa d’acqua e lo sguardo affondò al suo interno. Riconobbe un polpo mimetizzato tra due rocce. Un pescetto insignificante, di un grigio slavato, si mise a brucare là attorno. Due bracci del polpo calarono rapidi su di lui. Il pesce tentò un guizzo, ma le ventose lo trattennero a sé. Dopo che il polpo ebbe portato il pesce all’interno del suo becco, lo sguardo risalì dal fondo e fu di nuovo fuori. Constatò con soddisfazione che tutto procedeva regolarmente: c’era sempre chi mangiava e chi moriva. Ma dov’era la creatura che, a sua immagine e somiglianza, avrebbe dovuto soggiogare e dominare i pesci del mare e gli uccelli del cielo e ogni essere vivente che strisciava sulla terra? Fino a quel momento non ne aveva trovato traccia.
Lo sguardo sorvolò la costa, passò sopra colline, valli e montagne, fiumi, laghi e deserti, preoccupato che si fossero estinti. Forse aveva esagerato con quella storia del Diluvio? Ne aveva lasciati in vita troppo pochi affinché ripopolassero la terra? Sem, Cam e Iafet, se non ricordava male. Tre, un numero più che sufficiente considerando che Adamo aveva fatto tutto da solo. O era rimasto lontano per troppo tempo ed era accaduto qualcosa?
In prossimità di una pianura nella regione di Sinar i dubbi dello sguardo si dispersero perché su di essa aveva riconosciuto un brulichio di esseri umani. Dovevano essersi ammassati tutti là, motivo per cui non ne aveva trovati altri in giro. Comprese che quella che avevano costruito era una città e si allontanò per misurarla dall’alto. Aveva pianta quadrata ed era ben costruita. Attorno a essa correva un fossato largo e profondo e dopo il fossato si innalzava un muro di cinta. Lo sguardo ne calcolò le dimensioni: era spesso ventisei metri e alto centocinque. Lungo la cinta di mura contò cento porte di bronzo. Vide case fortificate di tre o quattro piani e in mezzo strade e su di esse carrozze trainate da quattro cavalli. Lo sguardo scese al livello del suolo e osservò giardini coltivati. Vide gabbie di colombi e pollai, stalle di pecore e di buoi. Una donna uscì da una casa e si diresse verso un pollaio, afferrò una gallina e le tirò il collo. La prese per le zampe e, portandosi dietro quel collo rotto e penzolante, rientrò nell’abitazione. Lo sguardo si risollevò: a sua immagine gli esseri umani soggiogavano animali e materia e ne fu soddisfatto.
Una costruzione al centro della città attirò la sua attenzione. Comprese che era una torre, ce n’erano altre disseminate per la città, ma le sue dimensioni superavano di gran lunga quelle di tutte le altre torri esistenti. Era alta cinque miglia e mezzo, con dieci miglia di circonferenza, cento cancelli di ottone e quattrocento piani. Sette scale erano state costruite sulla parte orientale. Per mezzo di queste gli esseri umani salivano, discendendo attraverso altre sette scale collocate sul lato opposto. Un pullulare di gente si muoveva ai suoi piedi e sopra di essa.
Lo sguardo si portò al primo piano e partendo da là percorse gli altri trecentonovantanove fino in cima. Trovò una ridondanza di abitazioni e pollai, balconi coltivati e stalle, fucine, bazar e mestieri: una città verticale. Forse che gli esseri umani avessero preso a odiare la terra? Forse che volessero evitarne ogni contatto? O magari sulla terra accadeva qualcosa che lo sguardo non aveva notato e che li stava costringendo a migrare verso l’alto? Quella costruzione nasceva dunque da un pericolo?
Lo sguardo pensò che aveva lasciato trascorrere troppo tempo dal suo ultimo passaggio e che, per il futuro, avrebbe dovuto affidare ai settanta angeli che sedevano attorno al suo trono il compito di informarlo sulle vicende terrestri. Intanto era giunto all’ultimo piano ancora incompleto e qui si fermò. Centinaia di uomini ーa differenza degli altri piani, non c’erano donne su quelloー erano affaccendati con mattoni e bitume, con squadre, cazzuole e livelle alla sua costruzione. E lo sguardo si pose in ascolto. Parlando un’unica lingua gli uomini si rivolgevano sicuri l’un l’altro, privi di incomprensioni. Nessun equivoco rallentava il loro lavoro, nessun malinteso bloccava quell’obiettivo comune. Ma lo sguardo tornò a domandarsi a cosa servisse. Ciò che capì dalle loro parole fu che volevano innalzare quella torre fino al cielo. Lo sguardo vacillò. Tremando si staccò da quel piano per ritornare in alto, oltre le nuvole. Lo cercavano. Gli esseri umani volevano arrivare fino a lui. Perché volevano raggiungerlo? Avevano forse smesso di temerlo? Lo sguardo ebbe paura: se avesse avuto un cuore avrebbe ascoltato dentro di sé il tumulto di mille acque come quelle che scorrendo durante il diluvio avevano trascinato via genti e bestie e piante. Esisteva per lui soltanto una risposta: gli esseri umani cercavano quel contatto per dominarlo e soggiogarlo. La torre era l’inizio della loro opera e, se non li avesse fermati, quanto avevano in progetto di fare non sarebbe risultato loro impossibile.
Allora richiamò a sé i settanta angeli che circondavano il suo trono.
«Discendete sulla terra e confondete le loro lingue» ordinò.
Cominciarono dall’alto, da quel piano ancora in costruzione. Ciascun angelo toccò un uomo e quel tocco lasciò su ciascuno una lingua diversa. Il caos di settanta lingue si diffuse dalla torre fino alla città e con esso l’incomprensione e con l’incomprensione, la rabbia. Se un muratore diceva a un manovale: «Dammi la calce», il manovale gli dava un mattone, e il muratore irato uccideva il manovale.
Sessantanove angeli avevano terminato il loro lavoro. Al settantesimo restava un ultimo cortile. Vi entrò e posò una mano sulla spalla di una donna intenta a immergere una gallina nell’acqua bollente. Mentre la donna cominciava a strappare le piume dall’animale, l’angelo si girò verso un angolo alla ricerca della bambina con cui avrebbe terminato il suo compito. La trovò a scavare a mani nude la terra. Andò da lei e le si inginocchiò di fronte. L’angelo allungò un braccio, ma la bambina si mosse per prendere qualcosa dalla tasca. La mano dell’angelo restò in quel gesto sospeso mentre la bambina tirava fuori una piccola lucertola. Adagiò quel corpo immobile nella conca di terra e prima di coprirla guardò per un attimo davanti a sé. L’angelo risalì al cielo senza sfiorarla.
Molti furono gli omicidi commessi sulla torre e anche al suolo, finché il lavoro andò a rilento e cessò del tutto. In quanto alla torre, una terza parte fu inghiottita dalla terra; il fuoco dal cielo ne distrusse un altro terzo, e l’ultimo rimase fino a oggi ed è ancora tanto alto che dalla sua cima le lontane alture di Gerico appaiono come sciami di locuste, e l’aria troppo sottile alla sua sommità toglie il senno a quanti tentino di scalarla.
Graziana Patanè