Conserva la luce ai miei occhi – racconto di Mattia Azzini
Redazione2026-05-28T11:23:32+02:00Attorno al baule si era formato uno stuolo di spettatori attoniti. La canicola non aveva scoraggiato gli abitanti del villaggio, che fissavano Paco, caduto in ginocchio, con il volto inespressivo. Un’ape gli ronzava attorno al naso, lui non se ne curava affatto. Un corvo spennacchiato osservava dal tetto dell’edificio fatiscente la scena; di quando in quando gracchiava. Il vento torrido muoveva piccoli mulinelli di polvere e portava il rintocco di campane distanti.
Il sacerdote si avvicinò a Paco, poi si girò di scatto verso gli astanti. «Una stregoneria! Una stregoneria!»
Il maniscalco si fece largo tra la calca con un martello in mano; si accinse al baule aperto. Fissò per qualche istante quel contenitore di legno con sguardo sprezzante. Poi, guardò Paco e il sacerdote. «Finiamola con questa messinscena, questo non è altro che un sudicio baule di un sudicio pittore.»
Il sacerdote volse lo sguardo al cielo facendosi il segno della croce. «Questa è opera del demonio.»
Il maniscalco gettò il martello, sollevò lo scrigno da terra, causando lo sgomento dei presenti che indietreggiarono di qualche passo. «È solo un baule vuoto! Vi dimostro che non sono altro che…», avvicinò il viso all’interno del baule. Si immobilizzò per qualche istante. Il baule cadde a terra, causando un tonfo che echeggiò nell’aria e fece scappare il corvo. Il maniscalco aveva occhi strabuzzati, si guardò intorno come se non riuscisse a capire dove si trovasse. Raccolse il martello da terra con lentezza.
«Parla figliolo, non è forse il nemico di nostro Signore che hai visto?» chiese il sacerdote.
Il maniscalco si colpì in testa. Una, due, tre volte. Cadde a terra, a fianco a Paco, riverso nella polvere, con il cranio rasato, che offriva al terreno arido un abbondante rivolo scuro quanto lo scrigno. La ressa iniziò a disperdersi. Le madri coprivano gli occhi dei più piccoli, che si facevano largo tra la selva di gambe, smaniosi di afferrare il motivo della costernazione degli adulti.
Il sacerdote, in tono roboante, salmodiava: «…Nostris malis offendimus tuam Deus clementiam. effunde nobis desuper remissor indulgentiam…».
Un urlo straziante attraversò l’aria, sovrastando il chiasso imperante. Un occhio di Paco ruzzolò dentro la casa del pittore, il cui ingresso era rimasto spalancato. Paco era in piedi, con indice, medio e pollice che scavavano nella cavità orbitaria: le guance erano rigate fino al mento di rosso. Scagliò il bulbo con forza, poi iniziò a correre urlando per tutta la strada principale e sbatté contro una staccionata. Il rumore secco del corpo che cadde segnò la fine dello spettacolo, la folla si diradò a poco a poco. Davanti alla casa del pittore rimase solo il cadavere del maniscalco e il sacerdote, con la tunica bianca segnata da linee di sudore. Guardò verso ovest, poi verso est. L’unico essere vivente che attraversava la strada principale in quel momento era un cane zoppo; si avvicinò al cranio del maniscalco, colonizzato da mosche, per annusarlo. Il sacerdote entrò nella casa del pittore, scansò con la punta dello stivale l’occhio di Paco. La casa era composta da un’unica grande stanza semibuia: saltavano immediatamente all’occhio la notevole quantità di tele appoggiate alle pareti e le robuste ragnatele che, come liane, pendevano dalle travi di legno. Il pavimento era cosparso di tubetti metallici sporchi, fogli di carta scarabocchiati, tre tavolozze e qualche bottiglia vuota. Il sacerdote avanzò, senza guardare dove mettesse i piedi, verso l’angolo in cui era situato un tavolo, una grezza intelaiatura in legno – su cui era stesa una pelle di pecora – e una tela, la più grande tra tutte, era alta quanto il sacerdote. Nell’angolo in alto della composizione, in una prospettiva grandangolare, era dipinto il baule aperto, che emanava un bagliore sfavillante; gli uomini che lo circondavano si coprivano gli occhi, eccetto due: uno che dipingeva e l’altro con le mani giunte.
«Vedo che vi siete divertiti senza di me.»
Il sacerdote trasalì, gli uscì un gemito ansante. Quando si voltò il pittore sostava sulla porta, con espressione a metà tra il compiaciuto e il beffardo. Tra l’indice e il pollice stringeva l’occhio di Paco.
«Non dovevi lasciarlo incustodito!» disse il sacerdote.
Il pittore provò a trattenersi invano dal ridere, di fronte all’espressione austera dell’interlocutore. «Il ladruncolo credeva ci fossero denaro o gioielli», e riattaccò a ridere, con più intensità.
«Dio ti perdoni per la tua impudenza. Quel poveretto si è cavato gli occhi…», i suoi tratti si erano fatti più duri, il tono più autoritario, «fallo sparire.»
Il pittore prese la mira, poi gettò l’occhio in un tubetto. «Perché? Potrebbe servire a qualcun altro.»
Il sacerdote indicò la tela che stava osservando prima, dietro di lui. «Sai bene che non hanno la predisposizione d’animo adatta…» Qualcosa interruppe il suo rimprovero. Entrambi si girarono verso la porta, da cui proveniva un trapestio tonante.
«Vattene da qua», sussurrò il sacerdote impietrito.
Il clamore aumentava ed era sempre più vicino. Il pittore prese la cornice della tela che raffigurava il baule con una mano, pose l’altra sulla spalla del prete. «Non c’è più nulla che io debba conoscere, conservalo tu.»
Il sacerdote annuì. Quel senso di potenza che trasmettevano i suoi tratti prima si era dissolto. Chissà che altro potrebbe rivelarmi, pensò il sacerdote. Il pittore uscì dall’unica porta presente. La folla, armata e inferocita, strepitò nel vedere che il proprietario del misterioso contenitore aveva fatto ritorno. Il pittore alzò le mani, nella speranza di placare gli animi indomiti della comunità. «Non c’è alcun demonio …non…». Qualcuno lo colpì al volto con un grosso ramo, ognuno diede il proprio contributo a sfigurare il corpo dell’artista: si sentirono per qualche istante solo grida. La folla si diradò nuovamente, con la stessa velocità del congedo precedente, impazienti di tornare alle occupazioni tipiche del giorno di riposo: giocare a dadi, combattimento tra galli o riunirsi in qualche locanda a bere liquore alla mandorla, senza la preoccupazione di posare lo sguardo dentro il baule sbagliato.
Il sacerdote non celebrò funzioni per un po’ di tempo. Nel villaggio si diceva che fosse dimagrito e che si facesse vedere di rado.
Mattia Azzini