Fortunale – racconto di Silvia Roncucci
Redazione2026-04-15T09:03:24+02:00Mentre le coste liguri si avvicinano Enea riflette sul fatto di non essere l’unico, con questo nome, a cui è capitato di venire colto da una tempesta – il Mediterraneo gioca brutti scherzi ai naviganti, ne ritarda i programmi, li stravolge. Non avrà una missione tanto vitale quanto quella dell’omonimo predecessore, pensa, però è la sua missione, la sua occasione.
“L’importante è che il Signore ci abbia preservato. Prima o poi ci farà arrivare a Basilea, figliolo” dice il cardinale. Si stringe nel mantello, si guarda alle spalle, verso la lunga scia di schiuma lasciata dalla nave. Ha il viso smorto per lo sballottare delle onde e la paura ristagnata nel petto, però lo sguardo non ha mai perso la sua stella: neanche mentre, da sottocoperta, il cardinale sentiva il ventre della nave dondolare, il vento mugghiare, e si chiedeva dove li avrebbe spinti stavolta il fortunale e verso dove intendeva spingerli ancora. Guarda Enea – che poggia il viso sul pugno, il gomito su una gamba – e scommette che a uno come lui i capricci della sorte lasciano un retrogusto di sconfitta tanto amaro da fargli perdere di vista ciò che conta. “Capito?”
Enea fa sì con la testa. Non si permetterebbe mai di contraddirlo: è al cardinale che deve la propria fortuna; è stato il cardinale a trascinarlo via dal pantano della sua città. Eppure Enea fatica a credere che le tribolazioni del viaggio tra Piombino e la Libia, la Libia e la Corsica, la Corsica e la Liguria, tra porti barbari o gente urbana, facciano parte del piano che il Signore ha pensato per loro.
Il mare scivola via e tra poco l’insicurezza dell’acqua lascerà il posto alla terra solida. Enea vorrebbe dire al cardinale che è ben contento di questo cambiamento, ma lo conosce troppo bene da non sapere cosa risponderebbe: non esistono certezze per i viaggiatori, direbbe, un terremoto potrebbe risucchiare il mare poco prima di approdare a Porto Venere, oppure i briganti potrebbero attenderli alle porte di Milano, o la neve assediarli tra gli scoscesi e le risalite delle Alpi. L’importante è fare il meglio per quel che ci è dato controllare, vale a dire ben poco, mentre per ciò che non dipende da noi, ossia tutto il resto, che è il più, beh, su quello bisogna arrendersi ad alzare gli occhi e guardare se il Signore fa capolino, lassù tra le nuvole.
A Enea scappa un sospiro. “Spero solo di portare a termine il mio compito.”
“Lo stai facendo: mi stai accompagnando. Basilea non è lontana” dice il cardinale.
“Nemmeno gli imprevisti. Non pensavo che il vento avesse la forza di spingerci in così poco tempo fino in Africa.”
“I cambiamenti vanno accolti e la fortuna colta.”
“Come un fiore, eminenza? Oggi vi sentite poeta.”
Sul viso del cardinale balena un sorriso mentre gli si accosta. “Se non sbaglio una volta il poeta eravate voi: un poeta e oratore e giurista, laborioso e ambizioso e… donnaiolo. Che ne è stato del vecchio Enea?”
Enea guarda davanti a sé: la terra si scurisce e ingrandisce man mano che la distanza tra la nave e la costa si accorcia. Il ponte comincia a farsi duro ed Enea non vede l’ora di sgranchirsi le gambe e sdraiarsi in un letto vero, o anche in un giaciglio di paglia con una coperta di lana grossa e un paio di cuscini imbottiti di fieno, purché non dondoli.
“D’accordo, allora la faccio io un po’ di poesia. Visto che ti crucci per gli imprevisti, immagina questo: la fortuna come una ragazza ben formata, lunghi capelli, sguardo dolcissimo, che ti porti in dono una grande quantità di frutti. E che però tenga un piede su una nave dal timone rotto e l’altro in equilibrio su una sfera. Come credi che procederebbe verso di te? Rapida e senza indugi? Forse sei tu che dovresti sbrigarti ad andarle incontro. Altrimenti rischi che i doni li perda per strada.”
Enea si guarda le mani: rosse dal gelo, con le dita smagrite e i calli che una settimana prima non c’erano. “Non tutti hanno la vostra tempra, eminenza.”
“Anche la tempra si impara.”
“Far valere le proprie ragioni presso il papa, così lontano, non è da tutti. Vorrei la metà del vostro carattere… vi meritate la conferma della carica ma forse non vi meritate un segretario come me… potreste trovarvi qualcun altro da portare con voi al concilio…”
Il cardinale scrolla la testa e mette una mano sulla spalla di Enea – mano pastosa, poco più vecchia di quella di Enea ma con una ruga per ogni intrigo della curia sopportato, con un anello d’oro e rubini che brilla tra lo sporco. Sorride mentre incrocia le braccia sul ventre e osserva gli ultimi baluginii del sole sull’acqua, si gode la pace rosata della sera. È abbastanza esperto della natura umana da sapere che nelle parole di Enea l’adulazione è solo un granello. Intuisce la stima che il segretario ha per lui da come drizza le orecchie quando gli parla; da come prende appunti sul taccuino, a testa bassa, grattandosi ogni tanto sul collo all’attaccatura dei capelli; dalla premura che gli ha mostrato durante le ore difficili trascorse nella stiva della nave – si avvicinava, gli chiedeva come stava, lo studiava da lontano con la febbre negli occhi.
La nave attracca; l’equipaggio vocia mentre scarica passeggeri e merci; il sole affonda placido nell’acqua, ignaro dei venti mutevoli, dei terremoti, dei briganti, delle slavine che scolpiscono le vite degli uomini. Enea allunga una mano verso il cardinale per aiutarlo a scendere; lui la afferra e ringrazia Enea con una pacca sulla spalla. “Stanotte cerca di dormire tranquillo, figliolo.”
Quella notte Enea sognerà la terra che lo ingoia e si capovolge, il cardinale che non risponde alla sua voce che lo chiama con insistenza, vedrà la mano del cardinale allontanarsi dalla sua, trascinata da un fiume di fango; si sveglierà con il fiato mozzato, uscirà dalla tenda, si lascerà guidare dalla luna verso quella dove dorme il cardinale; allungherà l’orecchio per sentire il suo russare deciso, il frusciare dei panni inquieti, ma non sentirà niente; scosterà le cortine, si affaccerà, entrerà, il cuore al galoppo lungo la gola. Dentro, continuerà a non sentire niente. Perché il cardinale trattiene il fiato, ha le orbite vuote. Non si lascia svegliare dalla mano di Enea che gli scuote una spalla, né calmare dal suo abbraccio. Appena si riscuote, l’accenno di sorriso con cui accompagna la richiesta a Enea di cosa ci faccia lì, a quell’ora, benedetto figliolo, non basta a nascondere l’angoscia che lo sguardo del cardinale tradisce.
Silvia Roncucci