Olofago, una utopia – racconto di Luca Scala

Olofago, una utopia – racconto di Luca Scala

Immaginate.
Quella stessa fascinazione che ognuno di noi prova per i più piccoli dettagli della vita; quella continua spinta a osservare le minuzie, perdersi nei particolari, fantasticare sulle loro storie e su come ogni cosa sia singolare e speciale a modo suo.
Immaginate.
Immaginate una mosca ad esempio. Siete seduti al bar, a sorseggiare un espresso in dolce compagnia, i vostri occhi persi in quelli di chi amate. Li osservate attraverso gli occhiali, ma ben conoscete quei segreti appoggi che dolcemente s’increspano quando siete stesi a letto, le lenti sul comodino. E così dolcezza e intimità si mescolano al vostro ordinario sguardo. Ecco, però, che una mosca – una misera mosca, piccola, insignificante, irrilevante come poche cose al mondo nella sua idiota stupidità di coprofaga – si posa sul tavolino. Vi girate pronti a scacciarla, controllando che non vi caschi nella tazzina, perché che schifo, dopotutto, pensare a dove si sia appoggiata prima; e quando siete sul punto di agitarle un braccio contro, ecco che essa inizia a sfregarsi le zampette anteriori. Furba e deliziata. Come se pregustasse un lauto pasto odoroso, come se pianificasse un colpo in banca. Levate gli occhi verso la vostra compagna, e notate l’attenzione con la quale osserva la moschina. Al che, mimate lo stesso sfregamento con le vostre di zampette, e la scena si riversa in una dolce risata mentre le appena accennate borse sotto gli occhi incorniciano uno sguardo ben più intenso di prima, lo sguardo di chi attraversa la soglia dell’anima condividendo le gioie del quotidiano.
E come potete, allora, condannare quell’uomo paleolitico, quel nipote d’australopiteco affascinato come voi da chissà cosa – diciamo, verbigrazia, una mosca –, al punto di dimenticare di recidere la testa al terribile serpente che sta disegnando nella grotta? Una piccola epifania, una distrazione naturale che costerà la vita a lui e a molti altri. Poiché, infatti, dimenticandosi di mutilarla, l’orrida creatura nel disegno prende vita e sbrana l’uomo e la mosca. Poi, fa di quella caverna sua dimora e quella caverna è sul fianco della collina di Wawel, che riposa abbracciata al fiume Vistula, fonte d’abbeveramento per la serpe. È perciò, che d’ora in avanti, quella creatura sarà detta il drago del Wawel.
Detto drago trascorre una vita tranquilla tra ruberie di greggi, acrobatici volteggi tra cinerei campi e inacidimento del latte delle vacche. Si crogiola nel dispetto riflesso in disperazione negli occhi degli abitanti della vicina città; finché, un giorno, re Krakus di Cracovia non riunisce il suo popolo in solenne comizio. Eccolo, guardatelo, fiero come i fasulli re ingioiellati che abitano i vecchi film.
«Miei tristi sudditi, il mostro di Wawel decima le nostre greggi e arde i nostri campi. Egli è in cerca, certamente, di attenzioni. Nacque serpe e ora vuol farsi drago. Io dico che s’ignori quel pavone, che mal più grande non gli si può comminare».
Sì che i poveri campagnoli, stanchi di quelle angherie, fingono di non scorgere più il drago quand’esso scompiglia loro i campi. Attribuiscono il fuoco che li arde agli spiriti salamandrini, l’inacidimento del latte a qualche invisibile folletto del contagio. La penuria di grano è imputata a una non chiara carestia, e l’assenza di carne ai banchetti nobiliari i funzionari del regno la riducono alla nuova moda vegana. La sentite, allora, la soddisfazione che alberga nel cuore di tutti? Come recita il detto, non è vero ciò che non è visto, e la creatura ignorata scompare ai loro occhi.
E così la vita trascorre placida, all’ombra di avversità naturali cui si fa fronte con ritrovata determinazione. Il potere galvanico viene imbrigliato da savi stregoni, e i prodigi dell’elettricità garantiscono automi per la mungitura che non facciano inacidire il latte; mefitici pesticidi assicurano il buon raccolto e cupole di vetro allontanano le infuocate salamandre dai campi coltivati. La palpate la soddisfazione di quel popolo antico? Eppure, se avete l’accortezza, per non dire la grazia, di osservare ai margini di quel quadretto, noterete che in un angolo il drago rimugina vendetta. Recita, infatti, un altro detto che ciò che è ignorato non per sempre resta tale, e un giorno tornerà a chiedere il riscatto con gli interessi. Sì che il drago s’invola al castello, infrange le vetrate e afferra re Krakus per il bavero.
«Senti un po’, reuccolo da strapazzo. Credi davvero di poter guardare ma non vedere? Io sono qui davanti a te, pronto a divorarti in un sol boccone. Un gramo fato ti attende, a meno che…»
«A meno che?» frigna Krakus lacrimevole.
«A meno che non si conduca da me una giovane, fresca e illibata, ogni sette giorni. Avete creduto di poter allontanare da voi il panico terrore, e ora vi rendo un servizio che mai scorderete. Nel giorno del parto ciascuno pregherà di avere un maschio, e quando scorgerà, invece, lunghe ciglia, saprà in cuor suo che è soltanto questione di tempo».
E così Krakus, tremante per il destino scampato, chiama nuovamente il popolo a raccolta. «Miei lieti sudditi, abbiamo creduto di allontanare il drago scacciandolo dalle nostre menti. Ma questo mostro divoratore di tutto, questo Olofago abominio, si è ridestato dall’incanto, chiedendo un lauto prezzo per la vita del regno».
Ed eccolo, questo popolo ritroso, in fermento per l’accordo, ché, benché Krakus abbia taciuto della minaccia per la propria vita, non ha nascosto il triste prezzo che d’ora in avanti essi dovranno pagare.
E così volgono le stagioni, e con esse le messi, ma la tecnica languisce, lo sviluppo si ferma, quasi scompare l’elettrica scienza sotto il peso degli animi morti. Mogie e tristi, le giovani fanciulle del riscatto vengono condotte nella tana del drago, e settimana dopo settimana scompaiono nell’antro. Cracovia, faro alessandrino di tutta la Mitteleuropa, è ora ridotta a una magra desolazione.
Arriva, infine, il tempo di Wanda, che la figlia del re sia mandata all’Olofago mostro. Ma costei, cresciuta ai tempi del florido splendore, è di sublime intelletto. Escogita, dunque, un sottile stratagemma: verrà condotta alla spelonca assieme a un agnello. Soltanto che questo agnello non sarà che una pelle vuota riempita allo sfinimento di pietre di zolfo.
Il drago accetta volentieri lo spuntino aggiunto, e già pregusta le dolci carni della principessa mentre apre il pasto col succoso agnello. Lo ingurgita in un sol boccone, pronto a sentirsi invadere le papille dal sapore d’arrosticino. Ma, invece, guardate attentamente la sua espressione: potete scorgere l’esatto istante in cui quelle fauci deliziate s’incurvano con fare inorridito. Gli occhi che quasi sembrano uscirgli dalle orbite, quando lo zolfo s’incendia nel suo stomaco di fuoco. La scena è piuttosto comica, lo ammetto, e vedere quella fiera creatura gettarsi nelle acque del Vistula e bere disperatamente fino a scoppiare, strappa ben più che una risata. Eppure, miei cari, non dimenticate la sua sofferenza mentre beve e beve ancora nel tentativo di spegnere quel fuoco interiore. Non scordate il dolore di quel ventre che si espande, gonfio di acqua, di quella pelle ormai lucida e trasparente per la tensione. Ma lo so bene che voi parteggiate per quei cracoviani ingegnosi, e dunque sarete felici di vedere la bestia che esplode dopo aver quasi prosciugato il Vistula. Sarete lieti di osservare quegli operosi contadini che creano trincee attorno ai campi allagati e ne fanno enormi teche di studio per gli acquariofili d’Europa.
Ma, se io vi raccontassi che quella non fu la fine del drago leggendario? E se vi narrassi una storia diversa, lontana dalle maldicenze degli uomini, che principia all’epoca in cui esso era solo serpe e, cacciato dal cavernicolo terrorizzato, decideva d’intraprendere un viaggio in Napoli? Lo vedete ora, eh, accasarsi presso quel vicolo adombrato nei pressi di Castel Capuano, e che ora suol dirsi Vico Della Serpe. Egli, in fuga dal disprezzo degli uomini, si rifugia sulle coste del Mediterraneo, lì dove c’è fama di integrazione tra le genti. Ma una serpe che vuol diventare drago non è ben vista perfino nel partenopeo, e così la gente rifugge la zona, additando l’ospite come pestifero basilisco. Imbarazzo e sconforto montano a tal punto nella creatura, che essa decide, un bel giorno, di far fagotto e spostarsi al nord. E lo so, miei cari, che conoscete quel che si è detto dopo sulla sua cacciata da Napoli, e che cioè la Madonna stessa se ne sia occupata. Ma non diteglielo alla creatura, non aggiungete scorno allo scorno per chi ha l’unica colpa di voler cambiar di pelle. Piuttosto levate lo sguardo su per lo stivale, nei pressi del modenese, lì dove sorge il borghetto di Spilamberto. C’è qui una rocca, di pregevole fattura, tutta rinnovata in stile estense. È proprio nel fossato del torrione che l’Olofago chiede asilo. A dirla tutta, qui è ben accolto dal signore del luogo, e perfino gli è affibbiato il nomignolo Magalasso, a cagione della grande miseria e stanchezza che porta tra le spire. I castellani sono grandemente colpiti dal suo aspetto maestoso di squame cangianti e di testa d’uomo, e così non possono che stimarlo portatore di fortune. Scoprono ch’egli è ghiotto non di fanciulle, ma di cioccolata fondente e gliela immergono tutta nell’aceto balsamico, alleviando, sia pur per un breve istante, le pene della creatura. Il verso di piacere, il sibilo soddisfatto che il Magalasso esala ad ognuno di quei deliziosi pasti terrorizza, tuttavia, il popolo di Spilamberto. Ben presto la situazione diventa insostenibile. Una densa cortina di sospetto e sfiducia avvolge la rocca e i suoi abitanti, a tal punto che il signore del luogo è costretto a congedarlo per garantirsi la pace.
È solo a questo punto che l’Olofago raggiunge Cracovia e s’insedia a Wawel. Però capiteli, in effetti, quei cittadini scoraggiati della polacca che si vedono arrivare un drago ad abitare la collina lì vicino. L’uomo sempre diffida di ciò che è diverso e non comprende. E così fermentano i preparativi per una caccia, radunando intrepidi cavalieri in cerca di gloria da tutto il circondario. Solo una, tra i sudditi di re Krakus, è decisa a salvare il drago. È Wanda, figlia del re e principessa del regno. Ella fugge in segreto, nella coltre oltremarina del cielo notturno, alla volta di Wawel. Quivi incontra il drago, che irritato le rivolge parole sprezzanti.
«E dunque, principessa, siete qui venuta per aggiungere ingiuria alle mie ingiurie? Volete che nuovamente m’involi per mete remote ove si dice che le genti siano più tolleranti?»
«Triste creatura,» aggiunge ella, «lì da dove vengo si prepara una caccia ai tuoi danni. Ho cavalcato questa notte per consigliarti la fuga, ma capisco, ora l’infelice dramma che porti sul capo. Mi hanno detto d’aver visto un drago, ma io ora vedo un serpente».
Olofago sbuffa, avvolgendosi in spire del color dell’arcobaleno.
«Vi ringrazio per la premura, principessa degli uomini, e al contempo mi rattristo che il vostro sguardo sia miope come quello degli altri. Nacqui serpe, e questo è vero. Serpe e drago sono così simili creature, e al contempo tutte diverse: lì dove serpe ha mancanze, lì drago ha abbondanze. Voi credete, principessa, che la natura possa esser vinta? Voi credete che il desiderio d’abbandonar la pelle per qualcosa d’altro sia nulla fuorché violenta hybris ai danni dell’ordine delle cose? Per anni ho creduto il contrario, ma una vita di rifiuti fa ora vacillare la mia risolutezza.»
«Oh, antico drago, che triste storia che mi contate. Vi porgo le mie scuse, se vorrete accettarle. Ho parlato per impulso, rendendomi artefice dello stesso male che combinarono a voi e a me medesima. Vedete, io nacqui Lech di Cracovia, primogenito del sovrano Krakus, e ora sono Wanda, principessa del regno. Questa metamorfosi mi costò l’affetto di un padre e di un popolo, e da tempo covo pensieri nulliferi nell’animo. Mai prima, debbo dire, ho conosciuto qualcuno preda del mio medesimo tormento. Ora mi rendo conto di non esser sola a portare questo fardello, e una nuova luce squarcia queste tenebre. Dunque mio drago, v’andrebbe di fuggire insieme da questi domini alla ricerca di un lieto vivere in compagnia?»
Ecco, cari spettatori, vedete come si ribalta la nostra storia? Quel viso che sempre abbiamo immaginato mostruoso e tiranno che ora è dolce e gentile alle parole della principessa? Eccolo il drago, Olofago e Magalasso, che s’invola riflettendo il lucore lunare con la dolce ragazza in groppa. Viaggiano per anni nella più lieta delle compagnie, scoprendo il mondo e l’animo umano. Spesso cacciati, talvolta salutati, ma sempre alla ricerca di un posto da chiamare casa.
E il tempo passa, e le stagioni dell’uomo pure. Nuove circostanze si fanno largo nei loro animi, sempre più spiragli che accettano barlumi di peculiari diversità. E così il drago e la principessa tornano in visita a Spilamberto quando il borgo è cambiato: ora sono accolti da una grande immagine del Magalasso e da canzoni che lo celebrano sotto gli occhi incantati dei bambini. Ridiscendono per Napoli, dove i secoli hanno dedicato al drago una via e una chiesa. Si fermano in un bar e sorseggiano un caffè. Una mosca si posa sul tavolino. Sfregate le zampe per imitarla. Dietro le lenti di Wanda, uno sguardo sereno.
Recita un proverbio che non è la pelle che si giudica, ma chi quella pelle la indossa.

Luca Scala

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