La domanda – racconto di Graziana Patanè
Redazione2026-06-29T23:57:43+02:00All’apparire dell’ombra che oscurò la stretta apertura della caverna, la Pizia numero uno si riscosse. Eresse la schiena, poggiò le mani sulla tunica bianca che le copriva le gambe e continuò a fissare l’ingresso. Ma non vide né la seconda né tantomeno la terza ombra che sarebbero dovute comparire.
«Vengo da solo» disse Aristone.
Di colpo, il busto della Pizia si ammollò. «Posso scendere?» chiese, ma i suoi piedi già toccavano terra, il tripode alle spalle. Uno sbuffo di vapore esalò dalla frattura nel terreno di fianco a lei. I primi tempi quell’odore dolciastro l’aveva nauseata.
«Che succede?» domandò ancora, le mani sulle reni. Si strizzò le carni sotto la stoffa, mentre piegava il collo a destra e a sinistra. Quel maledetto tripode! Uno schienale? Non si può! Tradizione tradizione tradizione, passato presente futuro, bla bla bla.
«Il capretto non trema…»
Il capretto non tremava. La Pizia allungò il braccio sinistro verso l’alto per flettere il corpo dal lato opposto.
«…ma il consultante non si convince ad andarsene.»
Ah, i suoi poveri muscoli e le sue ancor più stanche ossa. Peccato che quest’ultime, non ci fosse modo per massaggiarle.
«Te l’ho già detto: la bestia non ha risposto all’abluzione come avrebbe dovuto» ripeté l’hosios con il capretto belante e zuppo tra le mani.
«Sta belando, non basta?»
Quel giovanotto polveroso e sudicio proprio non voleva capire.
«Non deve belare, ma tremare.»
«Non capisco che differenza faccia.»
Forse era tardo di comprendonio.
«La differenza è che, se trema, il divino Apollo sta manifestando la sua intenzione di ascoltare la tua richiesta e di darti, per mezzo della sua sacerdotessa, la risposta. Questa è la differenza.»
«Se bela, invece?»
«Se bela, Apollo non ti vuole ascoltare e quindi, per oggi, ti riprendi questo capretto,» e in un battito di ciglia l’hosios lo lasciò al giovanotto che, per fortuna dell’animale, fu ancor più lesto nell’afferrarlo, «e tornate domani.» L’anziano sacerdote si asciugò le mani sulla tunica. Con la coda dell’occhio, vide il ragazzo voltarsi verso il paesaggio roccioso che sfrigolava sotto al sole. L’hosios gli diede le spalle e sorrise.
«Anche ieri mi avete detto di tornare oggi perché c’era troppa gente» disse la voce dietro di lui. Il capretto belò.
Oh, Boedromio!
Due sono le vie per giungere a Delfi: quella settentrionale, che dalla pianeggiante Tessaglia passa attraverso la montuosa Doride e la Locride occidentale, seguita da Apollo dopo aver ucciso il drago Pitone, nato dal fango, terrore di esseri umani e di greggi, e quella meridionale, che attraversa l’impervia Attica e l’agricola Beozia, creata da Apollo civilizzatore. Una terza via, la Sacra, ascende al santuario, congiunzione presente delle prime due.
«Quanto manca?» chiese la Pizia facendo qualche passo nell’adyton per sgranchirsi le gambe.
«Tra poco andrò a vedere se hanno già cominciato a preparare un’altra abluzione» rispose Aristone.
«Volevo sapere quanto manca alla fine del mio turno.» La Pizia si guardò attorno e incrociò di nuovo il tripode.
«Il sole è alto sulle nostre teste. Un ultimo responso ancora e andrò a chiamare la Pizia numero due.»
Non era ancora riuscita a convincerli a darle una seduta decente, presente passato futuro, bla bla bla, ma a far assumere altre due Pizie con cui dividere il lavoro, almeno quello, sì. Era disumano far pronunciare oracoli a un’unica persona dall’alba al tramonto. Certe sere, finito il suo lavoro, non si reggeva in piedi e l’indomani le toccava ricominciare. Non era mica come all’alba di tutte le Pizie quando Femonoe, la prima di loro, dava responsi soltanto nel sesto giorno di ogni nuovo mese. Adesso no, adesso si lavorava a ciclo continuo tutti i giorni della settimana, tutti i giorni del mese. C’era una processione di consultanti che arrivava da ogni parte della Grecia, persino dalla Magna, non si poteva di certo rischiare che se ne tornassero indietro a mani vuote di risposte e a tasche piene. La Pizia si avvicinò all’alloro e staccò da un rametto una foglia. La piegò a metà, lungo la nervatura principale. Dietro di lei Aristone s’era messo a provare i suoi esametri sfiancati. A lei toccava lo scagliare a caso e il disseminare parole prive di fondamento nell’infinito. A lui toccava prenderle e trasformarle in versi. Se il consultante era disposto a pagare quel servizio poetico con un extra, ovvio. Del resto, la poesia non faceva per tutti, men che meno per lei che, nonostante ascoltasse Aristone da anni, non aveva ancora ben chiara la differenza tra sillabe lunghe e brevi. Piegò ancora la foglia a metà. Lei no, non si era piegata. Aveva smesso di parlare. Al terzo giorno di silenzio i sacerdoti erano stati costretti ad ascoltare la sua richiesta. “Sono stanca”. Ma non era stato questo a convincerli. “E poi pensate a quanti oracoli in più potremmo pronunciare ogni giorno. Io lavorerei di meno, ma insieme ad altre due Pizie il santuario guadagnerebbe di più”. Erano andati a cercarle. Il denaro convinceva sempre tutti.
«Il mio turno è oggi, me lo avete detto ieri.»
Oltre che a fargli perdere tempo, quel ragazzo cencioso voleva fargli perdere la pazienza.
«Te lo ripeto per l’ultima volta: il divino Apollo non vuole riceverti, quindi sciò, vai via.» La mano dell’hosios si mosse per scacciare quel fastidio.
«Non si può riprovare? Sono certo che stavolta tremerebbe.»
Il capretto emise di nuovo il suo piagnucolio monotono.
Quella conversazione sotto al sole lo stava facendo ribollire. L’hosios si passò una mano sulla fronte.
«Se proprio vuoi saperlo, un modo ci sarebbe, ma dubito tu possa» e il sacerdote squadrò di nuovo il ragazzetto dalla testa ai piedi, la faccia polverosa, la tunica lacera, i sandali consunti.
«Quanto?»
L’hosios scagliò un numero, soddisfatto: adesso se ne sarebbe di certo andato. Lo vide abbassare gli occhi sulla terra tra loro due.
Passò qualche istante prima che il ragazzo mormorasse: «Va bene.»
«Va bene, te ne vai?»
«Va bene, pago.» L’hosios batté le ciglia sotto quello sguardo che adesso era tornato a essere diretto su di lui. «È esattamente la cifra che mi resta. Se Apollo ha bisogno di questa nuova offerta, saprà già che posso percorrere il ritorno anche senza.»
Da sotto la tunica comparve un sacchettino rigonfio. Il ragazzo se lo sfilò dal collo.
«Esco a vedere a che punto sono là fuori» disse Aristone. «Tu torna sul tripode.»
La Pizia si avvicinò al braciere che ardeva e lasciò cadere i frammenti di foglia. Scomparvero nel fuoco, trasformate in un odore speziato e pungente. Lo aspirò prima di tornare sul tripode come le era stato chiesto. Aristone era già andato via.
Si assise sulla seduta, la schiena piegata in avanti. Futuro presente passato, bla bla bla. Con una mano prese a massaggiarsi il collo. Un ultimo oracolo e il suo lavoro, almeno per quel giorno, sarebbe finito. Come se non sapesse già cosa sarebbero venuti a domandarle. I consultanti chiedevano sempre le stesse cose. Non importava da che parte della Grecia arrivassero, gli esseri umani erano tutti uguali. Guerre, fondazioni di città, assassinii, tragedie… sì, raramente qualcuno le chiedeva ancora quelle cose ma, per il resto, le consultazioni non avevano più contenuto eroico e avventuroso. Mi sposerò, è il momento buono per navigare, mi conviene fare l’agricoltore, è meglio partire o allevare pecore o buoi. A che dio devo rivolgermi per coltivare più ortaggi? E per raccogliere buoni frutti? Mi conviene comprare uno schiavo? Sì, variazioni, ma dello stesso contenuto semplice, quotidiano, individuale. Arrivavano da ogni dove per rivolgerle quelle domande banali. Ma erano davvero banali, si domandava la Pizia dal collo dolorante. Viaggiavano per terre sconosciute, talvolta per mari burrascosi, rischiavano le vite, si prodigavano in offerte, nella speranzosa illusione che un dio li ascoltasse. E lei scagliava parole a caso chiedendosi se qualche volta il Caso le incontrasse veramente in quel loro vagabondare per coincidere spontaneamente con loro. Ma non le era dato sapere la fine che facevano le sue parole. A lei il compito di inventarle, ai consultanti di interpretarle come se ci fosse qualcosa da interpretare. La Pizia prese a massaggiarsi la mano con cui aveva massaggiato il collo. Esseri umani sparpagliati sulla terra sotto un cielo di cui non sanno nulla. Era triste, forse, ma a ben guardare era anche divertente. Raccolti là a Delfi, nell’ombelico del mondo per un momento, afferravano un esametro sbilenco e con quello in tasca se ne tornavano a sciamare di nuovo per la terra, verso direzioni che lei non sapeva neppure immaginare ma che, probabilmente, aveva aiutato a tracciare.
Un’ombra nascose di nuovo l’ingresso della grotta. La Pizia tornò a prepararsi.
La Pizia non seppe che quello che aveva davanti era lo stesso ragazzetto che aveva fatto perdere tanto tempo all’hosios là fuori, ma riconobbe che doveva essere in viaggio da molto. Al suo ingresso l’adyton si era riempito di un odore acre, come se avessero portato dentro un cesto di cipolle. La Pizia si sporse verso la frattura sotto di lei e aspirò uno sbuffo dolciastro prima di erigere di nuovo la schiena e chiedere: «Qual è la domanda che sei venuto a porre al divino Apollo?»
Le parole del ragazzo la sorpresero: «Qual è la strada che devo percorrere per tornare a casa?»
La voce adirata di Aristone si levò dietro di lei: «Sei venuto a prendere in giro il dio?»
La Pizia fermò il sacerdote con una mano e con parole: «Non ti muovere, lascialo stare.»
Aristone cominciò la sua protesta, ma di nuovo la sacerdotessa lo interruppe. «Ci penso io.»
Perché mai quel ragazzetto che era arrivato fin là, che aveva per forza di cose già conosciuto la strada da casa sua fino al santuario, che aveva speso tempo e denaro, rischiato forse la vita in quel viaggio, quel ragazzetto che là fuori era anche stato impegnato a produrre un sacrificio aveva deciso di porre quella domanda insensata?
La Pizia scese dal tripode e, contro ogni tradizione, fece qualche passo verso il ragazzo.
«Tu vuoi sapere che strada percorrere per tornare a casa.»
«È proprio quello che ho chiesto,» ribadì lui.
«La tua casa?»
«La mia casa.»
Qualcosa in quel ripetere sciolse la bocca della Pizia. Si ascoltò pronunciare parole che le arrivavano da chissà quale tempo e spazio lontani: «Il presente contiene già la strada che devi percorrere per il tuo ritorno.»
Il viso impolverato del ragazzo si mosse in un sorriso: «Ho capito,» disse.
Scomparve prima ancora che la voce di Aristone riuscisse a comporre gli esametri che aveva già pagato.
Graziana Patanè