Assoluto e relativo: natura e divino come invarianti dell’esistenza nella Napoli del 1799 – articolo di Claudio Aorta
Redazione2026-06-07T07:35:59+02:00Una riflessione sul rapporto tra ciò che muta — tecnologia, politica, convenzioni sociali — e ciò che resta immobile: i cicli naturali, la geologia, il divino come presenza costante. Un’indagine su come, anche nella Repubblica Partenopea, l’essere umano continui a misurarsi con forme di assoluto che resistono al tempo.
Napoli, 1799. Un luogo in cui tutto sembrava sul punto di cambiare. La Repubblica Partenopea aveva acceso un’idea nuova di mondo: più giusto, più libero, più degno dell’uomo. Nelle piazze si discuteva di diritti, di uguaglianza, di un ordine sociale che non fosse più fondato sulla nascita ma sulla dignità. Eppure, mentre le parole si diffondevano, la città restava immersa in qualcosa di più antico, qualcosa che non dipendeva dalle rivoluzioni.
Chi arrivasse lì da un altro tempo — una donna, magari, improvvisamente privata delle sue protesi moderne — scoprirebbe quanto siano fragili le certezze che credeva eterne. Senza cellulare, senza automobile, senza titoli da esibire, senza alcuna delle protezioni che nel presente definiscono identità e competenza, si ritroverebbe esposta a una realtà più nuda. E proprio in quello svuotamento, in quella perdita di appigli, potrebbe aprirsi una domanda che nel suo tempo sembrava superata: rimane veramente Dio, quando tutto ciò che è umano si sgretola?
La città le apparirebbe intensa, non filtrata. Le strade sterrate, l’odore acre, il buio senza elettricità. Ma anche dettagli che non hanno bisogno di secoli per esistere: il sorriso di un bambino, una donna che aiuta un’anziana ad alzarsi dalla sedia, la voce di un uomo che recita una preghiera. Sono gesti che non appartengono a un’epoca, sono ciò che resta.
E poi il Vesuvio. Nel 1799 fumava, vivo, inquieto. Non era la montagna quiescente che conosciamo oggi, ma un corpo che ricordava a tutti l’esistenza del tempo. Mentre la Repubblica tentava di affermarsi e l’armata controrivoluzionaria della Santa Fede avanzava, il vulcano osservava tutto con la stessa calma con cui aveva visto passare regni, carestie, eruzioni, rinascite. Non partecipava alla storia, ma la conteneva.
In quei mesi convulsi, Eleonora Pimentel Fonseca scriveva sul Monitore Napoletano con lucidità e coraggio, cercando di dare forma a un’idea di giustizia che non fosse solo politica ma anche umana. Domenico Cirillo, medico e botanico, continuava a credere che la conoscenza potesse essere un ponte tra gli uomini, non un privilegio. Entrambi sapevano che la loro epoca era fragile, che la loro Repubblica sarebbe durata poco. Eppure, agli occhi della nostra donna che viene dal futuro, la determinazione della Fonseca e di Cirillo non apparirebbe vana: rappresenterebbe il segnale che certe urgenze dell’anima restano costanti. Perché ciò che li muoveva — la sete di uguaglianza, la sfida verso un mondo più giusto — non apparteneva solo al 1799. È un filo che arriva fino a noi, intatto.
Molto tempo dopo, Einstein avrebbe dimostrato che persino il tempo, che per millenni era stato percepito come un assoluto, in realtà dipende dall’osservatore, dalla velocità, dalla massa. Una scoperta che ha cambiato la fisica, certo, ma forse ha anche contribuito a una deriva culturale: se il tempo stesso è relativo, allora cosa resta davvero stabile? Forse è da qui che nasce la sensazione contemporanea di vivere in un mondo dove tutto è opinione, tutto è relativo, tutto è negoziabile.
Eppure, basta guardare al 1799 per capire che non è così, che non tutto si muove con la stessa velocità.
Lo dimostra quell’anomalia tutta italiana (soprattutto partenopea) che fu l’Illuminismo cattolico. A Napoli, i rivoluzionari cercarono un punto d’incontro tra la ragione e il Vangelo, convinti che le idee di libertà e uguaglianza fossero un principio divino. Ma commisero un errore di prospettiva: scambiarono il loro progetto politico – che era una costruzione umana, e quindi relativa – con l’idea di fede del popolo, che invece cercava in Dio un assoluto intoccabile, fatto di santi, miracoli e tradizioni secolari. Quella sintesi studiata a tavolino, che voleva spiegare il sacro attraverso le nuove leggi, per la gente dei vicoli rimase una lingua straniera.
Da quella solitudine dei rivoluzionari nacque lo spazio in cui attecchì il Sanfedismo. Fu una reazione violenta, che sfruttò proprio quel bisogno profondo di sacro che il popolo sentiva minacciato. Ma la foga di quell’armata, che avanzava nel nome della Santa Fede sventolando croci e promesse di vendetta, divenne presto la dimostrazione di come una fede genuina possa essere piegata e distorta dalle ambizioni umane. Quello che per la gente era un legame eterno con il cielo, per i capi della controrivoluzione divenne solo un’arma politica, un pretesto per scatenare il rancore e difendere i vecchi privilegi. Fu un inganno tragico: mentre gli uomini al potere usavano Dio per le loro guerre terrene, la vera spiritualità – quella che accoglie e che consola – veniva calpestata dal rumore delle armi.
Il punto di arrivo di quel tradimento si consumò sui patiboli di Piazza Mercato. La fine della Repubblica Partenopea non fu solo un cambio di governo, ma un’esecuzione di massa che troncò di netto la mente più lucida di Napoli e dell’intero Mezzogiorno. Quella violenza creò una frattura insanabile tra la cultura e il popolo, una ferita profonda che è durata nei secoli e che ha privato il Sud di una classe dirigente capace di guidarlo, lasciando un’eredità di abbandono e divario economico che scontiamo ancora oggi. Chi ordinò quelle condanne pensava che bastasse eliminare gli uomini per cancellare il pericolo delle loro idee. Ma commise l’errore di chi relativizza e guarda solo al presente: la forza bruta può distruggere la carne e cambiare il corso della storia materiale, ma non può spegnere il bisogno di riscatto e di dignità che appartiene alla natura profonda dell’uomo e che, prima o poi, torna sempre a cercare una via.
In fondo, la storia stessa con tutte le sue tragedie è una costruzione umana, che cambia a seconda di chi la scrive o di chi la subisce. Ogni cosa che l’uomo concepisce — idee, sistemi, linguaggi, persino l’arte — è legato al suo sguardo, alla sua epoca, alla sua sensibilità. Un quadro di Monet, in una foresta selvaggia, è solo pigmento su tela. Senza l’uomo, l’arte non esiste. Ma senza l’uomo la natura continua. Senza l’uomo, Dio (per chi crede) resta.
Il caso Caravaggio lo dimostra con una chiarezza quasi crudele. Per secoli fu considerato un pittore minore, troppo crudo, troppo oscuro. Solo nel 1951, con la mostra di Roberto Longhi, il mondo decise che era un genio. Se il valore dell’arte fosse stato un assoluto, Caravaggio sarebbe stato un genio anche nel 1799. Invece no: il suo valore è apparso quando è cambiato l’occhio di chi guardava. Nel 1799 le opere del pittore lombardo erano già lì, negli altari, ma forse ignorate dai rivoluzionari perché troppo occupati a guardare ai modelli francesi.
Perché l’arte è un linguaggio, ma la natura invece è un fatto. E il divino è un orizzonte.
La nostra presunta viaggiatrice, nonostante l’epoca di grandi sconvolgimenti del 1799, capirebbe che non tutto cambia davvero. Le rivoluzioni si accendono e si spengono, i governi cadono, le città si trasformano. Ma la spinta che porta gli uomini a cercare un senso più grande, a interrogarsi sul bene, a rivolgersi al cielo quando la terra trema, quella non si consuma. È la stessa che, nel suo tempo, lei aveva forse ignorato. È la stessa che ora, privata di ogni protezione, la chiama con una voce più chiara.
Forse è proprio questo il paradosso: quando l’uomo perde ciò che credeva indispensabile, torna a vedere ciò che davvero lo sostiene.
E allora torna a vedere la natura, che non ha fretta. Torna a scrutare il divino, che non ha bisogno di prove. Riscopre la dignità, che non appartiene a un secolo. Ripropone la libertà e l’uguaglianza, che non si spengono con una sconfitta.
Nel 1799, come oggi, ciò che passa è rumoroso.
Ciò che resta, invece, parla piano
Ma non smette mai di parlare.
Claudio Aorta