Senza chiavistelli – racconto di Desiree Ceccarelli
Redazione2026-08-02T18:06:36+02:00La salita lungo la costa di Punta Nera non era un sentiero, ma una ferita aperta nella marna scura. Il vento montava da ponente, un alito freddo e marcio di posidonia e ferro arrugginito che masticava le scogliere cinquanta metri più in basso. Enea risaliva i gradini intagliati nella roccia con il mento incassato nel bavero del pastrano di lana cruda, un capo pesante, bisunto di strutto, appartenuto a suo fratello Jacopo fino a quattro mesi prima.
Sotto l’ascella sinistra teneva stretto un rotolo di tela cerata, affastellato da tre spaghi di canapa da pesca. Dentro c’erano sei fogli di carta da lucido trafugati tre notti prima dal capanno del cantiere di Don Sabato, schizzati a carboncino e biacca nelle ore morte della notte, mentre la madre dormiva nell’altra stanza con il rosario stretto tra le nocche nodose.
Quando svoltò l’ultimo sperone di diaspro, la torre del faro gli comparve davanti, tozza e scrostata dal sale, piantata sul costone come un chiodo arrugginito nel fianco del mare. Non c’era alcuna poesia nella struttura: solo calce sbreccata, tiranti di ferro battuto ossidati di verderame e un ballatoio di ghisa piombato sui frangiflutti.
In basso, sul piccolo molo privato di pietra lavica dove attraccavano le lance dei rifornimenti, Padre Matteo lavorava piegato su una scialuppa a remi capovolta.
Il vecchio sacerdote non indossava la talare integrale. Aveva arrotolato i lembi della sottana nera attorno alla vita, fissandoli con una corda da ormeggio, e sotto portava un paio di calzoni di tela di olona bisunti, infradiciati di salsedine dal ginocchio in giù. Le sue mani, enormi e deformate dall’artrite, erano infilate in guanti di cuoio indurito, neri di catrame di Lubecca bollente.
Enea rimase a fissarlo per qualche secondo dall’alto della scarpata. Il rumore del mare sotto di loro era un tuono sordo, un risucchio continuo che strappava pezzi di ghiaia e li sputava contro i pilastri del molo.
«Non ti ho sentito scendere, ragazzo,» disse il vecchio senza alzare la testa. Il suo pennello di saggina continuava a distribuire la pece nera sulla chiglia di pino. La puzza di resina cotta e zolfo era così densa da soffocare l’odore del mare.
«Il vento copre tutto stasera, Padre,» rispose Enea, scendendo gli ultimi tre gradini di pietra scivolosa.
«Il vento non copre niente. Siete voi di paese che camminate come i gatti quando avete qualcosa da nascondere.» Matteo immerse di nuovo la saggina nel paiolo di ghisa appoggiato su un braciere a carbonella. La pece sobbolliva scoppiettando con piccole bolle bluastre. «Don Sabato ti sta cercando. I suoi uomini sono venuti qui martedì con il pretesto di portare l’olio per i bruciatori. Volevano sapere se eri salito al faro.»
Enea serrò i denti. Sentì la pelle del collo tirare per la rabbia e per il freddo. «E voi cosa gli avete detto?»
«Che io mi occupo della luce e non di chi scappa dalla terraferma per i debiti.» Il vecchio fece una pausa, asciugandosi il sudore dalla fronte con la manica della camicia di flanella grigia. I suoi occhi, incassati sotto sopracciglia folte e bianche come schiuma, erano due fessure grigie, prive di qualsiasi pietà condiscendente. «Che cosa hai dentro quella tela, Enea?»
«I disegni per un cutter. Dodici metri fuori tutto. Pescaggio corto, chiglia in rovere, fasciame di quercia spessa tre dita. Una barca capace di prendere il largo anche con il mare di traversia.»
Matteo scosse la testa lentamente, rilasciando un respiro che sapeva di tabacco da masticare e fumo di legna. «Un cutter. E dove pensi di trovarlo il rovere per la chiglia? Nei boschi del comune? O lo rubi la notte dalle cataste del cantiere al molo vecchio?»
«L’ho già segnato,» disse il giovane, facendo un passo avanti e stringendo il rotolo contro il petto. «C’è la catasta destinata ai pescherecci di Sabato dietro la segheria. Jacopo l’aveva piallata prima di morire. Quella legna appartiene a mia madre, non a quel viperaio.»
«Legna rubata non galleggia, Enea. Affonda prima di superare la secca.»
«Mio fratello è morto affogato nella stiva del Sant’Elmo perché i madieri erano marciti ed era stata messa la pece sopra il frassino fradicio!» gridò il giovane, sovrastando per un istante il fragore dell’onda che s’infrangeva sulla scogliera sottostante. Uno spruzzo di salsedine li investì entrambi, spegnendo alcune braci nel braciere con un sibilo rabbioso. «Sabato sapeva che quella barca era una bara! Mio padre gli deve ancora trecentomila lire per il motore della lancia vecchia. Se resto in paese, tra due mesi sarò incatenato alla stiva di un altro dei suoi rottami per ripagare un debito che non è mio!»
Il sacerdote rimase in silenzio per un lungo momento. Posò il pennello sul bordo del paiolo. Si tolse i guanti di cuoio, rivelando nocche ingrossate e unghie spezzate, segnate da decenni di lavoro fisico e salsedine. Si avvicinò ad Enea, alto e ricurvo come un pino piegato dal maestrale.
«Mostrami questi fogli,» disse a bassa voce.
Entrarono nel capanno degli attrezzi, una struttura addossata alla roccia basaltica con il tetto di lamiere ondulate che vibravano sotto le raffiche di vento. L’interno odorava di olio di vaselina, ferro arrugginito, minio e segatura stagnante. Su un banco da lavoro di abete massiccio giacevano mazzuoli di frassino, ferri da calafato di ogni dimensione, sgorbie e pialle di ghisa con le lame lucidate a olio.
Enea srotolò la tela cerata. I fogli di carta da lucido, ingialliti e segnati da ditate di carbone, mostravano le linee d’acqua di uno scafo slanciato, con una prua affilata e un dritto di poppa inclinato.
Padre Matteo accese una lampada ad olio a sospensione e la fece oscillare sopra la tavola.
Si chinò sui disegni, appoggiando le nocche nude sul legno del banco.
«Chi ti ha insegnato a tracciare la curvatura delle serre spesse?» chiese il sacerdote, scorrendo il dito indice lungo una linea a china nera.
«Mio padre. E poi ho guardato per tre anni i maestri d’ascia venuti da Viareggio quando sistemavano il brigantino nel cantiere grande.»
Matteo emise un suono gutturale, tra il disprezzo e la compassione. «I maestri d’ascia di Viareggio lavorano con il legno stagionato nei magazzini asciutti. Tu vuoi costruire una barca da solo, sulla scogliera di Punta Nera, usando legname fresco o rubato, durante la stagione delle mareggiate d’autunno. Guarda questa sezionatura.» Il vecchio picchiò la nocca sulla parte centrale del disegno. «Hai previsto le costole troppo distanziate. Se questa barca prende un’onda di giardinetto al largo di San Vito, la chiglia si imbarca e il fasciame si apre come un guscio di noce. Questa non è la barca di un marinaio, Enea. È la barca di un uomo che ha fretta di morire in mezzo al mare pur di non farsi ammazzare a terra.»
«Fa lo stesso!» disse Enea con foga, appoggiando i palmi sul banco. «Se il mare mi prende, almeno non sarò stato io a piegare la testa di fronte a Sabato! Voi parlate facile da questa torre, Padre! Ve ne state qui a guardare il faro girare, con la farina e il lardo pagati dalla curia, senza nessuno che vi chieda conto dei debiti o dei morti!»
Un silenzio denso calò nel capanno, interrotto solo dal battere ritmico della lamiera sul tetto e dal crepitìo della lampada ad olio.
Padre Matteo non alzò la voce. Il suo viso rimase una maschera di pietra scolpita dal sale. «La curia non mi paga la farina da quindici anni, ragazzo. Quello che mangio lo baratto con i pescatori di tonno quando portano la rete a strascico sotto la scogliera. E se pensi che io sia salito su questo scoglio per godermi la vista, significa che non hai mai capito cos’è il buio quando si spegne la lampada.»
Il vecchio si voltò verso una rastrelliera di legno dove erano ordinate tre pialle manuali di diverse dimensioni. Ne prese una pesante, in legno di sorbo con il coltello affilato a specchio, e la scagliò con forza sul banco, a tre dita dalla mano di Enea.
«Prendi quel pezzo di rovere sotto lo scaffale,» ordinò il sacerdote. «Quel corso d’asse che ho ripescato dalla mareggiata del mese scorso. Piallalo.»
«Cosa?»
«Hai detto che sai lavorare il legno. Piallalo fino a quando non diventa dritto come un filo a piombo. Se vuoi che io ti dia la chiave della stiva dove tengo il rame per i chiodi e la canapa per il calafataggio, devi dimostrarmi che le tue mani sanno ascoltare il legno prima di ascoltare la tua rabbia.»
Enea esitò per un istante, sgranando gli occhi. Poi si tolse il pastrano pesante, rimanendo con una camicia di tela rattoppata sui gomiti. Prese il pezzo di rovere — un blocco grezzo, ritorto e incrostato di denti di cane e sale marino — e lo serrò nella morsa di legno del banco.
Prese la pialla.
Impugnò l’impugnatura di corniolo e spinse. La lama s’incastrò subito in un nodo duro, strappando la fibra e producendo un suono acuto di legno spezzato.
«Sbagliato,» disse Matteo, rimanendo a braccia conserte nell’ombra. «Stai spingendo con le braccia. Il legno non si piega alla forza dei muscoli. Devi mettere il peso del corpo sopra il ferro. Devi sentire dove il grano si piega. Se vai contrograno perché hai fretta, spacchi la tavola. E sul mare, una tavola spaccata è un metro cubo d’acqua che ti entra nella cuccetta mentre dormi.»
Enea provò di nuovo. Il sudore cominciò a colargli lungo le tempie, mescolandosi al sale che la brezza gli aveva depositato sul viso. Lavorò per un’ora intera, sotto lo sguardo freddo e inflessibile del sacerdote. Ad ogni errore, ad ogni truciolo spesso o irregolare, Matteo interveniva non con le parole, ma con un colpo secco di bacchetta sulle nocche di Enea per correggere l’angolo del polso.
La tensione nel capanno era palpabile, un duello silenzioso tra l’impazienza giovanile di chi voleva bruciare le tappe e la disciplina spietata di un vecchio che conosceva il prezzo del minimo difetto.
A mezzanotte il vento girò a maestrale, portando con sé una pioggia fitta, aghi di ghiaccio che battevano furiosamente contro i vetri della lanterna.
Erano saliti in cima alla torre per il turno di guardia e di manutenzione del meccanismo di rotazione. La stanza della lanterna era una cupola di ferro e vetro, dominata al centro dalla grande lente di Fresnel ad anelli concentrici, che ruotava lentamente galleggiando in un bagno di mercurio. Il bruciatore a vapore di petrolio emetteva un ronzio bianco, costante, proiettando quattro fasci di luce abbagliante che fendevano la notte nera sopra il mare in tempesta.
Fuori non si vedeva nulla: solo la schiuma bianca delle onde che esplodevano contro i basamenti della scogliera, trenta metri più in basso, trasformando l’oscurità in un calderone d’argento e ombra.
Matteo era seduto su uno sgabello di ferro, intento a pulire con uno straccio di lino i riflettori di ottone. Enea era appoggiato alla balaustra interna, le mani ancora doloranti e coperte di vesciche per il lavoro sulla pialla.
«Perché non siete rimasto in città, Padre?» chiese improvvisamente Enea, spezzando il ronzio della lanterna. «Mio padre diceva sempre che voi eravate un professore a Genova o a Bologna prima di venire qui. Diceva che avevate le mani pulite e che la gente del paese vi guardava come se foste un vescovo.»
Matteo fermò lo straccio sull’ottone. La luce della lente gli attraversava il viso ad ogni rotazione, illuminando per un secondo i solchi profondi attorno alle sue labbra e lasciandolo poi nell’ombra più totale.
«Tuo padre parlava troppo, come tutti gli uomini che hanno paura di guardare dentro le proprie case,» disse il vecchio. Il suo tono era privo di calore, ma non c’era rabbia. C’era solo una stanchezza antica.
«Non avete mai spiegato a nessuno perché vi hanno mandato su questo scoglio,» insistette Enea, spinto dal desiderio di trovare un punto debole in quella muraglia di pietra che era il sacerdote. «In paese dicono che avete fatto qualcosa. Che avete rubato i soldi della fabbrica o che avete parlato contro il Vescovo.»
Matteo lasciò cadere lo straccio nel secchio degli attrezzi. Si alzò in piedi, lento, facendo scricchiolare le articolazioni delle ginocchia. Si avvicinò ai vetri della lanterna, dove la pioggia scivolava in ruscelli veloci.
«Non ho rubato niente, Enea. E non ho parlato contro nessuno. Anzi, ho obbedito fin troppo bene.» Il vecchio appoggiò il palmo della mano contro il vetro freddo. «Trent’anni fa ero il rettore della parrocchia di San Giovanni, nel quartiere dei cantieri navali di Genova. Un quartiere di vicoli stretti, di miseria e di polvere di carbone. Nell’inverno ci fu lo sciopero generale dei moli. Il prefetto mandò la cavalleria e la truppa con i fucili di precisione.»
Il sacerdote fece una pausa. Fuori, un colpo di vento particolarmente violento fece tremare l’intera struttura di ghisa della lanterna, facendo stridere gli ingranaggi della lente.
«La notte del tre dicembre,» continuò Matteo con voce piatta, come se stesse leggendo un registro dei morti, «la truppa cominciò a sparare nella piazza davanti alla chiesa. La gente scappava. Donne, operai, ragazzini che lavoravano come mozzi nei depositi dell’olio. Vennero a bussare ai portoni di San Giovanni. Centinaia di persone che urlavano sotto la pioggia, spingendo contro il legno di noce della facciata per entrare e trovare rifugio.»
Enea trattenne il respiro. Guardava la schiena del vecchio, immobile di fronte al mare profondo. «E voi che cosa avete fatto?»
«Io ero dentro con il sacrestano e due cappellani,» rispose Matteo. «Nel deposito della sagrestia c’erano tre tonnellate di grano inviate dalla curia per le missioni e gli arredi sacri di quattro confraternite, placcati d’argento. Il Vescovo mi aveva dato un ordine tassativo: la chiesa non doveva diventare un covo di sovversivi e la proprietà della Curia andava difesa a qualsiasi costo per evitare ritorsioni dalle autorità regie.»
Matteo si voltò lentamente. Il suo viso era illuminato di taglio dal raggio della lente.
«Ho fatto sbarrare i portoni con le barre di ferro. Ho ordinato ai cappellani di tirare i chiavistelli. Fuori la gente urlava, picchiava con i pugni contro il legno, chiamava il mio nome. Sentivo le donne che chiedevano pietà per i bambini schiacciati contro le gradinate di marmo dalla ressa e dai cavalli.»
«E non avete aperto?» La voce di Enea era poco più di un sussurro.
«Non ho aperto,» disse Matteo. «Sono rimasto inginocchiato davanti all’altare maggiore a pregare per la salvaguardia della Chiesa fino alle quattro del mattino. Quando il silenzio è calato sulla piazza e la truppa se n’è andata, siamo usciti dalla porta secondaria. Sulle gradinate ci stavano sette morti. Due erano ragazzi della tua età, morti soffocati contro il portone che io avevo chiuso dall’interno.»
Enea arricciò le dita nel palmo della mano. L’immagine del vecchio sacerdote immobile davanti all’altare mentre fuori la gente moriva sulle sue porte gli provocò una stretta al gelo dello stomaco.
«Il Vescovo mi diede una medaglia per la fermezza morale e la tutela dei beni ecclesiastici,» continuò Matteo, con un sorriso amaro che gli increspò le labbra secche. «Tre mesi dopo ho restituito la medaglia, ho preso la mia valigia di cuoio e ho chiesto di essere mandato dove non ci fossero portoni da chiudere. Dove l’unica cosa da difendere fosse una lampada ad olio e dove non ci fossero anime da salvare con la menzogna dell’obbedienza.» Il vecchio fece un passo verso Enea, sovrastandolo con la sua figura imponente.
«Tu vuoi scappare perché pensi che Don Sabato sia il tuo aguzzino, Enea. Pensi che costruendo una barca ti lascerai la tua codardia alle spalle. Ma la verità è che tu stai scappando perché hai paura di guardare tua madre negli occhi e dirle che Jacopo è morto anche perché tu non hai avuto il coraggio di salire su quella barca al posto suo tre mesi fa, quando sapevi che il fasciame era marcio!»
«Non è vero!» ruggì Enea, alzando il pugno e avanzando di un passo. «Io gliel’ho detto a Jacopo di non uscire! Gli ho detto che quella barca era una trappola!»
«Gliene hai parlato, ma lo hai lasciato salire!» ribatté il sacerdote con una fermezza d’acciaio. «E adesso vuoi rubare il legno dal cantiere, vuoi costruire una barca di fretta per mettere cento miglia di mare tra te e quella casa! Ma ti dico una cosa, ragazzo: puoi arrivare a Marsiglia, puoi arrivare in America o fino alle isole del Capo Verde. Ma quando salperai l’ancora in un porto straniero, la prima cosa che vedrai nell’acqua scura sotto la chiglia sarà il viso di tuo fratello e la vergogna di essere fuggito.»
Enea rimase pietrificato, il pugno a metà aria, il respiro corto e affannato. Voleva colpire il vecchio, voleva distruggere la lampada, voleva correre giù per la scogliera e tuffarsi nel buio del mare. Ma le parole di Matteo si erano conficcate nella sua testa come chiodi da calafato, accurate e spietate.
All’alba la tempesta si placò, lasciando il posto ad una foschia spessa e lattiginosa che galleggiava sull’acqua come un velo di calce. Il mare si era calmato in un’onda lunga e pesante, un mantello grigio che risucchiava rumorosamente tra gli anfratti della scogliera.
Sul molo di pietra lavica, il fumo del braciere spento si era mescolato alla nebbia.
Enea era seduto su una cassa di calafataggio, con i disegni del cutter stesi sulle ginocchia. I fogli di carta da lucido non erano più puliti: recavano le impronte nere di pece e gesso lasciate dalle mani del vecchio sacerdote, e lungo i bordi la carta si era increspata per l’umidità della notte.
Padre Matteo uscì dal capanno portando sulle spalle una trave di rovere stagionato, lunga quattro metri, scura e pesante come il bronzo. La posò sui cavalletti di legno con un sordo impatto che fece tremare le pietre del molo.
Si pulì le mani sul grembiule di tela.
«Questa trave viene da un leccio caduto sulla roccia vent’anni fa,» disse il vecchio, senza guardare Enea negli occhi. «Ha preso la salsedine, il sole d’agosto e il gelo dell’inverno. Non si piega con il vapore e non marcisce se ci metti sopra l’acqua salata. È la misura giusta per la ruota di prua di un cutter di dieci metri. Non dodici. Dodici è la misura di un uomo che vuole far finta di avere una nave. Dieci è la misura di una barca che un uomo solo può governare quando il mare si fa duro.»
Enea alzò lentamente lo sguardo dai disegni. Le sue mani erano ancora segnate dai tagli e dalla segatura, ma la rabbia cieca della notte prima si era trasformata in un peso freddo e solido al centro del petto.
«E il resto del legname?» chiese il giovane con voce bassa.
«Andrai dal falegname del paese questo pomeriggio. Non di notte come un ladro. Ci andrai alla luce del sole. Gli dirai che Padre Matteo ha bisogno di quattro corsi d’asse di abete per la passerella del faro e che li pagherà con le sei cassette di stoccafisso che sono nella cantina della torre. Ti farai dare la ricevuta firmata.»
Matteo prese dal banco la pialla di sorbo, quella pesante con il coltello affilato a specchio, e la mise nelle mani di Enea.
«E Don Sabato?»
Il vecchio sacerdote si voltò verso il mare, dove la nebbia cominciava ad aprirsi, rivelando il profilo scuro della costa e le prime luci del paese che si svegliava a tre miglia di distanza. Sulla linea dell’orizzonte, una piccola lancia a motore nera stava uscendo dal frangiflutti del porto vecchio, muovendosi lentamente verso la rotta di Punta Nera.
«Sabato conosce la strada per il faro,» disse Matteo asciuttamente. «Se vuole i suoi soldi o la sua legna, dovrà salire i trecento gradini di pietra con le suas gambe. E quando sarà in cima, troverà me ad aspettarlo sulla porta. Senza chiavistelli.»
Enea guardò la trave di leccio sui cavalletti. Poi guardò la lancia nera che tagliava la nebbia sul mare aperto.
Non ci furono promesse. Nessuno disse che la barca sarebbe stata completata prima dell’inverno, né che il legno avrebbe tenuto il mare quando la prima mareggiata di scirocco avesse investito la scogliera. Non c’era garanzia di salvezza, né un perdono facile per i morti rimasti a terra.
Enea piegò accuratamente i fogli di carta cerata, li infilò nella tasca interna del pastrano e prese la pialla con entrambe le mani. Si posizionò davanti alla trave, piantò gli scarponi sulle pietre bagnate del molo e fece scivolare la lama sul legno duro.
Il primo truciolo di leccio si sollevò sottile, curvo e profumato di resina antica, mentre il faro sopra di loro continuava la sua rotazione silenziosa nell’alba grigia, fendendo il buio che ancora si annidava tra le onde.
Desiree Ceccarelli