Le Cronache di Pontepiccolo – racconto di Daniela Montella

Le Cronache di Pontepiccolo – racconto di Daniela Montella

Nina aspetta il Dono da quarant’anni e sa bene che, se si riceve, bisogna esprimersi in modo chiaro. Barnabò Barnabei, che aveva sempre voluto usarlo per diventare l’uomo più ricco del mondo e aveva appena ricevuto il Dono, doveva aver detto ad alta voce: “Una montagna d’oro”. Questa è l’ipotesi più plausibile, dato che nell’istante successivo una montagna d’oro gli era caduta direttamente sulla casa, schiacciandola insieme a lui e a tutta la sua famiglia.

Stando al cronachista dell’epoca, Barnabò Barnabei era stato un uomo che non andava per il sottile e aveva sempre avuto problemi col concetto di metafora, proprio come il Dono. Rende vero tutto quello che si dice o si scrive, che lo si voglia o no. “Con le mani nel sacco”, ed ecco comparirti un sacco intorno alle mani. “Ho fame da morire”, ed eccoti stesa a terra, collassata e scheletrica, a un passo dalla morte. “Ho gli occhi addosso”, ed eccoti coperta di appiccicosi bulbi oculari.

Nina si affaccia alla finestra, guarda la luna e, come ogni anno, sussurra la stessa preghiera: «Io userò il Dono per fare del bene. Prometto. Grazie.»

Nella settimana che segue la Ricezione bisogna fare attenzione alle parole che si usano. Il Dono va a una sola persona, ma lo sforzo deve essere collettivo: dal momento in cui qualcuno viene scelto, ogni cosa che dice o scrive può diventare vera. Nel corso del tempo sono nate delle regole ferree sul Dono: mai lamentarsi, mai interagire in modo negativo, mai fare chiacchiere a tempo perso.

Quest’ultima è una regola nata anni prima, quando Martina Sovracassa aveva detto: “Che caldo, eh?” ad Agostino Fattibene, che non aveva capito le regole del Dono e aveva risposto: “Eh! Sto friggendo.”

Il cronachista dell’epoca non si era risparmiato alcun dettaglio sulla morte truculenta del povero Fattibene, e Nina ha sempre saltato quella parte. Pensa che certi dettagli non servano.

Sono anni che Nina si allena per non incorrere in stupidi errori. Ha fatto molte prove. Invece di dire “una montagna d’oro” può dire: “denaro in gran quantità dentro la mia casa”. Oppure “Il tubo del bagno è stato riparato”, “Il terreno dei campi è di nuovo fertile”, “Il lago è pulito e lo sarà per sempre”. O ancora, con malinconia, perché pensarlo la riporta alla realtà: “Mio padre recupera la ragione”.

Nina cammina piano per non svegliarlo. Vuole restare da sola con le sue speranze. Ama la notte della Ricezione, quando a Pontepiccolo si aspetta la mezzanotte per scrivere qualcosa e capire subito se si è ricevuto il Dono o meno.

Il pensiero di poter essere finalmente scelta le fa scorrere brividi di gioia lungo la schiena. È un privilegio che dura una sola settimana, ma anche una grossa responsabilità: dire una cosa sbagliata può portare a conseguenze disastrose per tutto il paese, come quando apparve il drago.

Quell’anno, nella notte della Ricezione, il Dono era andato a una straniera: una maestra elementare di un paese senza poteri magici, a cui nessuno aveva detto nulla. A quei tempi si pensava che il Dono fosse solo per chi era nato nel paese.

Lei, invece, raccontando una favola ai suoi bambini, aveva generato un drago sputafuoco. Avrebbe continuato fino a riempire Pontepiccolo di alberi parlanti e streghe onnipotenti se uno dei suoi studenti, vedendo il drago fuori dalla finestra, non l’avesse fermata. La maestra aveva dovuto dire ad alta voce che il drago non esisteva davvero. Questo, stando al cronachista dell’epoca, si era rattrappito fino a sparire. Nina ha saltato a piè pari quella parte molte volte, con rabbia, per non pensare che perfino una straniera impreparata l’aveva ricevuto prima di lei.

Il Dono può andare a chiunque si trovi a Pontepiccolo in quella specifica fase lunare, nativo o meno. A lei, che dal paese non si è mai mossa e che sa di essere pronta, non è ancora successo.

Sogna un paese rinato, il lago di nuovo pulito come quando era giovane, le casette in file ordinate. Sogna aria pulita e suo padre che recupera la memoria. E – con vergogna, con timore di essere scoperta e derisa – sogna anche Marcus, il garzone del lattaio. Nina sospira ancora una volta al pensiero. Forse è troppo giovane e daranno scandalo. Ma lei ha fame di vita e di giovinezza, e quel garzone gentile sembra prometterle di recuperare tutto il tempo perso. Nina si perde in vergognose fantasie su loro due a braccetto sulle rive del lago, e quando si volta a controllare l’orologio sobbalza: mezzanotte e nove minuti. Esita, si guarda intorno, e sussurra:

«Un pettirosso giallo.»

Domattina cercherà le tracce di un pettirosso giallo. Un segno piccolo, innocuo, ma abbastanza bizzarro da essere riconoscibile. Si chiede se dire subito ad alta voce qualcosa di più preciso. Un muretto di mattoni sotto casa, magari, o una pila di libri nuovi accanto al letto. Ma ha paura di rovinarsi la sorpresa. Vuole andare a letto contenta, e quindi aggiunge:

«Marcus mi dichiara il suo amore.»

Arrossisce e ridacchia da sola per quella sua audacia. Va nel suo grande letto vuoto e abbraccia il cuscino. In mattinata potrebbero arrivarle il latte e una proposta di fidanzamento. Non ne ha mai avuta una da un ragazzo così grazioso. Quasi fa fatica ad addormentarsi e, come lei, buona parte di Pontepiccolo.

Nina non è la sola a sognare di ricevere il Dono. Alma Mercalli, in fondo alla strada, spera di essere scelta per tornare giovanissima e bella come il sole. Ceppo Toni, il garzone del fornaio, si vuole alto un metro e ottanta. C’è anche chi approfitta dell’avvento del Dono per provare ad avere un piccolo giardino, chi descrive minuziosamente il proprio cane che vive fino a trent’anni, e chi fa l’elenco di tutte le riparazioni miracolose che possono avvenire nell’arco di una notte.

Pontepiccolo è un paese modesto come i sogni dei suoi abitanti. Sarà per questo che idee gloriose come quelle di Barnabò Barnabei vengono scartate dalla maggioranza; se formulate male, sono destinate a finire peggio.

A furia di tramandarsi cronache minuziose su uomini fritti, draghi sputafuoco e colonie di fate, il popolo di Pontepiccolo ha imparato la sottile arte dell’umiltà. Tenersi coi piedi per terra. Sognare poco, parsimonioso e bene, per evitare brutte sorprese.

Il problema dei desideri è che, spesso, pur di illudersi e vederli avverati, si cercano conferme ovunque.

Così, quando Nina si sveglia, la prima cosa che fa è cercare fuori dalla finestra qualsiasi cosa le ricordi un uccellino giallo quale che sia. C’è foschia e non vede bene, ma quando vede volare qualcosa di giallo le si spezza il fiato in gola. Si sporge dalla finestra per cercare tracce di Marcus; è l’alba, starà per arrivare.

Mette il vestito della domenica, si raccoglie i capelli in una crocchia stretta e indossa il suo scialle migliore. Sente un borbottio indistinto provenire dall’altra stanza.

«Papà?», chiama, «Sei tu?»

Immagina Marcus che, pazzo d’amore, si arrampica sulla grondaia per cercarla, ma è davvero solo suo padre, che si è svegliato e ha cominciato coi suoi chiacchiericci mattutini.

«Papà», Nina si avvicina, delusa: «Papà, vado a cercare il lattaio e torno, va bene?»
«Il lattaio?»
«Sì, è in ritardo», dice, per poi maledirsi l’istante successivo. Adesso sarà davvero in ritardo e dovrà andarlo a cercare.

«Stai attenta», sbotta suo padre, «c’è la scimmia fuori casa. Gesù!»
«La scimmia fuori casa? Ma…» Nina si interrompe e alza lo sguardo al cielo. Adesso dovrà controllare anche le scimmie.

«Torno subito, va bene?»
«Occhio, che qua…»

L’occhio rotola lungo il corridoio, piccolo e discreto, ma Nina non lo vede. Esce dalla stanza mentre suo padre sta ancora parlando. La sua presenza non cambia molto; suo padre può andare avanti a parlare anche da solo.

Quando apre la porta di casa, il primo istinto è quello di urlare. Si copre la bocca con entrambe le mani. Sulla staccionata di legno c’è davvero una scimmia.

«Oh, Gesù…» mormora, per poi bloccarsi di nuovo. Credeva che sarebbe stata più lucida di così, invece sta evocando una cosa dopo l’altra. Tiene la bocca ben chiusa. La scimmia la guarda indecisa, grattandosi un’ascella. Nina potrebbe dire “non c’è nessuna scimmia nel mio giardino”, ma esita all’idea di guardare quella povera creatura contorcersi e sparire. Una cosa alla volta, si dice: prima Marcus, poi mettere a posto la questione della scimmia.

Cammina lungo il viale alberato. Nonostante la foschia, vede benissimo gli uccellini gialli (sicura che non siano semplici canarini? si chiede). Si trattiene dal dire “Oddio” per non rischiare di far apparire anche Dio.

Gesù è già lì; il lago, di solito verde e giallo dall’inquinamento, adesso è rosso e odora di mosto. Gesù ci sta passeggiando sopra. Sembra si stia divertendo un mondo. Quando la vede, sorride e alza la mano per salutarla. Nina alza la mano e saluta a sua volta. Questa è difficile: con che coraggio può togliere Gesù da quel piano dell’esistenza?

Pensa che dovrebbe fare qualcosa prima che se ne accorga il prete, ma poi vede Marcus sulla sua bicicletta e si dimentica anche di Gesù. Sistema lo scialle sulle spalle. Marcus ferma la sua bicicletta. Sta guardando il lago rosso di vino e Gesù, che adesso saluta anche lui. Nina si avvicina. Lui si volta.

«Ma cosa…»
«Ti amo anch’io.»

Marcus si blocca e la guarda senza dire nulla. Dall’iniziale confusione passa a uno sguardo divertito. Sembra quasi dire, con terrore di Nina: cosa va farneticando la vecchia zitella? Lui apre la bocca, forse per dire qualcosa che le spezzerebbe il cuore; ma, per fortuna, il drago sputafuoco arriva prima.

Nina ricorderà il rumore croccante delle ossa di Marcus e il modo in cui il drago spicca di nuovo il volo sul lago di vino, dando fuoco a tutto. Ricorderà Gesù che si salva correndo sulla riva più vicina. È in quel momento che capisce che il Dono è andato a suo padre. Che, da solo a casa, sta rovistando in un vecchio ricordo di scuola e parla ad alta voce: «È vero, è vero… un drago… c’è un drago che mangia gli uomini… maestra, basta!»

Pontepiccolo impara dai suoi errori, ma ci sono sempre nuovi modi di sbagliare. Lei aggiungerà la regola di controllare quello che dicono gli anziani durante la distribuzione del Dono, per accertarsi che non sia andato a loro, che non straparlino.

Nelle Cronache scriverà tutto: delle vittime, del lago di vino che avrebbe bruciato per giorni, delle avventure di Gesù e della scimmia, della pioggia di monete d’argento e delle nuvole canterine. Di come sia riuscita a far dire a suo padre le parole giuste per liberarli dal drago.

Scriverà del modo in cui tutto tornerà alla normalità; di come il solito assorbirà la magia; di come tutto sarà uguale, ma con un tocco nuovo. Di come le giornate scorreranno identiche, salvo l’occasionale segno del passaggio di un evento eccezionale.

Scriverà delle sue domeniche, delle sue letture, dei piccoli giorni normali, dei momenti di noia. Racconterà di Pontepiccolo oltre il Dono.

Scriverà di tutto, perfino della sua frustrazione per non averlo mai ricevuto. A volte, scriverà, i desideri ce li scegliamo perché ci facciano del male. Forse è per questo che a me il Dono non è mai arrivato.

Penserà spesso a quell’amore non corrisposto; a quel piccolo, vergognoso segreto delle sue carni vecchie ma ancora acerbe, e all’espressione divertita di Marcus. Racconterà tutto con grande rigore e sarà ricordata come una delle migliori cronachiste del paese, ma quel suo piccolo segreto rimarrà per sempre fuori dalle Cronache di Pontepiccolo.

Daniela Montella

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