La làmpana – racconto di Mark Bedin
Redazione2026-05-18T09:53:54+02:00Entro il circolo venoso dell’assito i tarli suscitavano il loro omai atavico crepitio psicastenico. I furenti barbagli delle folgori oltre la vetrata inzagavano transuenti schegge di luce; menomi clinamen dalla carca et plumbea etra disorbitàvano romiti interni alla stanza come per intermessa usucapione. Ristava immoto, issofatto, una coreutica storpiatura, nonché egemone, posàtasi a guisa d’ala d’ombra promulgata, suvvi le vettovaglie… La congèrie stipata nel ventre della stanza: diegetica vieppiù, nell’istante del rapsodo fulgureo. Ogni ordegno internato, tra i lignei arti per lo sostentamento del mobilio, cupole d’orioli, tra gli intagli delle cornici ligiamente laborate, raffinati cammei d’agata e di conchiglia, gastrici atanor, sghimbesce teche di lepidotteri confitti e vetuste portagioie, traboccanti calamai, lorgnon, tegami e pignatte d’oricalco, ossidati et bistorti candelabri, stridenti carillon ai piè di sbreccate anfore, slogati grammofoni scrignuti o a tergo di idropiche et gualcite tende muffite e lanterne obbliate e checché… Fungevano d’usbergo alle leste insidie artropode; talché, sovente, sollecitava la postremità dell’occhio un repere levitante di adro pigidio opalescente, o simulacri eterocliti sesquipedali… Badiali di cheliceri manifesti contro lo tiglioso rizzato. Lo mucido olezzo et fungino allignava circonfuso, in conflato con un certo vago alone di gas; quale micelio fantàsima; e ne subissava, soverchio, l’intero gabinétto ipogeo. Oltre le mura una procella, furente, miaolava quale corda mefistofelica strinata da una fraudolenta colofònia, di violino, parossistica avvegnaché non inopinata; sfociava, petulca, colle proprie corna d’uragano, contro il cubi cementati, intromettévasi coi bernoccoli et col grugno infernico tra i cipressi, tra le edùle more dei gelsi, gincanava tra i lampioni lungo le consunte bitumate, stiantàvasi contro i telai delle vetture… A suggere la polve, contorcesi; e brontolava, ribobolava, tra peristaltici borborigmi tonitruanti, con l’adro et roco estuare d’un epigastrio viscoso e scistolico inserto nello più bùgio vorago, indi imbolava le traiettorie degli augelli, depistava l’usmare proditorio delle fameliche fere, urgendo, matrice egli medesmo, folgori et saette, tra il pluvio scrosciare, serrato, quale risentimento algico dello malestrùo universo: leitmotiv di un congenito merore… Di intrinseca ambascia.
Ove la folgore non giungeva, l’ombra cangiava plurime pose fugaci, seguitando, parea, uno stilema che ricalcasse il sesto a settonce ancorché -entro la cripta-, menava gli spiritati calcagni nella maniera d’un ribaldo… D’uno sbronzo filibustiere; stornàvasi stagliando la propria silhouette nel vano tenebricoso, un poco scancìa colle falangi d’ambo le mani intricate alla cinta, sotto la protuberanza adiposa; indi ristava assisa sull’assito, coi cùbiti stretti dall’incavo a tergo delle ginocchia e la scucchia folcita dai medesmi; o sperticata, et smilza, rintanàvasi all’angolo orientale della cripta ipogea, col tergo ben incuneato all’angolo, coi palmi della mani all’adre gote del grifo leptopròsopo.
Introcque mugliava, da fora, l’ostinato vento et inmeàvasi, scaltro et càllido, tralignando entro le mucide fenditure nella roccia esantematica; ivi, principiava la propria spiritata ridda et concitata tresca, condecente che no: vellicava le filacciose muffe a ingrommare le fetide uligini, la putre tabe colliquata d’un loco orbato d’ogni lapillo di barlume, l’eburnea et congesta efflorescenza salnitrica, le tigliose et blasonate farragini in mistione con echinodermici licheni ameboidi. Unqualtro s’è potuto traudire nell’indefesso corrodersi degli eoni.
Solitava, l’ombra, a porre il volto a breve distanza dalle apostemiche mura, adimàndolo, il mento, o vergendolo lento a dritta per poscia rifuggirlo opposto a mancina tradendo un guatare nulla invero: quale intenta a imbastire una mendace… Farlocca ermeneusi; dacché guercia nel cèrebro, parea guercia equipollente all’orbata et famelica fera intenta al più cauto usmare, giunta alfine, poscia estenuante perlustrazione, innanzi a un rancio di carne edùle; deinde, tattamèa, l’ombra, scevra d’ogni concinnità allorché sancita gaglioffa nella disamina dei macro connotati delle movenze.
Movéasi a guisa dell’oscillazione consustanziale alle posidonie oceaniche; e alfine, declinàvala novamente, la crapa, a pria altrettale, senonché viemmeglio sbilenca: non peranco persuasa, vieppiù risoluta; quale automa che volesse, poscia decadi preterite solitando dismesso alla stregua d’oggetto dappoco… Abbietto… eccettuate le meccaniche sinapsi et i bulbi ricettori -queste, con la di lui cortezza, fruibilissime-: et indi elicitando un menomo estro volto al voyeurismo, come volesse, dicévasi, pantomimare lo proprio demiurgo e le sue proprie posture a lungo lumate et scorte -si sturbi l’imago colla figurazione d’una bramosa contessa dinanzi a uno speglio, nella propria alcova; a tribolare coi croi polpastrelli intorno a zone gibbute dai flogistici gavoccioli-.
Avvicinòssi, l’ombra, colla fronte al metastatico muro; introcque, questo, da una fistola, principiò querulo, poscia lesto estuare, a protuberare una tigliosa nervatura… Promulgando le fibre… In una elongata et estroflessa appendice cuspidea; presentàvasi in guisa di un groviglio di immillati nerbi infinitesimali di ràdica tra loro attorti, cistosa et galligena; protrudévasi dinamizzata… Arboresceva… Prolassata dal turgido onfalo, vieppiù acuta, nell’aere, al piancinto parallela. Cubava entro il di lei corpo colonie di nematodi; laonde, tremula, innervàvasi, volta all’ombra; quest’ultima, l’ombra s’intende, a guatarla, pareva volesse emettere vagiti in pria nella gozza rasciutti. Per un istante, là, ove erniosa principiata, in quel loco a tergo dell’appendice, delineòssi, dell’ombra, una simìle protuberanza chirale intenta a abbozzolarne la forma; in guisa d’un infante che volesse, petulco, squarciare intestino l’alvo materno. In pria pudibonda, simultanava, l’appendice parietale… Cauta da somigliare reticente… Viscida et grondante d’un verzicato icore et sugnoso, avvicinòssi alle lingua elongata. Vellicòlla; elettrostatica. Vieppiù turgida, l’appendice, dagli enfiati vacuoli e nutricata dagli umori stagnanti della parete; peristaltica, eziandio. Allorché, deiscente, spaccòssi issofatto l’epicarpo et propagòssi, inopinato, un bailemme assembrato di intricati et nigredici nematodi a corimbo. Propagàronsi, poscia, altrettali, in uno sgorgo d’amniotico viscoso a lordare il piancito, ulteriori appendici minori dalle conseguenti fedite; quali tentacolari et isteriche addenda organiche et putri.
Allorché della lingua e delle propagate principiava lo primigenio conflato; ove organiche le ràdiche configgévansi et mescidàronsi collo scheletro fibroso e i sanguigni vasi; insino, fuia, a irrumarla, l’indelibata ombra: precipite labéttero lungo la superfice della medesima lingua, et preste inmeàronsi. Interne, pel gorgozzule, progredendo tosto nell’imo dell’epa, dacché empiuta, enfiòssi subitanea. Nondimeno leste, l’altre appendici, ghermìronla pei lombi, asserpòlle i cùbiti et avvinghiòlle i polsi… Pel tergo concavo dei ginocchi, si avviticchiò a stretta lianza, con triplice giro, avvincendo ogni di lei arrischio di ricusare alcunché. Seco et a sé portòlla ove pria l’organismo parietale ne simultanò l’imago; mentreché interna, tosto rependo, preliava e everteva lo involucro esoterico dalle umane fattezze. Omai profligata, quali asfittiche, le membra pendule cedettero lungo i fianchi; frattanto, staccàronsi dal piancito i piè, sfilacciandosi in sfrido d’ombre et conseguenti frustoli anarcoidi: in guisa d’esausta fera, che da propria vestigia estrusa in uno speglio di brago, sollevi stracca la zampa. Tremebonda, finanche, l’ombra levitava: non che somigliasse al pupattolo appeso a intrugliata crociera da un qualche fantasima se non che a finissima sagoma cartacea nell’onfalo d’un gùrgite: un urbe di putredine rivoltolàvagli interna… E moccoli di scialorrea spargévansi oltre l’adre labbia in pria intemerate; pletorici si fecero i muscoli precipui; l’epidermide screziàvasi in guisa dell’equorea superfice inzagata dallo zufolare d’uno zeffiro…
Londe il parossismo, pervicace et pernicioso…
Dal soffitto, si asserpava tra le maglie metalliche d’una breve catena, precipite, insino a giungere alla làmpana, il cavo polverulento della istessa; principiò, la làmpana, sfrigolando, entro la bulbacea ipsicefala ampolla, già turgida dell’inerte argon, et protuberando, in primis, una rizomatica capillare elettrica, ritràttasi subitanea, sospendéndone, viscerale, un alcunché di opaco et pressoché soffuso, come l’ali membranose rese sui iuris dalle elitre in una cognizione d’abiura unqua ricettata; poscia, un fievole afflato, fulvo-eburneo: millimetriche ràdiche limiere ex novo, sistoliche et nerbose sebbene anco ammansite, indi nel limo… Nel brago dell’inerte, riprincipiava la balbuzie, vieppiù isterica; in sé repluava, inseandosi, quanto pretermesso a ogni cioncata pulsione, nonché coagulava viemmeglio in caliginosa coltre, non peranco raggiunta la propria entelechia… Vieppiù… Vieppiù morbosa et contubernale s’intensificava nelle attorte spire al tungsteno, in un pispiglio da conciliabolo, quasi a peptonizzarlo et illecebrarlo serafico, il tungsteno, eziandio; allorché ecco la propria postmatura manifestazione, algida in principio, come trasfigurato chimico fardello: il lumen preliò immantinente esalato la calcarea tenèbra della stanza, come a mantrugiarne la già ristretta perimetria finitima… Poi più nulla: il vacuo: nemmanco il crepitio dei tarli; scomparvero finanche le vettovaglie… Et l’ombra.
Mark Bedin