Epaminonda – racconto di Lorenzo Berardi

Epaminonda – racconto di Lorenzo Berardi

Permettete che vi ragguagli. Vi trovate nella pigneta di San Giovanni, pertinente alla Provincia Romandiola dello Stato Pontificio e questo è l’Anno Domini millecinquecentodiciotto. Giusto iersera vi ho completato il mio duemilacentonovantunesimo dì. Vidi la luce nell’adiacente città di Ravenna, l’otto marzo di un anno bisestile. Vi chiederete come sia possibile che, in così giovane età, io sappia favellare con padronanza, nonché far di conto con siffatta destrezza. Ebbene, sono autodidatta. O, per meglio dire, possiedo una conoscenza innata e solamente sommersa. Ogniqualvolta si manifestano suoi affioramenti, è come se ciascuno di essi aggiungesse un cerchio all’ancor esile tronco del mio sapere.


Di circonferenze nel legno me ne intendo, avendo eletto a dimora questa foresta fra due rivi. Albergo qui, al riparo dei sempreverdi, a ridosso di un litorale mutevole e sventagliato dai marosi. Mi ci sento al sicuro, poiché nessuno dei miei concittadini vi si appropinqua volentieri. I chiacchiericci circa la terrificante creatura che infesterebbe queste fronde, assalendovi frati, viandanti e financo briganti per pascersene, tengono i ravennati alla larga. Eppure, io mai ho scorto questo supposto “mostro” durante la mia permanenza silvana. Al contrario, sotto alle corolle dei pini domestici mi sento al sicuro da sguardi indiscreti. Perciò desidero rimanere nella macchia litoranea sino alla fine dei miei completati giorni, la quale ancora non riesco a calcolare con sufficiente contezza, ma che ho ragione di ritenere remota. Del resto, individui dotati dei medesimi connotati fisici, morali e intellettuali non nascono spesso o per mero accidente e io dovrò a un certo punto tracciare un segno indelebile.


Ora, poiché potete solo intuirmi quassù nella penombra, tenterò di descrivermi o perlomeno di accennare ai tratti salienti di un formidabile aspetto. La mia altezza equivale suppergiù a due braccia comuni, mentre peso fra le cinquantadue e le sessantatré libbre ravennati, a seconda di quanto il bosco elargisce in aggiunta ai suoi funghi e pinoli. Ho un volto barbuto e leonino, suggellato da ben proporzionate fauci e ingentilito da un corno eburneo, posto al centro della fronte. Non agito arti superiori, bensì due alette di una membrana cartilaginosa lucida come pece, le quali non consentono di spiccare il volo, ma sono ideali per procurarmi vantaggio fra i rami. Sul mio petto implume e dall’incarnato delicato come quello di un lattante sono impresse vermiglie e in modo tale da parervi ricamate con ago e filo tre lettere maiuscole: V, X, Y. La Y si trova al di sopra di un muscolo involontario, che batte e batte imperterrito, mentre la X è all’altezza dello sterno e la punta della V si colloca in corrispondenza del mio capezzolo destro. Dispongo di due gambe confacenti ai miei scopi, ma l’una non potrebbe differire maggiormente dall’altra, per quanto abbiano lunghezze paragonabili. L’arto sinistro parrebbe pedestre, alluce compreso, se non fosse per la presenza di un occhio, dotato di palpebra, ma sprovvisto di ciglia, incastonato a guisa di gemma nel ginocchio. Peccato che sia un occhio cieco, dalla cui pupilla scarlatta nulla registro. In compenso, mi adopero per tenerlo serrato, onde evitarvi infezioni. Quanto alla gamba destra, la ricoprono squame giada e turchesi – aderenti alla muscolatura come una guaina – e termina con tre artigli da rapace: gagliardi, prensili e acuminati. Vanto poi ambo gli apparati riproduttivi a voi noti; il che rappresenta soluzione d’ingegneria idraulica superiore, nonché potrebbe un giorno tornare comodo in altri infrattamenti. Concludo rivelandovi che il mio timbro vocale copre inusitata estensione: ora soprano ora baritonale, ma lo adopero solo in casi di estrema necessità.


Ancora non vi ho detto chi sono e il motivo di questa reticenza è plurimo: non ho nome, né patronimico e nemmanco cognome. Se proprio dovete, chiamatemi Epaminonda. Soffro, per così dire, di orfanità condizionata; stante l’esilio dall’alveo familiare al completamento del mio secondo dì, subito dopo aver espresso i miei primi, sensazionali, vagiti (con cui peroravo la causa di un regolare allattamento al seno materno). Eppure, ai miei genitori non serbo rancore. Gli sono, anzi, riconoscente per avermi scampato il battesimo, ché per questa dottrina ecclesiastica e per i suoi prelati cultori di una lingua sepolta, provo insofferenza. Anime semplici, cuori pavidi, i miei erano impreparati a ritrovarsi fra capo e grembo un siffatto portento epocale e la decisione di menarmi nel folto della pigneta del santo Vitale la reputo condivisibile. Nel caricarmi su quel carretto e poi nel gettarmi esanime fra verzura e melma compievano la scelta migliore per consentire al mio talento latente di raggiungere il suo apice, distante da loro. La sensazione di tradimento che provai durante quella prima notte all’addiaccio fu breve. Quando rinvenni ero famelico e quindi restio al perdono filiale. Soltanto dopo aver lacerato le fasce legate strette con l’ausilio dei miei minuti artigli potei esaminare con calma l’intera faccenda e tosto escogitare una strategia per rifocillarmi di siero o cagliata l’indomani.


Da allora, vivo in solitudine e parlo di rado al prossimo. Tuttavia, non crediatemi all’oscuro di quanto accade oltre la mia seconda pigneta, nei possedimenti dello Stato Pontificio e nel resto del globo terracqueo. Io perpetuamente ausculto pettegolezzi, superstizioni, maldicenze che penzolano in quest’aria malsana e salmastra. Quindi, passo all’arcolaio dei miei pensieri tali matasse di fili sparsi e ne produco gomitoli di conoscenza, che poi mi arrovello nel dipanare. Conduco dunque un’intensa esistenza intellettuale nella quale costa parecchio daffare arginare la ridda di premonizioni che mi si scatenano in testa. Il loro impilarsi causa un insostenibile prurito al corno che ho sulla fronte, rendendolo rovente.


All’epoca dei fatti che intendo narrarvi mi trovavo in circostanze diverse da quelle odierne. Lasciata la prima selva alla quale ero stato affidato, avevo brancolato e guadato fra caligine e tenebre, raggiungendo infine un podere al limitare delle paludi a mezzogiorno della mia città natia. Qui dimoravo, trascorrendovi gran parte del tempo fra i covoni del fienile, elucubrando. Nottetempo accedevo all’attigua stalla, per ingollarvi sorsate di latte sutto alla chetichella. Nulla allora sospettavo degli accadimenti al di fuori del mio nido di paglia e mammelle, nel quale gli unici pericoli alla mia incolumità erano schivare il forcone del mezzadro e gli zoccoli posteriori delle vacche inalberate.

Da tale bambagia mi destò, quel venerdì dopo aver completato il mio trentunesimo giorno, un fragore antelucano. Era contraddistinto da un persistente, regolare, rintocchio cupo quanto quello delle campane a morto. Questo susseguirsi di colpi, così mattiniero, aveva chetato persino il gracidare dei batraci negli stagni attorno. Per certo io mai avevo udito qualcosa di simile, benché la mia esperienza di frastuoni terreni fosse ancora limitata. In seguito, avrei paragonato il rombo sequenziale dell’artiglieria al succedersi di tuoni di un fortunale in arrivo dalla Schiavonia. Eppure, in quei frangenti, preso alla sprovvista, mi chiesi se non stesse giungendo quella «Apocalisse!» annunciata dai ravennati in bizzarra concomitanza alla mia venuta alla luce, o quantomeno una gran sciagura. Frattanto, nel tepore umidiccio del mio covone, cominciai ad avvertire un pizzicore al centro della fronte. Ben presto ciò divenne un impiccio, poiché l’affastellarsi di premonizioni legate a quel baccano non s’arrestava. Tanto più che all’incessante rintoccare si erano sovrapposte folate di sbattimenti metallici, schiamazzi e trapestii. Esasperato, non riuscii più ad assopirmi e questa veglia forzata condusse a ulteriori elucubrazioni divinatorie, cosicché il prurito al corno divenne insopportabile e la mia fronte cocente.


Dopo ventotto ore insonni, la mattina seguente, mi diressi alla sorgente di tale cacofonia. La trovai facilmente, seguendone il tanfo nell’aere. Sorgeva accanto al corso del fiume Ronco, che più in là raggiunge e asseconda le mura di Ravenna, prima di trascinarsi verso la foce. L’accampamento, che scoprii esser franzese, consisteva in un assembramento di tende variopinte e carrozzoni, rassomigliante a quello allestito da compagnie di saltimbanchi girovaghi, ma ben più vasto e maleodorante. Qui fra cataste di fascine, picche o alabarde sbrecciate e braghe sanguinolente stese a coagulare spiccavano le pile fecali innalzate da ventimila fra guasconi, piccardi, lanzichenecchi, mercenari italici e destrieri. Orbene, la mia apparizione negli acquartieramenti nemici – o forse dovrei dirli “amici”, visto che loro antagonista era, al pari del mio, Papa Giulio II? – destò una gran commozione. I cavalli imbizzarrirono disarcionando capitani di ventura e cavalleggeri, i fanti si prostrarono nel fango mentre il loro armamentario di colubrine, falconetti e spingarde fece cilecca, privandomi di una salva d’accoglienza. Non me ne dolsi, poiché il pandemonio provocato il giorno prima dalle loro polveri piriche era bastante.


Così percorrendo l’accantonamento seguito da un codazzo di esclamazioni e turandomi il naso con le mie alette scure, giunsi a un padiglione ligneo. Qui, attorno a un tavolaccio, era in corso un ‘Consiglio di guerra’ nel quale i condottieri di quella masnada si abbaruffavano su quanti dei loro sottoposti far macellare e su come poi spartirsi le spoglie della città assediata. Poiché mi parvero discussioni oziose alla vigilia di una pugna dalla quale i franzesi potevano pur sempre uscire scornati, lo feci presente alla congrega, annunciando al contempo la mia presenza sulla soglia. Optai per il timbro baritonale e ottenni subito completa attenzione. Seppur tutti nemici giurati del Pontefice, alla mia esortazione a ridurre piuttosto il baccano e il fetore emanato dai loro uomini d’arme, i messeri risposero invocando il Creatore, suo figlio crocifisso e una cernita di apostoli. Riavutisi dalla loro estemporanea crisi mistica, ma ancor pallidi in volto, i capitani mi implorarono di risparmiare ulteriori flagelli alle loro truppe. Replicai di come fossero, al contrario, le mie oreglie e le mie nari soggette alla duplice doglia del fragore e del lezzo prodotti dal contingente al soldo franzese. Conclusi tale ragionevolissimo appunto con un acuto da voce bianca che impressionò i miei interlocutori e infranse l’otre di Trebbiano posto al centro del tavolaccio.


Al che, dal gruppo di comandanti attoniti mi si avvicinò un giovincello di pelo crespo e biondiccio, che sfoggiava vambraci lucenti e stivaletti di rara fattura. Pareva aver completato sì e no vent’anni, ma in lui colsi un’attitudine spavalda la quale lo faceva spiccare nell’adunanza. Presentatosi come «Generale de Foix, duca di Nemours», si inginocchiò al mio cospetto, comunicandomi come gli fosse giunta voce della mia venuta alla luce, il mese addietro, mentre si trovava a Brescia. Devo ammettere che questa rivelazione mi ringalluzzì; dimostrava infatti come la mia formidabile levatura fisica, morale e intellettuale fosse nota in lungo e in largo nella penisola italica. Prestai allora udienza al de Foix, il quale proseguì chiedendomi di favorire i miei graziosi auspici al suo esercito, acciocché esso potesse sopraffare le forze della Lega Santa, entrando in Ravenna l’indomani. Questo esito, aggiunse, avrebbe presto azzerato il bailamme, scongiurando il protrarsi dei cannoneggiamenti. Risposi che il patto mi stava bene, ma che egli confondeva “auspici” con “aruspici”, come a dire “fischi” per “fiaschi”. Per meglio chiarire tale sottigliezza semantica, nonché per alleviare il bollore al corno, esposi nel dettaglio le premonizioni sulla disposizione delle truppe papali sul campo di battaglia, il dì seguente, e sul loro posizionamento alla Rocca Brancaleone. Compreso il punto, Messer de Foix intimò a un certo «Odet!» di prendere immantemente nota delle mie parole. Finite che furono, il gentiluomo biondastro si prodigò in ringraziamenti, addirittura baciando, «per suggellare il nostro accordo e in segno di deferenza», la palpebra del mio occhio cieco, sulla rotula del ginocchio sinistro. Gesto che mi imbarazzò alquanto e innescò un duplice mutamento nelle mie pudenda al quale mai avevo assistito in precedenza. Forse anche per questa ragione, il de Foix impose agli astanti di tacere vita natural durante di quel parlamento.


Il giorno seguente, domenica di Pasqua, ero di nuovo al podere, nonostante esso fosse stato depredato durante la mia sortita franzese. Al contrario del mezzadro e della sua famigliola, sgozzati e riversi bocconi nell’aia, così come delle vacche, condotte e già macellate altrove, il fienile era stato risparmiato. Così fu dal tepore di un covone, rimpinzandomi di salcizzoni e salamelle donate dal de Foix e dal suo alleato duca di Ferrara, che seguii l’evolversi acustico dello scontro. Verso sera udii gli schiocchi degli archibugi, le urla dei guasconi e il clangore delle ferraglie lanzichenecche sguinzagliate attraverso le brecce della città. Quel che seguì non lo avevo ancora preconizzato, ma mi apparve in quegli istanti. Razzie, violenze, ammazzamenti. Anziani fustigati e pulzelle vergognate. Porte divelte a pedate e roteanti sui loro cardini, come segnavento scapuzzati. Monache e frati desnudi per strada, fra i lazzi, le risa, i diavolii della soldataglia ebbra. I tonfi dei fagotti di apparenti stracci gettati dalle finestre e spiaccicatisi cremisi sul selciato dabbasso, fra deiezioni, carcasse equine, baiocchi pontifici sparsi, nasse divelte e rigagnoli di piscio. Tale coacervo di bestialità si protrasse fino a notte alta, allorché i roghi appiccati per diletto e irrorati di spirito, ridotti a tizzoni fumanti, conferivano a Ravenna, vista dal mio fienile, un aspetto che quel fiorentino peritovi in esilio avrebbe paragonato alla città di Dite. Accadimenti, che vieppiù mi convinsero di aver compiuto un gesto caritatevole nell’abbreviare il mutuo martirio di quell’assedio.


Al completamento del mio trentacinquesimo giorno, martedì, terminati i vettovagliamenti franzesi e altrui, nulla più mi legava al podere devastato, dove ero oramai impossibilitato ad approvvigionarmi di latte. E allora intrapresi la lunga tirata a levante che mi condusse a questa pigneta divenuta il mio luogo ameno. La scelsi soltanto perché potei raggiungerla tenendomi alla larga dalla città, ancora sfrigolante a tramontana. Nei campi, nei vigneti e nei frutteti che attraversai regnava, finalmente, un silenzio tombale. Vi camminai per ore, senza incontrare anima viva, ma imbattendomi nello sfasciume della battaglia, il cui esito avevo contribuito a indirizzare, e in altri poderi diruti. Approfittai dei relitti lungo il percorso per rifocillarmi, lodando gli insaccati franzesi ed estensi per avermi rivelato la carne vermiglia nelle sue differenti stagionature e concluso così il mio svezzamento. Quanto al Generale de Foix, duca di Nemours, mai più lo rividi. In seguito, ebbi a sapere della sua dipartita nella pugna, mentre era al comando di una carica di cavalleria. Non ne rimasi sorpreso. Era, quel biondo, un condottiero spavaldo, ma dal soverchio impeto. Mal gliene incolse di quel bacio di pace affibbiato al mio occhio cieco prima di fare la guerra.


Orbene, senza dilungarmi oltre, rieccoci al punto di partenza; o meglio di arrivo, per quanto vi concerne. D’altronde è evidente che il vostro destino fosse tratto nell’istante in cui decideste di metter piede in questa pigneta. I chiacchiericci sul “mostro” che vi albergherebbe sono, ritengo, infondati, eppure avrebbe dovuto bastarvi la presenza dei camaldolesi al suo limitare per mettervi in guardia. Adesso è ora troppo avanzata per tornare a ramengo, senza contare come questo imbrunire annunci una notte velata di nubi, priva di astri nel firmamento. Spero di non avervi tediato e vi ringrazio per avermi cortesemente prestato ascolto. Come dite? Vorreste riferire la mia vicenda altrove e dedicarle un rendiconto da tramandare ai posteri? Ciò mi lusinga eccome, ma temo che non ne avrete occasione. Poiché la stagione della raccolta dei pinoli è conclusa sono costretto a fare a mia volta scorte in vista dell’estate. Vi prego, cessate di frugarvi le vesti in cerca di baiocchi o financo di scudi. Non intendo derubarvi. Sono Epaminonda, né questuante, né volgare brigante.

 

LORENZO BERARDI

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