Luce – racconto di Federico Piacentini
Redazione2026-03-19T10:27:40+01:00Lo sento, vive dentro di lei. Un secondo cuore che batte nel suo corpo. Metà del suo io. Non posso fermarlo, sta per arrivare. È già un corpo. I suoi occhi, le sue orecchie che sentono i miei improperi, le mie bestemmie. Sentono il suo pianto, le mie urla. Sentono il tremito del corpo che lo avvolge quando le poso la mano sul collo. E stringo e non ne posso fare a meno e la guardo e vedo la forza del mio sguardo nei suoi occhi rossi e umidi. Occhi che si bagnano del sapore acido del risentimento che le lascio colare addosso. Occhi che vedono il pugno che raggiunge il muro, suono ottuso delle ossa che si spezzano contro la parete mentre cerco di non colpirle il viso. Quei lineamenti che mi hanno fatto vacillare. Tanto da finire in una stanza con un nuovo essere che è mezzo lei e mezzo non-si-sa nella sua pancia che si sta gonfiando. È solo un bambino. No, è solo un feto inerme. Ma è già rovina. Un essere che ci farà sprofondare, un pozzo nero di attenzioni che ci cerca e ci inghiotte, ci divora, ci smembra, senza un’emozione, senza chiedere neanche scusa. Come si fa a credere quello che dice? Pensa davvero che sia uno sciocco? Pensa davvero che possa berla? Quel bambino. Mi ci verrebbe da ridere se solo non fosse la rovina di tutti e due. Gli altri credono che sia mio. Che sia la metà di me incatenata nella madre che ho scelto per lui. Mai nulla fu più sbagliato. Allora credevo che sarebbe andata a finire così. Sì, lo credevo. Solo che non sono io che l’ho creato, è stato lo spirito. La sola idea che possa crederle mi fa rizzare i peli sulle braccia. E lei pensa che sia sciocco. Pensa di esser stata violata senza portare le tracce delle zozze membra del delinquente. Piange lì nell’angolo. Dice che è stato Dio, che Dio ci salva, che le preghiere hanno portato il bambino, che la vita è sempre un dono soprattutto quando non la si può creare amandosi. Ma io penso che Dio lo si prega, sempre. Dio punisce anche. Ma Dio non possiede. Sono l’uomo più sfortunato del mondo. Colui che per rispetto ha mantenuto fede alle promesse. Non toccarla prima di essere sposato. Resistere al sacro sapore della pelle, al profumo che ricorda i fiori d’arancio d’estate e ti inebria anche solo a intuirlo. Resistere a quella pelle candida ora rigata dal rimorso di chi si fa beffe di me. Giuseppe, urla lei, non è stato un tradimento, è stato Dio. Come no. E come spiega il ventre gonfio che cresce, i movimenti nel grembo. Quello è un corpo che batte, che scalcia, che si muove proprio come ogni uomo ha fatto prima di potere mettere i piedi in terra e camminare. Proprio come colui che l’ha contaminata col suo seme sporco. Dice sia stato lo spirito. Così dice. E poi una bocca in più da sfamare. Una vita da tirare su come fosse mia. Allora se è davvero lo spirito che venga qui a dirmi com’è andata. Maria! Pungi chiusi come stretti denti che azzannano la rabbia. Solo che la rabbia è inafferrabile, come lo spirito e come le bugie. Come il sapore dei fiori di arancio che non ho mai assaporato. Lei piange e urla. E si tiene il grembo pieno del peccato di qualcun altro. Mi urla Giuseppe lo sai che non lo farei mai. Mai, che parola. In bocca alle donne diviene: forse. In bocca agli uomini diviene: fino a quando non lo decido io. Solo io non ho vacillato, solo io ho tenuto duro e Dio mi ha ringraziato in questo modo. Lei è lì nell’angolo. Il cero acceso sul tavolo che sta per morire. Illumina fioco il rotondo addome strinto dalla sua mano. Prendo ancora un bicchiere di vino, lo butto direttamente in gola. Rido. Mi alzo, ho deciso, regolerò la cosa. Del resto, non è cosa mia. Non è il me dentro di lei. Lo posso ancora estirpare. È lei con altrui mischiato nel suo ventre. Mi avvicino. Sento il profumo di arancio anche se adesso sa di rancido, passato, marcio. Sembra il fiato del bue e dell’asino dall’altro lato della capanna. Torno indietro perché penso che non ce la farò e allora sollevo la bottiglia nel buio e me la ficco in bocca. Il vino scende in gola e sento il fresco e acido zaffo percorrere il torace. Poi risale fino alla testa che gira e brucia. Mi alzo. Se è spirito lo vedremo, a me sembra fin troppo umano. Mi asciugo la bocca col dorso della mano. Dio non fa questo, mi ripeto. Lo spirito, sono solo sciocchezze. Lei ha deciso. Quel bastardo morirà prima di aver visto la luce. Non è metà me, può anche morire. Le afferro i capelli e sento che la mia collera, che credevo allo stremo, può ancora aumentare. Sollevo il pugno. Le dita strette che diventano bianche. Guardo quel grembo gonfio. La luce soffusa tanto che adesso non riesco quasi più a vederle il viso.
Luce.
Arriva d’un tratto sempre più intensa. Come se la candela si fosse riaccesa, nutrita da uno, due, cento fasci di paglia. Rischiara la sua faccia cerea, inonda la stanza, ci ingloba, ci perfora, ci avvolge e rende tutto nuovo. I suoi occhi che mi guardano, solo le mani sono intrecciate mentre sento dire ti prego e si stringe la pancia. E dice ancora ti prego e non capisco se è diretto a me o a Dio mentre la luce diventa ancora più forte e mi acceca. L’ovale pallido di porcellana poi ancora più bianco fino a che sono costretto a lasciarla e a portare le mani a coprirmi gli occhi. Poi d’improvviso tutto è di nuovo buio, la candela agonizzante sul tavolo riesce solo a rischiarare il vetro grezzo della bottiglia vuota. Lascio cadere le mani, sento il mio e il suo respiro che crescono. Qualcosa però ancora tremola in basso. Nell’angolo lei è piegata ma proprio nel centro del suo ventre una misera luce zampilla. È come il me, il lei, il loro. È tutta l’umanità racchiusa nella sua pancia. È come Dio. Il bue e l’asino si agitano dall’altra parte della stanza. Solo una fiammella nel ventre gravido, come un fuoco fatuo tra le cripte rotte del cimitero. È il suo ventre che riluce, fiamma di vita sacra. Mi avvicino per toccarla, non scotta, non scappa, mi passa tra le dita, risale fino al cuore, fino alla testa. Io continuo a guardare la fiammella che oscilla tra le mie mani mentre Maria singhiozza.
Federico Piacentini