Ygionica – racconto di Ilaria Matteoni
Redazione2026-02-23T17:47:40+01:00L’amica scomparve che avevo sei anni, e tenevo di riguardo figurine strambe da incollare sui muri, i fogli e la pelle degli altri – v’erano creature multiformi, talune abbaiavano, talaltre imitavano l’uccello che stira il collo per ingoiare il verme; ne dividevo il malloppo in due risme uguali col retto vòlto in basso, attendendo che Ygionica si facesse mia ospite. Non ne ricordo le forme ma le sagome apparecchiate con l’indecisione dell’infante che, avendo in sé il clamore e la meraviglia d’un mondo infinitamente stipato, riporti nell’albo firmato dalla madre il guizzo d’una tale commozione di parti, nonché lettere a grandi aste diritte. Ma il nome mi venne a bimba persa, alla stregua di quei tratti che fanno della persona un individuo compiuto, o perfetto, tra i quali direi emergerebbero una spiccata propensione alla geometria euclidea, la devozione alle cose verdi o, a esempio, un brevissimo formicolio che, dalle piante dei piedi, percorresse le gambe a intermittenza.
Ygionica si presentò invece altissima (il suo corpo s’estendeva sino a toccare il capo dei pini dirimpetto o, per amor di precisione, i tre metri e cinque centimetri, tra i quali ultimi rientravano ciocche sparse maltagliate, un poco elettriche in prossimità della scriminatura) e gialla d’un giallo uniformemente allegro, sebbene avesse ombre lievemente più brune in corrispondenza del viso – accortezza, questa, da imputare forse alla sostituzione d’un antico pennarello; e analogo al fondo di carne era un lungo vestito senza cucitura, che cadeva al modo del sacco sull’animale imbizzarrito: dai fori di manica spandevano le braccia della lunghezza del cielo, ogni dito s’accresceva in punta mostrando unghie acute di chi non ha famiglia. Non mi parve d’aver visto mai le scarpe, ché parlavo con la bimba dal balcone fin su in alto, confondendo gli spioventi della chioma coi raggi del sole che bucano il domestico, segnando gli schermi d’occhi sorpresi; sempre seppi, nondimeno, che le sue gambe nulla potevano a fronte dell’ampio torso triangolare che tutta la formava, quasi alla stregua d’un organico e vivo ammasso di stampi conclusi, i quali non avrebbero però fatto ruggine tra il qui e il là, o nell’intercapedine che andò pian piano creandosi nel nostro mezzo infantile. Nella mano destra, la dominante, sempre stringeva un martello d’acciaio che, conveniente alla statura di bimba immensa, lasciava molle e abbandonato al fianco come il pupazzo frastornato che una mia inesistente figlia avrebbe potuto ben trascinare per casa – le orecchie imbalsamate schiamazzano dolore, dallo sguardo tondo e pecioso casca una finta lacrima. Se dovettero trascorrere decenni perché chiedessi a mia madre un plausibile perché dell’attributo bislacco (più di quanto il pettine da cardatore di San Biagio sebasteno possa compendiare), ella confessò d’aver sacrilegamente dimenticato quell’utensile speciale, forse assunto – me ne convinco con un’indicibile eppur detta angoscia nell’animo – a mia salvaguardia, e affinché il mondo somigliasse, se origliato con la coda dei sensi, alla sfera tepida sulla quale (ed entro e attorno) grandeggiano i cenni cordiali. Non me ne voglia il lettore goloso di voci, e quel tanto da braccare il gusto di chi, sedendo tra il caffè e lo stuolo di idoletti inquieti, ascoltasse col monumentale orecchio assoluto l’esistenza scomposta d’altri, ché non vi sarà occorrenza del chi sonoro della mia amica perduta, la quale colò in me e per me la bocca, valendosi piuttosto dell’immediatezza simbiotica indispensabile agli esseri gemmati dal recesso.
«Ma come posson due creature sapere d’essere amiche senza dono di parola?»
Mi chiedo, giunte al confino tra il passato e la tragedia, se mai sia capitato a tale attore fuori quadro di trovarsi, levandosi di primo mattino, immerso in quel gran senso di fratellanza che, dinanzi alla cosa eccezionale e avventurosa – siano la treccia di processionarie rideste o il gorgheggio lontano riposto in corteccia –, non può che esumare dal punto più basso del corpo, in una mesta rimonta, il nome del nostro confidente. Così rispondo dunque al dubbio: non v’è dono di parola ch’eguagli la serena comunione d’immagini indicate con dita di fanciulla e sovente lorde del terriccio d’aiuole paterne.
E trascorrevamo nei pomeriggi svigoriti del mio doposcuola come le vecchie comari che, trascinate le sedie per strada coi polsi forti di massaia, s’avvicendassero alla tacita custodia del paese nomando i nuovi, i vecchi e i morti, da noi mutati in stregonerie esclusive, delle quali sapevamo l’ingrediente primo e l’univoca combinazione di suoni: cincischino, tabemaso, faugnoplano. Alle volte sputavamo saltando la ringhiera, in attesa che il suolo asciutto raccogliesse la macchia stellata, la quale, rimpiccolendo, s’avvicinava piuttosto al segno vinto d’una lacrima rappresa – e sotto la pioggia contavamo però le tortore bagnate, con la piuma drizzata in capo e il collare luminescente di riverbero argentino. Ygionica pareva quasi una mamma, ché mai s’aggomitolava a terra né cangiava l’aspetto in forza del gioco, specie se d’improvvisazione: mi ritrovavo pertanto a spronarla dal balcone recitando ora la donna, ora l’uomo coi baffi arricciati sistemati a penna dal labbro allo zigomo, contando sull’ammicco, sul breve rimando. Assorbii di contro, da questa sua solita postura (che mai mi costrinse al dubbio, ma all’amore senza regole), il desiderio babelico d’esser come lei nascosta ai più, e mi disposi a celare ogni mia impronta, lavando il bicchiere e riportandolo in credenza, tenendo le mutande sporche tra il cuscino e il materasso, superando il corridoio con la cima dei pollici, come cane addormentato. E se le notti piansi, piansi sola, con la mamma che dormiva nel canto della stanza. Imparai a disabitare la casa.
Mi chiedo se fu, tale mio rincorrere la perfetta bimba gialla, la ragione entro la quale s’adombrò la fuga, della quale m’accorsi al solo spigolo doloroso, quando cominciò a mancare il fiato e il cuore salì in gola in cerca dell’avanzo, o del margine fievole del suo vecchio vestito scampanato, da me trattenuto con la più sciocca vanità, così scaltra da crear la grande amica, eppur non troppo avveduta da proibirmi le solitudini mature che tirai fin su nel matrimonio.
Ygionica scomparve che avevo sei anni, ha lasciato un mannello di tenerezze, che spargo nel giorno cibando i passeri – becchettano i chicchi con le zampette aperte, fischiando al Sole l’appello sibillino. Ed io con loro.
Ilaria Matteoni