Un diavolo a Roveretolo – racconto di Lorenzo Berardi
Redazione2026-10-26T06:52:53+01:00Nell’anno del Signore 1437 venni assegnato dalla Diocesi di Bologna a curato della chiesa parrocchiale di Santa Maria di Roveretolo. Giunto che fui sul posto, vi trovai una costruzione modesta, simile più a una cappella votiva che a una pieve vera e propria, situata al limitare di un borghetto di due centinaia d’anime, a un miglio bolognese e mezzo dalle mura cittadine. La chiesetta sorgeva nei pressi dell’alveo del Reno, in una porzione di pianura che anticamente ospitava il porto fluviale della Piscariola. Roveretolo era ubicata sul lato orientale della strada delle Lame, la quale partiva dall’omonima porta. Sul versante occidentale, invece, esisteva la Bertalia, le cui casupole si raggrumavano attorno alla chiesa di San Martino. Il gregge di questo paesello era più numeroso di quello della cui salvezza o redenzione ero stato incaricato, e sfiorava, forse, le quattrocento anime.
Allertato di come fra i parrocchiani di Santa Maria e quelli di San Martino non scorresse buon sangue, nei giorni immediatamente successivi al mio insediamento a Roveretolo ebbi conferma di tale voce. Clarice, la decrepita perpetua che mi aprì le due stanze adiacenti alla sagrestia della chiesetta, nelle quali disposi le mie masserizie e presi dimora, era originaria della Bertalia. Fu lei a rivelarmi di come i suoi famigliari vedessero un tradimento in quell’impiego presso il parroco di Santa Maria, levandole il saluto e spargendo maldicenze sul suo conto. Aggiunse poi che vi erano diffusi dissapori per questioni agrarie e commerciali fra una comunità e l’altra, oltre a reciproci lazzi. Era per di più uso invalso che gli uomini di ciascun villaggio non si ammogliassero nell’altro, spingendosi sino alla Beveraria o al Borgo Ravone per cercare consorte. Per quanto mi concerne, in quel della Bertalia nessuno mi apostrofò o trasse dileggio dalla mia venuta, ma neppure posso affermare di aver ricevuto calorosa accoglienza dai parrocchiani di Roveretolo. Alla prima messa che celebrai, la chiesa restò mezza vuota, mentre il mio sermone venne interrotto al suo culmine dal mugghio di una vacca entrata nella parrocchiale, servendosene come se fosse il proprio stabbio.
Clarice mi disse di non badarci. A quanto pare, tale accadimento era un fatto comune per Santa Maria e non, come avevo pensato io, una forma di spregio nei confronti del nuovo curato. La chiesa era in effetti circondata per tre lati da pascoli odorosi di stallatico alternati a campi di sorgo, là dove ai tempi di Berengario I era documentata una fitta selva. Solamente in direzione della strada delle Lame si raggruppavano in un accrocco le stamberghe di Roveretolo. Al pari di quanto avveniva in qualsiasi altro borgo di pianura del bolognese, la gente del posto sopravviveva di poco, e nulla di proprio possedeva, a eccezione dei panni che aveva indosso e, talvolta, di un vetusto attrezzo. Erano perlopiù contadini, birocciai, facchini o perdigiorno. Un terzo della loro prole periva a ridosso del battesimo, e i rimanenti pargoli gironzolavano scalzi e mezzi ignudi fra i campi, intenti a barcamenarsi fra semine e raccolti, in attesa di germinare a loro volta. Per nulla timorati dell’Altissimo, bensì dediti alle superstizioni, e perciò angustiati dal soccombere a malanni o malocchi che li avrebbero ridotti all’Inferno, gli abitanti di Roveretolo tolleravano la mia presenza sul posto. Vi ero ritenuto necessario al pari del maniscalco, del mugnaio, della levatrice e del beccamorto, ma non altrettanto indispensabile. Il monaco Secondo, speziale del convento degli Olivetani nei pressi del traghetto sul Reno, il quale i paesani interpellavano per pestare erbe o mescere intrugli, godeva ai loro occhi e alle loro orecchie di un’autorevolezza assai maggiore della mia.
Come ho già accennato, la pieve nella quale officiavo le liturgie lasciava alquanto a desiderare e certo non ispirava devozione nel gregge. Si mormorava che fosse lì da tempo immemore, ma a quanto mi era stato riferito da un alto prelato bolognese, la sua attuale fabbrica risaliva a nemmeno un secolo addietro. Presentava una disadorna facciata in mattoni, priva d’intonacatura e annerita dalle tracce di un rogo del quale nessuno serbava memoria. Il portone da cui si accedeva all’unica, mozza, navata era di un legno infradicito e cosparso di schegge, che avrebbe richiesto perizia nell’accostarlo o nello spalancarlo, se non fosse già dissestato sui propri cardini, e perciò era sempre lasciato aperto. L’altare consisteva in una lastra di una pietra locale nota come selenite o lapis specularis, probabilmente trafugata da una remota villa o tempietto romano nei secoli bui e portata sin lì. Era plausibile che Santa Maria di Roveretolo gli fosse stata costruita attorno. Su questo altare gessoso e levigato mi arrabattavo a somministrare l’eucaristia, nonostante fosse in lieve pendenza. Tale blocco di selenite, come il nome suggerisce, possedeva una particolarità: la sua superficie emetteva una luminescenza simile a quella lunare nelle notti prive di nubi. Durante le funzioni antelucane, permesse da due lampade a olio, questo fioco brilluccichio rendeva la nicchia dietro al tabernacolo, che mi ostinavo a chiamare “abside”, simile a uno spicchio di firmamento. Essendo la chiesetta priva di campanile, come pure di un campanaro, dovevo avvisare io stesso i parrocchiani dell’appropinquarsi di una funzione. Lo facevo tirando energicamente una corda di canapa legata a una campanella fissata con un gancio a un incavo nella facciata. E non di rado accorrevano a questo richiamo prima le bestie degli uomini. Conducevo insomma una vita frugale, se non grama, senza il rischio di incorrere in tentazioni, nonché arida di elevate conversazioni a irrorare lo spirito. Clarice era donna di scarse parole e quelle poche biascicate in modo inaudibile, poiché priva di dentatura. Accudiva un orticello e tre gallinelle da uova al riparo di una staccionata sul retro della pieve; grazie a lei mi nutrivo di verzura, nespole, pastinache e tuorli. L’unico pane che consumavo era quello azzimo del corpo di Cristo. In rare circostanze una delle parrocchiane mi donava del latte o un salame per contribuire al mio sostentamento terreno. Né potevo biasimarle, in quanto spesse volte neppure ne avevano per sé stesse e per i propri cari. Quanto al vino, con cui a stento mi umettavo le labbra durante la messa, esso veniva annacquato compitamente dalla mia perpetua.
L’anno successivo al mio arrivo a Roveretolo coincise con turbolenti eventi che riguardarono la città di Bologna. Tutto ebbe inizio la mattina del 3 gennaio, quando Eugenio IV salpò dal porto extra moenia del Maccagnano, alla volta di Ferrara. Il Santo Padre, in esilio da Roma, si recò in terra estense per aprirvi il Concilio fra la Chiesa latina e quella greca su come fronteggiare la comune minaccia saracena. Senonché, con il Pontefice assente, Bologna e il suo circondario si ritrovarono esposte alle mire del Ducato di Milano. Accadde quindi che, nella primavera di quello stesso anno, la masnada condotta da Niccolò Piccinino si impossessò della città felsinea. Assieme ad essa, ricaddero sotto il dominio meneghino anche le duecento anime in croce di Roveretolo e il loro pastore, me medesimo. Non essendo io originario delle lande locali, bensì di quelle un tempo scaligere, ma da prima della mia nascita assoggettate al leone di San Marco, tali sommovimenti politici mi coinvolsero il minimo. Tanto più che le mie quotidiane miserie non ebbero a cambiare granché sotto al giogo dei signori lombardi. Tuttavia, debbi registrare come nel contempo si diffuse giù per la strada delle Lame un fermento rabbioso, che rese i rapporti con la Bertalia ancora più inquieti. Non venne in aiuto alla gente locale l’apertura della conca alla Beveraria, l’anno seguente alla calata dei milanesi, poiché essa spostò il transito di mercanzie e granaglie dal Reno, a noi prossimo, al canale Navile. L’assassinio per decollazione del monaco Secondo, avvenuto nell’estate di quel fatale 1439 per mano e falce messoria di ignoto brigante datosi alla macchia, privò entrambe le comunità di una figura che le allacciasse. Né io, né il sacerdote di San Martino, Padre Procolo, riuscimmo a placare i cocenti spiriti dopo quell’agguato. Tentammo di prenderci cura delle anime a noi destinate, ma ciascun gregge si ostinava ad additare lupi all’interno dell’altro. Consapevole di quel sentimento popolare oramai malmostoso, ma incapace di rabbonirlo, Padre Procolo seguitò a suonare le sue due campane, e io a scuotere la mia campanella. Senza costrutto alcuno.
Frattanto, una sera del settembre dello stesso anno, l’orticello di Clarice venne razziato, mentre una delle sue gallinelle la ritrovai sventrata sull’altare di selenite la mattina dopo. Mentre fuori albeggiava, quelle interiora ancora umide e purpuree erano disposte in maniera tale da apparire intenzionale, quasi cercassero di suggerirmi i postumi di un oscuro rituale. La perpetua ed io ci spaventammo eccome, ma tenemmo l’intero accaduto nascosto ai parrocchiani. Tuttavia, siccome chiunque avesse perpetrato quell’abominio non doveva certo essere un forestiero, iniziarono a circolare bisbiglii via via più insistenti su quanto si sarebbe praticato a Santa Maria nottetempo. Quell’autunno capitava di sentirli rincorrersi sin dentro alla navata della chiesa, passando di bocca in orecchio prima, dopo o durante la liturgia. Poiché all’epoca ero ancora un giovane sacerdote, e quello di Roveretolo il mio primo incarico, m’imposi di ignorare tali maldicenze, augurandomi che il tempo le avrebbe sopite. Il che in effetti avvenne, ma finì per rivelarsi un misero conforto, alla luce di quanto sarebbe accaduto l’anno venturo.
Il rogo mi colse nel sonno. Fu il bagliore intenso delle fiamme nella notte cupa, più che il mutare del loro crepitio in fragore, a destarmi ex abrupto. Non saprei dire cosa o chi lo causò. In fondo, avrebbe anche potuto trattarsi di una combustione avvenuta per naturale consunzione di quella pieve malandata, costruita con materiale di recupero. Tanto più che un incendio doveva averla già afflitta in precedenza, a giudicare dei segni di carboncino presenti sulla parte alta della facciata. Quale che ne fosse la forza scatenante, il rogo si propagò con rapidità inusitata. Feci appena in tempo a dileguarmi dalle due stanze, invase da un fumo pesto densissimo, che il loro soffitto collassò sopra al mio giaciglio e ai miei pochi averi. Una sorte peggiore toccò a Clarice, la quale aveva il sopore pesante e, probabilmente, vi rimase sotto, ardendovi fra atroci tormenti. Scrivo “probabilmente” perché il suo corpo non venne mai rinvenuto nello sfacelo risultante dal rogo di Santa Maria di Roveretolo. Per questa ragione o sortilegio, fra i parrocchiani si diffuse la voce, senz’altro scaturita dalla Bertalia, che fosse stata la perpetua a innescare l’incendio, in modo accidentale, mentre adorava Belzebù. E che questi se la fosse portata appresso negli inferi, onde impedire al mio gregge di lapidarla per il misfatto compiuto, o quantomeno di denunciarla ai domenicani e condannarla alle doglie del Sant’Uffizio bolognese. Superfluo aggiungere come tale maldicenza si estese, definendomi un adoratore del Diavolo in veste talare. Quell’alto prelato della Diocesi bolognese che mi ebbe a parlare di Santa Maria di Roveretolo, gliene sia dato atto, non prestò orecchio a tali illazioni. Intercesse anzi in mio favore presso Beato Nicolò Albergati cardinale felsineo, affinché fossi rimosso dalla diruta pieve e dalla cura delle sue anime avvelenate.
Avvenne, quel rogo, nel mese di marzo dell’anno del Signore 1440. Da allora sono trascorse lune trecento e trentatré e la mia vocazione rimane, pur avendo lasciato la piana compresa fra i rivi Savena e Reno ed avendomi condotto nei ranghi dell’Ordine dei Servi di Maria. Asceso da lustri alle pendici appenniniche, le quali ci illudono di ridurre la distanza fra noi e l’Altissimo, sono divenuto priore di Sant’Ansano, in quel di Brento. Qui, all’ombra del Monte Adone e delle selve boscose che ne ricoprono forre e pendici, mi sono votato alla preghiera e alla scrittura. Qui io, Jacopino da Verona, rispondo al nome di frate Gianni. E qui voi mi avete rintracciato. L’opera da me compilata quassù, della quale vi è giunta voce, si intitola ‘Fiore novizio’. Contiene descrizioni accurate di vari fenomeni verificatisi nella città di Bologna e nel suo circondario ai quali assistetti o venni introdotto sin dai tempi di Roveretolo. Qualcuno, non ne dubito, li definirebbe bestialità, ma io li ritengo tormenti inflitti ad anime pure e innocenti. Dovrebbe essere compito di ogni sincero servitore di Maria e della Santa Romana Chiesa in primo luogo quello di denunciare tali accadimenti per iscritto, quindi di guidare le loro praticanti all’espiazione e invocare per i loro aguzzini la giustizia divina. Un tale resoconto io l’ho redatto, e se questa è la colpa della quale voi mi accusate, allora me ne dichiaro reo confesso.
Prestate dunque attenzione, Padri inquisitori. Nella via bolognese detta Sozzonome, avveniva e tuttora avviene commercio del quale non vi è alcuno che non ne sia a conoscenza. Io stesso da questa viuzza ebbi a transitarvi varie volte, anni addietro, durante la mia quotidiana raccolta delle elemosine, ricevendovi irriferibili offerte dalle meretrici lì assiepate sugli usci e ai davanzali. Tuttavia è altrove, oltre insospettabili soglie, che avvengono altrettanto carnali unioni delle quali nulla si accenna, e che io descrivo nel ‘Fiore novizio’. Voi ne dubitate, voi le ritenete mie macchinazioni o addirittura i prodromi di un’eresia demoniaca, eppure io posso qui garantirvi che esse rispondono a verità. Coloro le quali soddisfano gli appetiti di rispettabili cittadini bolognesi di nobile lignaggio, stimata professione e sinanco di membri del clero sono anch’esse fanciulle, ma spesse volte vergini. Popolane figliole dalle umili origini e dai ristrettissimi mezzi, le quali vengono costrette da mascalzoni al soldo di tali signori a svolgere simili commerci fra private mura in cambio di qualche pagnotta o di una coperta. Ed è a queste disgraziate giovani che io, in varie occasioni, ho distribuito le elemosine da me raccolte, nella speranza di affrancarle da simili peccaminosi atti. Inoltre, come racconto, ho permesso ad alcune di esse di trascorrere la notte nella mia cella presso il convento di Santa Maria dei Servi, lasciando loro il giaciglio e vegliando io sulla nuda pietra. Nel consentirglielo, mi sono ogni volta appellato a quella carità cristiana che mi ha sempre animato a partire dai miei giorni da curato a Santa Maria di Roveretolo. Una carità che a voi chiedo ora di condividere, affiancandole il senno. Poiché ritenermi a mia volta partecipante ai carnali commerci che rendiconto, e sinanco loro istigatore, è di per sé cosa infamante. Ma ancora più infamante è sostenere che le decine di fanciulle alle quali diedi alloggio, conforto e oblazioni fossero altrettante manifestazioni di Belzebù. Demoni sotto mentite spoglie, voi dite, che io avrei invocato, disseminato fra i vostri concittadini per indurli in tentazione e poi venerato nella mia cella in rituali orgiastici. A e di simili accuse io non posso rendere conto. E perciò le rigetto, rimettendomi umilmente, serenamente e onestamente al responso del Tribunale del Sant’Uffizio.
***
Quel che restava di Jacopino lo disseppellimmo con il favore delle tenebre, la terza notte dopo la sua esecuzione presso il Campo del Mercato. Insistetti io per temporeggiare, così da non destare sospetti. Per compiere questa esumazione, mi servii di una vanga nonché dell’ausilio di tre popolane del Borgo di San Petronio, le quali avevano serbato un ricordo affettuoso di quel frate dei Servi, che le aveva accolte e soccorse nel momento del bisogno, quand’erano giovinette. Sapevo che lo avremmo ritrovato presso il Cimitero della Morte di San Giovanni Decollato, detta anche la chiesuola della Giustizia, attiguo proprio all’ampia spianata in cui lo avevano dato alle fiamme. È lì che finiscono tutti i condannati al rogo, al laccio e alla forca dalle autorità cittadine, in quanto nessun altro camposanto cittadino li accoglierebbe. Anche per questo fatto, due delle mie aiutanti temevano di avventurarsi in quel luogo dannato, e mi toccò convincerle che non avrebbero rischiato la scomunica qualora venissero colte in flagranza di un simile atto. Accedemmo a questo camposanto mai consacrato scavalcando il muro che lo separa dall’attiguo Cimitero della Vita grazie alla presenza di un provvidenziale arbusto. Vi riuscimmo non senza difficoltà, impicciate dai rovi, dalle nostre lunghe vesti e dall’oscurità fitta di quella nottata d’ottobre priva di luna e di astri.
Finimmo di dissotterrarlo poco dopo l’ora sesta della notte, stando ai rintocchi del campanile di San Giovanni Decollato, che incombeva sopra ai nostri capi chini. Del “grande incantatore di demoni ed eretico” presentato dal suo manigoldo ai bolognesi come “il frate Gianni” non restavano che miserrimi resti. I suoi denti ancora in ottimo stato, delle ossa brunite e, mischiati alle restanti ceneri, alcuni grani del rosario che lo avevo veduto recitare mentre lo ardevano vivo fra le urla di giubilo della folla accorsa per l’occasione. Lorde di fango com’erano, nonché spossate per lo sforzo di quel recupero, le tre comari si genuflessero nel momento in cui poggiammo il sudario sul terreno accanto allo scavo. Mormorarono anche delle preghiere, sottovoce, facendosi e rifacendosi il segno della croce, e baciando persino un femore del giustiziato. Io le lasciai fare, non sentendomela di ostacolare quella devozione genuina. A un certo punto, però, fui costretta a interromperle e a ficcare il sudario a guisa di tovaglia nella sacca da pelacani che mi ero portata appresso. Nel compiere tale atto, impedii con fermezza a due di quelle donne di sottrarre al mucchietto di denti, ceneri e ossa alcuni di questi residui terreni, che intendevano venerare privatamente e chissà dove incastonare. Non potevo permettere che i resti di Jacopino venissero dispersi o idolatrati altrove. Le due acconsentirono, benché a malincuore. Scavalcato che avemmo il muro di cinta del Cimitero delle Morte, e uscite da quello della Vita, ci separammo e le popolane si incamminarono a ritroso verso il Borgo di San Petronio. Quanto a me, senza essere avvistata dalle guardie di ronda, uscii dalle mura cittadine tramite un pertugio in corrispondenza del punto in cui un braccio del canale Navile le costeggia, presso la porta di Galliera.
Raggiunsi Roveretolo alle prime luci dell’alba, tagliando per campi, macchie e stradelli che conoscevo a menadito, giorno o notte che fosse. Ed è così che l’ultimo curato di Santa Maria di Roveretolo finalmente riposa là dove sorgeva la pieve arsa nell’incendio di venti e otto anni addietro. Io Ignazia, figliola dell’Egle e nipote della Clarice, che di Jacopino da Verona fu la perpetua, e la quale in quel rogo svanì, ho saputo riportarlo sin qua. I suoi resti terreni li ho inumati in un’urna di terracotta, che ho posato a un piede bolognese di profondità nel mio orto di erbe medicamentose. Quelle medesime erbe germogliate dai semi che mia madre carpì al monaco Secondo degli Olivetani. A pochi passi dall’urna, celato in un pollaio d’assi da me edificato, vi è l’altare di selenite appartenuto alla bruciata pieve. Ed è su questa pietra che, il prossimo mese di marzo, in una notte precisa, interpellerò la Clarice. Poiché è stata lei a chiedermi di portarle indietro il curato, il quale attinse dalle sue arti, finendone a sua volta arso vivo con il proprio ‘Fiore novizio’. E insieme, noialtri tre, estingueremo una volta per tutte le fiamme del Sant’Uffizio.
Lorenzo Berardi