M. il licantropo – racconto di Mark Bedin
Redazione2026-02-17T11:59:11+01:00Riedevano l’ombre isomeriche agli oggetti per poscia sguinciare converse al moto delle facelle oltre l’invetriata della gargotta. L’ignito tòcco ligneo folcito dalle pollute palme del volgo; screziate dall’opre febbrili delle donne et degli uomini le fabbrili; bustrofediche et ossedenti. Sul torace M. tenea converso il mento, e trochèo un ritmo scandiva stringato con le falangi aracnidi sul margo: le striate ugne d’ebano e frante. Entro le concave e mucide mure, il Monstrum, dal volgo circonfuse, attendea il proprio castigo. In conflato, introcque, vi fu coalescenza d’ombre -nell’istante in cui l’enterico et l’esogeno convogliarono nel medesmo-, nelle acuzie dell’occàso; e più d’oscuritade si fe’ l’etra in guisa d’un bùgio vorago isotropo.
L’offa, l’algolagnico volgo, agogna e niente più: non renéga o rifugge: irrettito dalla propria cecità concedesi alla capziosa malia dello discernere… Dello sceverare nella maniera più acerba e stolta, di mitidio vacuo, che sia capace di espletare; esso replùe a sé la sua imperizia, la propria inscitia, e repleto della medesma, ramingo et pellegrino, quale unica putre congestione, vagola tra le erme vie tenebricose dell’esistenza rintuzzando ogni lucerna salvifica. Procede per apotropaici elettuari commisti a strambe spagiriche cozioni, malagme o inani elisir: sollecita la schianza piogenica co’ l’ugna; della labe si limita a nettarne i contorni. E di questo, oltre la invetriata, riverberava.
L’ostia selenica et eburnea nell’etra, qual sudario di infetta luce, soleva a decriptare la linea gibbuta e anfrattuosa del declivio esterno profilatosi quale il deciduo e franto lato d’una enorme amigdala aliena confitta di sbieco nel suolo. Un nugolo di vespertilli… Uno stuolo di randagi vipistrelli… Reiteravano anfiboli e petulchi, nell’oscuritade, traiettorie armillari; quasi ne illacebrassero la tenèbra. Un forastico mugghiare di fere si asperse poscia intorno.
Il volto scabroso di M. era imago manichea in un giuoco di luci e ombre. Un redolire di candele dal loro colliquare profondevasi stretto dai margi angusti della bettola: tanto flebile residuava l’eiettata luce che l’una soffriva a raggiungere l’opaco alone della più accosta; qual falangi intente al tócco di estranee realitade avulse benché finitime che solo si rasentano alfine. Esterno il volgo per precessione progrediva estuando collera in mistione con la più pura formidine; mancipie mutrie e captivi grifi e ossequiosi grugni dalle istesse si corrompevano osmotiche con le flebili candele all’interno.
M. cioncò la scutigera movenza delle proprie dita come se uno stralcio mnesico, dall’effluvio di vaticino, propagòssi rubesto mediante i dendriti enterici dello suo cerèbro.
M. lesto s’issò e la sedia emise un cavo cigolio sbiettando sull’impiantito composto vieppiù da tavole di legno marcite; repente nel medesmo balzò precipite contro l’invetriata. Una folgore parve protrudersi podalica qual fosse scaturita dal terreno; in lontananza, verso l’etra opima. Quinci et illinci introcque ne progredì il fracasso tonitruante e scomposto dell’invetriata come di un crepitio di secche exuvie gettate alle ignivome fiamme. Rifulse immantinente ex novo fulgurea costura: i vipistrelli rabescarono isterici una decidua sinopia per poscia dissiparsi. Il volgo in omai vasta pletora s’aperse in errante turba. Aduste le reliquie delle folgori residuavano nell’etra quali stigma intermessi. Talune facelle piombarono al suolo a tépere i cadùci riflessi inclaustrati nelle trosce là ove il basolato subissava. M. deinde si profilò a tergo dei cocci anco levitanti. Tosta una donna si portò ambi i palmi alla gorgozzule i quali presti cominciarono a ingrommarsi di strie vermiglie. Taluni parvero prostrarsi al suolo in guisa d’una mencia et egra medusa che pigra volgesse al più nigredico benthos; talaltri, coi cubiti alla scorticata epa, coi piè retrogradavano a smilzi passi o ai capigli le strette pugne. Di minzione et roggio cruore vi fu morulazione al par dell’ombre di pria alla gargotta intestine; dalle membra fiedite concrescevano striature in parabiosi et opifici di guelte in guisa d’infernici spegli. D’entragne e minugie si rabescò la superfice, poscia lo spulezzare iperestesico del volgo; qual badiale blasone. Ossedenti le facelle isometriche si fecero aduste.
Preliata l’infima congrega, fuio, M., all’uopo lesto mucciò nei picei antri della cittade composta, in guisa di raspolli, dagli inflessi et cubici complessi di pietra, di terra cruda e paglia. Altri parevano smilze et oblunghe ombre sperticate di figure ai margini. Ratto scorrea M. menando di corso i piè che i mantici nel torace invescati li spronava, precipite. Le lutee iridi delle finestre sfrigolavano d’uno opaco luciare erisipelico quali sinechìe ectoplasmiche di realitade forastiche e altresì ignote. Passò scrignuto tra gromme di gramigna pencolanti che piombavano, quali postreme membra d’aracnide, dagli stretti formici. Proseguì poscia pe strette calle e anguste; la cittade pareva foggiatasi per geminazione in guisa d’un unico complesso d’albite. Rasentò un loffio filare di pallide lucerne oblique rispetto all’inclinazione del terreno; deinde prese per una mozza scalinata alla quale due finestre, capitive da griglie di ferro, istavano superne, a mò di scolte incastonate nelle pareti di sasso che stringevano in una brusca angolatura. Seguì iterando la propria fuga il dipanarsi di caleidoscopici frattali dei vicoli per loro anastomòsi. Sinistri rapaci principiarono a bubolare tra bulbi itterici. Prisca ne usmò da lungi l’usta in mistione colla diaforesi; foggiando in imago il lucido velo che copriva a loro il collo; una minuziosa sperula di sudore a labere il loco della giugulare. Indi ne colse il loro calpestio. Quando su loro, nell’ombra, poté folcire il proprio guardo si inlatebrò in una nicchia sulla parete et retrogradò insino a percepir col tergo la stretta estremità. Pazientò silente che le due ebrogne e balde figure lo trapassassero; uno con le membra alla nuca dell’altro, incerti ambe due, onde il passo lor tremava nella caligine: che il peso dell’uno sostenesse utroque il vacillare dell’altro… Riversarono al suolo una modesta quatitade de l’omai tepente cervogia mentreché dai lumi loro caliginosi dal miasma dell’alcol tentavano una precaria armonia. M., invisto, qual fantasima uscì a loro a tergo; prese per una viuzza laterale e percorse in giuso le gradinate, valicò una mura alta un cubito e entrò in un campo volto alle prische vertebre delle selva.
M. eresse il tronco e portò i palmi al volto, dipoi poggiò la manca appo il podice e s’issò. Il putre olezzo terrigno e muffa gli si abbarbicò nelle froge. Quale antòmata persistea la luna teratogenica -pe le pleomorfiche carni-, nell’etra, e le sue propaggini intrudeva in cerusiche et eburnee lamine oltre i pertugi del legno. Sottili rettangoli sbiaditi scagliavano sull’impiantito la mancanza frastagliata. Un batràce gracidò in un angolo. L’unica finestra persisteva incastonata di sbieco nel fesso tronco asserpato dall’argilla; oltre, l’apice delle erbacce s’inflettevano tra loro irruenti sotto la spronate del vento, come percosse da sferzate ipercinetiche di vetusti numen. M. travalicò l’uscio, percorse il tratto insino all’angolo piegando la malerba che arrivavagli ai fianchi, e svoltò; deinde si sbottonò le braghe, poi orinò. Presta si creò una pozza a minute once dai piè onde la selenica gibigiana palesava il fluttuare, tra steli d’erba, della spoglia di una mosca circonfusa da bigia schiuma. Si riallacciò e rientrò. All’interno, una congèrie di pietre e d’argilla fungeva da caminetto; la picea bragia anco emanava un flebile alone di calore; sovra, a piombo, pencolava una fatiscente pignatta in ghisa. Col ramaiuolo ne estorse della brodaglia e portòllo alle labbia; indi appiccollo novamente al crocco. Principiò a piovere una pioggia che pareva rimembrare uno stuolo di minuti et rabidi rostri di rubesti rapaci. Ne attese lo iato.
M. travalicò la selva repente quale angue tra sanguinacci e morchelle stagnate, e tra la stolonifera robinia che i pioppi omai avea conquisi a onusto intarsio. Progrediva lungi lumando, scutigero. Striature di polve d’artificio sfavillarono nell’etra opistotona per poscia smarrirsi in decidue costure quali proglottidi repugnanti d’esogeni organismi. Transuenti eggregore fattizie quale infallante repellente. L’aere spirava irata e recante anfesibeniche uste… Bustrofedici sentori di ascoste fere. Del rivo gli argini intrisi e fungini. Altra ignita polve deflagrò nell’etere; un sabbath d’ali d’uccelli ratto dinamizzò tra l’arboree fronde come infernici demòni sovra masnade di locuste. Dei topi precipitarono tra le ràdiche sporgenti simili alle pinne dorsali di pesci fossilizzati e dipoi nel terreno confitte ab aeterno. Quando pervenne allo steccato M. ristò; indi tese l’orecchio. Non v’era movenza alcuna nei pressi della stalla, e dalle vetrate della dimora non si vedean lumi intestini. Indugiò poco anco; poscia percorse il campo infoltito di erbacce e valicò l’uscio. Delle deiezioni il mefitico miasma mescidavasi col fetore d’orina e del mucido foraggio e dei legumi corrotti. La bovile loggia era percorsa nel mezzo da squarquoie assi di legno orizzontali pollute di mota e tòcchi di guano. Sul fianco mancino, uno all’altro appo, v’erano quattro logge bovili onde vuota si presentava alla primeva la subsecuta; dirimpetto una bailèmme di ruggine e miceli poggiavano su una traversa cioncata e rigonfia dall’umidità. Dallo squarcio del tetto onde penzolavano ciuffi di annegrito fieno si scoteva un’emisfero sdrucito di ragna.
Nella postrema loggia, immantinente, crollò sul fianco la giovenca suggellando l’estruse quadrupe et bisulche vestigia nel limo; prive omai d’ogni pondo. La belletta ne assorbì il tonfo e la giovenca della loggia accosta si limitò a levantare il grifo come a percepire un flebile fantasima. L’altra niuno dei nerbi ch’l corpo percorre unqua mosse; confinata nella muffita greppia. Solo ne fu percosso un sudario caliginoso procreatosi all’estremità ove il suolo gibbuto s’incavava, e il volutabro per intero pareva vacillare; là, dalla lignea còrtice sbreccata et consunta, sostava mancipio dei cunei posti a rattenerne il moto. Dalla fessa epa della giovenca ne scaturì sugnoso l’abomaso e lesto a seguitare il bomaso si dipanò in guisa d’una organica ammonite tra l’itterico reticolo. Il cruore bovino subissò laonde si illiquidì la tigliosa belletta. La giovenca, alleggerita delle viscere, distonica mosse in epilogo le zampe qual estremo tentar la reviviscenza; obnubilò ella invece l’orme con l’omai nigredica e colliquata fanga. Tirò il collo e soverchiò le froge infine. M. accaffòlle repente pe le zampe posteriori e lurco trascinòlla.
A bruzzico, un uomo introcque a sua schiatta, che seguivalo scrignuta pe la sacca di iuta repleta di biada tesa di costa, volgeva verso la stalla. Anco stillava immillata la galaverna nel suo liquare dalle ramaglie; rapsodi d’imago invescate di goccia in goccia frangevasi al suolo nel tacito ristare delle cose; e il padre, deferente et cheto, non patentava sintomo alcuno che potesse antivedére un favellar di premurosi moniti e indi di zelanti ingerenze volte alla stirpe. A bruzzico: nell’acquescente stasi del sincizio ove tarda non residua il lume e anzitempo anco della tenèbra ne è l’ossequio. Soleva solingo un gracidar finitimo di bàtrace e l’ali degli augelli nel loro ridesto coagularsi benché fosse propizio all’armonia cedrone, quel lasco, che però, peritoso invero, il cedrone istesso, parea rifuggirne, reticente, ogni intento. Guatavali il padre salire d’un guatare oblativo: talché soleva restare loro a tergo a gaudio della loro infantile letizia. Allorché giunti innanzi alla soglia della stalla tosto inopinato voltòssi di entrambi il minore dei pargoli e precipitòssi ver l’abitazione onde testé uscirono; appo gli passò tanto repente che il padre tentò fallando di coglierlo girovoltando qual palèo su proprio asse quando ne afferrò la sparizione. Del minore il germano retrogradò d’una manciata di passi. Di entrambi i fratelli agli occhi paterni fu istantanea movenza foriera di inequivocabile postulazione: che a essa, tale spaurito rintuzzare patognomonico risultava esplicito. Non andò guari che pervenne il padre al maggiore accosto. Ne ravvisò con gran travaglio quanto della giovenca residuava mentreché scostavasi a tergo il figlio. La madre voltòssi ver la soglia quando il minore varcòlla; si nettò lungo la sottana le palme sanguigne dalle frattaglie delle lepre scuoiata e accovacciòssi sui calcagni. Introcque parea la luce subissare le tènebre vieppiù. Il padre pispigliò qualcosa; la madre seguì nella maniera istessa. Trascorsero l’ore. Quando l’ignivomo orbe di luce alonato splendette nell’etere, pervenne una smilza compagine nella più consuente cognita ipotipotica e flemmatica panoplia di preci e ingiurie pispigliate in conflato.
Vagola il volgo guercio: con palme aruspicine tese per non cozzare progredisce ramingo. A vagliare quanto vagliare è a lor sibillino et specioso… Obscuro. Obnubilati vieppiù nell’intrudersi con l’idro o rabdo che sia, mantico tremito, progrediscono illecebrati dal rapsodo riflesso da spegli capziosi. Vagola, il volgo, nell’ingluvie rapatoria d’un manierismo pe loro ermetico onde puranche, dell’intuito, si pongono forieri. Talora, delle uniche subiettive esperienze, d’un grullo solipsismo, ne fan postrema e prisca mescidazione insino a trarne una qualsiasi equazione pel macro che l’intero, a lor favella, discetta et discerne: codeste ipostasi, poscia, nello calderone consustanziale, sitibondi se ne van a ingollarlo. Paghi e creduli alfine d’una postulata costura che mancipi li rattenga nella cecità che li avviluppa dal principio e nelle nove ubbie che accresce.
Levitava a balzi, in guisa d’un vasello intento a guadare l’equoree sirti, la giovenca decollata sovra il felceto; portòlla M. insino all’uscio in sulla scapola; anco pencolavano l’entragne residue dallo squarcio e colava languido et grave di violaceo cruore e roggio. Un arco di luce conquise l’impiantito di legno nell’istante in cui M. spalancò col piè la porta che dava adito all’unica cubica cella di cui era composta la baracca. Urtò, poscia, di un ratto l’ubertosa e putre carcassa di eburnei bachi di sego e con l’istesso spazzò la polluta area perimetrale che s’era pria predisposto in cerèbro; indi sollevò le anteriori estremità dei piè, torse un poco il tronco forzando la fascia lombare e spinse con l’omero la carcassa che pesavagli contro. Tosco un tanfo e polve si innervò ove precipitò la giovenca priva d’ogni rimando; mence le zampe crepate si sparsero isotrope sulle assi di legno. L’orbe sdrucito, ov’era il muso, ristava qual statico e bistorto gùrgite a manifesto stigma del nigredico… Del fosco melanico et intestino nell’imo, tra gli organi, captivo. Fuori, nel padule dei vapori, negri gli augelli reiteravano una rotta lemniscata. Nella selva una fera levò il feroce muso e il grumo di cibo che gli penzolava dalle mascelle introcque. Omai satollo M. lumò la pingue carcassa, poscia s’accostò all’acervo d’assi di legno e chiodi ossidati di cui era composto il giaciglio; ivi, nel legno, il medesimezzo rosicare dei tarli perorava la loro sempiterna et precipua tiptologia scandendo un tartareo languire. Illinci M. si sfilò i calcei con le punte dei piè e li scagliò poco lungi, quinci slegò la correggia e fece scendere le braghe lungo le cosce in pria, pe li stinchi poscia e sfilòlli parimenti per posarli sull’asse della testata e sfilòssi la maglia di lana. Coricòssi alfine quale alloppiato.
M. suspicò quanto stava per incoglierlo da fuori l’uscio. Irritata omai ogni quiescenza da un rubesto raspare che parea dovesse evertere le più croie ràdiche dell’inferno. Isocrono a ogni ranfiata uno spirto d’ombra repeva dalla fenditure della porta marcita e precaria; lesto emergeva per poscia immantinente dileguarsi; al quale seguitava fellone un rugghio gutturale… Di badiale fera della selva maiestatica. Tosto, da resupino, M. trovòssi eretto nell’istante in cui penetrò una sferzata di vento entro la baracca traversandola qual tregenda di fantasimi per poscia torcersi captiva tra le consunte pareti. Allorché ne conseguì inopinato un grizzly. Avaccio M. portòssi all’estremità opposta del desco; ne l’iridi de l’orso, quasi a covrire il frattale riverbero chirale di ciò che guatava, v’era la più abbarbicata furia come unquanco M. avesse mai potuto in imago prefigurare. M. guatava se stesso nell’iride della bestia; introcque guatàvalo la bestia medesma. A sferrargli, edace, principiò il grizzly una sequela di colpi, indi balzò sovra il desco che disintegròssi pe l’eccessivo pondo in guisa di conculcata e strutta blatta; retrogradò M. incerto se fuggirlo o farsi carne morta. L’ugne terrigne preliavano l’aere qual sferzate di frusta et aguzze in guisa di temprata lama in frale carne. M. tentò di redigerne le movenze fintanto gl’era lice. L’usta del pelame saturava l’intera stanza col fiato mefitico in stretto nèssile. Ogni ostesa unghiata precorreva un rabesco filiforme che lasciavasi tiglioso a tergo et insolubile. Solo volea sgrifarlo la fera e secolui tentava ghermirlo. Quasi paventando e bramando nel medesmo M. principiò a urlargli contro, con dileggio, ch’l paventare e bramare sovente illecebrano quantunque iterasse col grugno ferine stoccate il grizzly. Ai tentati percotimenti M. scostàvasi a latere che parea dilamasse furente l’aere infino a che alla primeva fedita l’orso sterpògli, colle fauci, vermigli sbrindoli dall’avambraccio. La baracca stridette allo smottare del suolo qual filo teso di stigio violino sovra lo più bùgio vorago; M. col palmo avverso alla fessa membra anco si sottrasse a nova granfiata e gridò isocrono. Illinici, subitaneo, prossimàno con un sol balzo gli si fece l’abnorme fera e l’ugna fissegli in pria nelle carni del petto e poscia nel volto l’iride ruinando di sguincio mozza. M. ruzzolò a terra che parea d’un tratto inmearsi in un tenebricore che si perfuse a lui intorno e tosto asserpòllo; tentò indi, più che redigerla, la furia, di vaticinarla gittando a destra e a manca il proprio pondo colle palme al fedito petto alfine per tentare lo scampo. Gl’occhi aveva di fucina e larghe mascelle, quale vaia spelonca, lo grizzly; e il polluto pelame menava riverberi d’acciaro e fero e irato ruggiva. Ora da ogni piaga aperta nelle carni di M. ne scaturiva il sangue che d’una livrea estuava alfin più fosca; e scabra parea in guisa del velame di un diapside al suolo sparsa quantunque di converso tosti si attorsero entro le membra… Enfi i nerbi e ipertrofici presti estuarono di nova linfa. Bigio pelame principiò effondere selvaggia l’usta e l’ossa stridere enterica. A viscerale cimento, in anabasi, nel più angusto agone, a contorcersi s’accinsero i palmi e d’ebano le ugne introcque; laceròssi la carne, le vene qual punicei e procellosi fiumi la percorsero e indi fremettero nelle entragne; del tergo la spina inarcòssi et opistotòno M. resupino al suolo seguì. Rabide le vertebre accrebbero laonde risonanza allo furente ululare fece lo espanso torace e egri ululati a tòcchi. Il grugno allungòssi, protuso e bavoso, e la mascella aggettante trovò loco non concesso in pria lacera e grondante la ovè protrusi si fecero li aguzzi denti. Si fece di irata fera alfine il volto. De le gambe, a ogni legge converse, piegarono in concavo arco la cuna del ginocchio che lo stinco, insino al piè già trasmutato, flesse riverso; crepitàrono le fibre e le caviglie congiunte, qual crioclasmo; diegetico deinde crebbe il tallone e stabilizòssi a nova possa il bacino. Ultroneo, de lo intero corpo, cospàrsesi de lo più croio pelo insino al novo, colla clorotica luna in osmosi, licantropico protoplasto.
Profligato, everso e manducato a tralci incolse l’orso in guisa d’acheropita da un palo confitto, il volgo. A tergo steatopigi cumulonembi parevano cubare inetti il propagarsi di carche folgori, scaglia a scaglia nell’etra, insino alle podaliche acuzie donde il suolo riverbera e s’incaglia pe poscia digradare in un’unica lama in sul postremo termine oltre l’orizzonte. Mencio avello di sé medesmo e delle proprie viscere a guisa di cenotafio stava la vinta fera; mantrugiata exuvia: le ugne estorte dalle zampe tracciavano orbe nere sul suolo, la còrtice consunta del palo traversàvalo manifesto entro le labbia sdrucite dello squarcio onde venne vuotato. Salivano indolenti la lubrica et erta piaggia frattanto smilze compagini del volgo, scrignute pe le folate; le donne tenèvansi sul capo la cuffia, gli uomini con le pugne serrate nelle tasche. Stava là il grizzly, abnorme, quale vetusto apoftegma sull’esplicazione empirica della morte. Totemico e primordiale nel medesmo. I pueri, discoli, pigliavano corso sgangherato sotto le facelle folcite; talvolta una voce tentava di farseli vieppiù accosti ma presta la tènebra ne tranghiottiva il propagarsi della voce. Altre più pervicaci folate irritavano il pelame senz’alma della fera qual polpastrelli fantasma. Come sogliono i vipistrelli seguivano i propri itinerari occulti mentre il volgo, tra i bisbigli, tentava di espletare la più spuria coonestazione. Progredienti qual resina che segua a inmearsi in un crepa secolare nella còrtice, seguitavano; da lungi bramavano un qualche presago… Da ogni movenza di sguincio di una stella, dal balzo di una locusta insino allo stillare a bruzzico della brina travedevano e traudivano i pròdromi di una presta agnizione in pria, e d’una benigna staticità poscia. Indi l’eidolon condecente, della dipartita d’ogni male, in guisa di cava exuvia risultava l’orso alle bisbigliate ambasce in forma di perorate teurgie… In guisa d’eggregora manifestòssi: degli ulteriori dèi, dei monstrum, al guardo del volgo venne convogliata una speciosa teofania nel supplizio e deinde della conseguente cessazione eterna… Del converso rispetto al Superno la capziosa spoglia in risposta a ogni anatèma et prece. Aduggiati, peritosi non più, dalla badiale massa della fera confitta e interposta tra loro e l’ostia selenica congregàronsi pe le ulteriori votive orazioni.
Mark Bedin