Lo smemorato di Jolco – racconto di Danilo De Luca
Redazione2026-03-01T21:36:26+01:00«Chi sono io? Quando sono stato veramente io?».
Di fronte lo specchio dell’acqua trovo veramente difficile darmi una risposta, soprattutto dopo quello che è accaduto.
«Da dove vengo?».
Questa la so. Sono di Jolco, alle pendici del vulcano.
«Dove sto andando?».
Me lo ripeto da quando ho ripreso il mare. Adesso che siamo rimasti soli l’unico modo per capire è ricordare e io ricordo una tempesta.
Quella notte ero rimasto a casa a rassicurare i miei due figli. Non riuscii a chiudere occhio, a dire il vero era da tempo che non riuscivo a dormire. Così la mattina seguente scesi in spiaggia prima che si levasse il sole, per controllare le barche. Il mare aveva risucchiato e sputato ogni cosa, compresa la mia imbarcazione. Tutte le barche erano andate distrutte e sulla spiaggia di Jolco i rifiuti lasciati erano incalcolabili. Ma il mare aveva sputato anche qualcos’altro.
Era un uomo. Disteso con la faccia immersa nella sabbia. Non sembrava morto, respirava ancora. Lo aiutai a girarsi. I suoi vestiti inzuppati mi facevano pensare ad un mercante o qualcosa di simile.
Aprì gli occhi. Agitato e impaurito si alzò di scatto guardandomi con sospetto.
«Dove mi trovo?».
«Sei sulla spiaggia di Jolco. Io sono Timeo, il pescatore. Qual è il tuo nome?».
Cercai il suo sguardo ma i suoi occhi guardavano in giro.
«Cosa è successo qui?».
«C’è stata una tempesta. Sei fortunato ad essere ancora vivo, eri su una nave mercantile?».
«Quale nave?».
«Sei un mercante, giusto?».
Si toccò la fronte, aveva battuto la testa.
«Dove hai detto che siamo?».
«Questa è Jolco. Non troverai altre città da queste parti. Siamo l’unico porto alle pendici del vulcano. Non mi hai detto il tuo nome».
«Non me lo ricordo».
Lo accompagnai a casa mia. Rimase sul ciglio. Era robusto ma non molto alto. A guardarlo bene avevamo la stessa altezza, solo che lui portava la barba. Mi era familiare. I suoi colori scuri mi facevano pensare a uno dell’entroterra, un viaggiatore sfortunato.
Tremava. Non solo per il freddo, c’era del terrore nei suoi occhi. Si sarebbe preso un malanno in quelle condizioni. Gli diedi dei vestiti asciutti, mi ringraziò con un inchino. Devo ammettere che i suoi modi erano alquanto curiosi e ben educati, di quelli che non trovi nelle persone comuni. Poi se ne andò facendo ritorno alla spiaggia. Si costruì una baracca con ciò che il mare aveva portato e lì rimase per mesi.
Ogni mattina all’alba lo vedevi pescare al porto dove l’acqua era più profonda, poi ogni tanto si distraeva guardando l’orizzonte, come se cercasse qualcosa.
Un giorno lo andai a trovare. Lui era sempre lì. Immancabile al suo appuntamento con il mare.
«Timeo!» mi chiamò. Fui sorpreso che ricordasse ancora il mio nome.
«Sai cosa c’è oltre l’orizzonte?».
«Due colonne e un vuoto enorme, la fine del mondo. Così mi hanno insegnato»
«E tu ci credi?».
«Non sono mai andato così lontano. Sono sempre rimasto qui io» spinsi il mio occhio verso quella linea che univa il cielo e il mare «Jolco è sempre stata la mia casa».
«Io so cosa c’è. Tanto altro mare, niente terre. Solo mare».
«Ci sei stato?».
Non rispose. Si girò per andarsene.
«Non ti ho più ringraziato per i vestiti che mi hai prestato».
Lo seguii con lo sguardo e scomparve dentro la sua baracca. A volte di notte lo si sentiva gridare, immerso in qualche sogno o in una bottiglia: minacciava di uccidersi, poi implorava pietà e si riaddormentava in un pianto isterico. Non si ricordava niente, né chi fosse, né da dove venisse. Pian piano si sparse la voce, così la gente di Jolco cominciò ad evitarlo e a chiamarlo Leto, lo smemorato.
Avevo trovato un lavoro da Astreo, il carpentiere, ma la paga non bastava per me e per i miei due figli, così decisi di riprendere la mia vecchia professione, certo non avevo più una barca e ricomprarla sarebbe stato un salasso ma valeva la pena rimettersi un po’ in moto.
Ogni mattina prima di uscire raccontavo un pezzo di Jolco ai miei due figli. Quella mattina, Zeno e Fere, mi chiesero la leggenda dell’ultimo principe e della sua grande avventura:
«Il principe di Jolco doveva riconquistare il trono usurpato dallo zio, così gli fu detto di andare nelle terre selvagge a recuperare una pelliccia d’oro. Radunò, allora, cinquanta tra gli uomini più valorosi, come l’uomo più forte del mondo, i figli del vento dalle ali ai piedi, il suonatore di lira che calmava pure i sassi e l’arciere dalla mira infallibile. Partirono tutti sulla nave più grande e veloce che avessero mai costruito verso le terre selvagge. Dopo aver trovato la pelliccia dorata il principe si innamorò pure di una maga e la portò con sé. Ma una volta tornato in patria il giovane non riuscì a riprendere il trono della sua amata Jolco. Decise così di andarsene per sempre, abbandonando quel popolo che aveva creduto in lui. Si rifugiò in un’altra città, sposò la sua bella maga ed ebbe due figli. Ma il giovane principe non era contento. Voleva assolutamente un trono, dopotutto era un principe, ma era talmente accecato da quel desiderio che avrebbe rinunciato ad ogni cosa, anche tradire la sua famiglia. Sua moglie si offrì di aiutarlo con la magia, ma lui rifiutò ogni tipo di rimedio e la cacciò via. Ma ecco che una mattina, in punta di piedi, la maga entrò nella cameretta dei bambini, non avrebbero dovuto subire la pazzia del padre, schioccò le dita e i figli sparirono. Una volta scoperto il fatto e preso dalla disperazione il principe si recò su una scogliera. Quella fu l’ultima volta in cui lo videro».
«Che fine ha fatto?», mi chiese il piccolo Zeno.
«Dicono sia stato inghiottito dalle onde e dal suo senso di colpa».
Qualcuno mi aveva raccontato quella storia anni prima. La gente aveva preferito dimenticarla e nessuno ormai la ricordava più. Ma io quel nome non lo avevo dimenticato. L’ultimo principe di Jolco si chiamava Giasone.
Discesi la via che da casa arrivava dritta al porto, le mura grigie delle case sovrastavano quella strettoia. Un tempo la pietra bianca brillava sotto la luce del sole, ma da quando il vulcano si era risvegliato la cenere aveva coperto quasi tutto. E le case furono costruite sulle case, piani e piani che si alzavano sulle stradine. Così la bella città era andata in rovina e tutto ciò che c’era di bello restava lì coperto dal grigiore. La mia Jolco. Così fredda e per niente accogliente, così sola in mezzo alla costa. Stava lì, in attesa di un cambiamento, guardando il mare che le si apriva davanti e il vulcano che da dietro la minacciava. Pensai a Leto, dopotutto la mia città e lo Smemorato si somigliavano. Ma non era sempre stata così. Un tempo tutto era diverso. Quando le case erano più basse e la pietra brillava sotto il sole. Quando il vento soffiava verso il mare e i pesci saltavano dentro le barche. Quando il giovane principe teneva ancora alla sua Jolco. Lo odiavo per questo. Solo lui avrebbe dovuto rispondere del nostro declino. Sua era la colpa. Non di chi venne dopo, costruendo le case sulle case. Lasciandoci così, senza una guida in balia di noi stessi e di quella cenere che pioveva dal cielo. Eravamo soli in mezzo alla costa, di fronte quel mare che ci barricava la strada.
Quella mattina non riuscii a pescare niente. Né una spigola, né uno sgombro, neanche un misero cefalo e non era solo la mia sventura anche altri pescatori si trovavano nella mia stessa situazione. Eravamo tutti al porto e le barche rientravano vuote. Decisi di andarmene. Ripresi il secchio e la canna, ormai ero rassegnato.
«Timeo!».
Mi voltai. Era lo Smemorato, non lo vedevo da mesi. Indossava ancora i vestiti che gli avevo regalato. I capelli erano più bianchi e gli era cresciuta la barba. Su entrambi i polsi, notai, aveva delle cicatrici. Mi sorrise. Gli mancava un dente. Era il primo sorriso che gli vidi fare.
«L’ultima mareggiata ha spostato i banchi a largo. Prendi una barca, superiamo il porto ed entriamo in mare aperto. I pesci stanno tutti lì».
«Non credo sia sicuro. Guarda, dalle montagne sta arrivando un temporale».
«Prendi la tua barca. Io vengo con te».
Non aveva ascoltato una singola parola di quello che avevo detto. Ad ogni modo non avevo né una barca né i mezzi per attraversare le correnti.
«Una barca» gridò di colpo lo Smemorato guadagnandosi l’attenzione dei pescatori. «Prestatemi una barca. Vi prometto che porterò tutto il pesce del mare e lo divideremo insieme. Garantisce Timeo».
La risposta fu una assordante risata da tutto l’intero porto. Nessuno credeva in Leto, in fondo neanche io e forse era meglio così. Loro ridevano, io guardavo.
«Io ho una barca» rispose Astreo, il carpentiere, che era appena arrivato. Si fece spazio tra le persone e mi si parò davanti.
«Ho una barca nella rimessa. È un po’ vecchia ma dovrebbe andare».
«Mostramela» rispose Leto. Ero spacciato.
«Certo che te la mostro. Ma scommetto due pezzi d’argento che ritorni senza neanche un pesce. Andata?» e mostrò la mano per suggellare l’accordo. Leto accettò senza il minimo ripensamento. Garantivo io.
Astreo ci portò nella sua rimessa che non distava molto dal porto. La barca era una delle ultime in un antro ricavato da una caverna naturale.
Stava sotto un lenzuolo tutto impolverato. Era una bassina in legno di cedro, più grande di una lancia normale. Un tempo doveva essere rossastra ma il colore era sbiadito. Il nome si confondeva con la polvere e le incrostazioni del mare. Era illeggibile ma aveva qualcosa di familiare. Avevo già visto una barca come quella, forse in uno dei miei sogni agitati. Tutto era cominciato da quella tempesta, qualche mese fa. Lo Smemorato rimase qualche minuto guardando quella barca ormai malmessa.
«A chi apparteneva?».
«Non so chi fosse, me la commissionò un bel po’ di anni fa. Doveva essere un regalo a quanto ricordo. Era di Corinto».
«Corinto è molto distante da Jolco» continuai.
«E tu come fai a saperlo? Ci sei stato?».
«No di certo. Non mi sono mai allontano dalla città, io».
«Non importa chi fosse tanto annullò l’accordo. Ma la barca ormai era pronta. E qui è rimasta in attesa di una testa calda come la tua».
«Se riusciamo nell’impresa la barca resterà a Timeo» disse Leto.
«Tanto neanche ci vale due pezzi d’argento. Accetto» e ricambiò la stretta di mano. Ad Astreo piacevano le scommesse.
Partimmo. Il vento si stava alzando.
Non era neanche il tramonto e chissà in quali guai mi stavo andando a ficcare. Dalla riva tutti i pescatori, persino Astreo, ci guardavano e ridevano. Avevo perduto da tempo il mio lavoro e mi preparavo a perdere la dignità.
Fummo in mare aperto.
Le onde aumentavano e la corrente si faceva sempre più forte. Io restavo fermo, immobile aggrappato alla falchetta della bassina che per niente m’ispirava fiducia in quel saltare tra un’onda e l’altra e adesso ci si metteva pure la pioggia. Leto, invece, era veloce e agile. Lui il comandante e io il mozzo. Non avevo mai visto una simile maestria nel governare una lancia. La tempesta si stava per abbattere, avevo la mente annebbiata per la paura o per la troppa acqua che stavamo cominciando a imbarcare quando sentii la voce di Leto nelle mie orecchie.
«Butta la rete!».
Il vento era fortissimo e i tuoni illuminavano tutt’intorno, presi la rete da sotto il banco dove ero seduto.
«Da che parte?» gridai senza neanche guardarlo. Non mi rispose, mi dava le spalle e fissava l’orizzonte.
«Da quale parte?» gridai cercando di superare il rumore dei tuoni ma ecco che la randa si strappò volando verso l’orizzonte. Saliva e si perdeva in alto in mezzo a qualche nuvola insieme alle nostre speranze. Buttai la rete in mare. Non mi interessava la direzione. Volevo solo ritornare al porto. La lanciai con tutte le mie forze, tenendola salda agli stroppi dei remi. Non riuscivo a vedere niente con la pioggia che mi batteva sul viso. Poi il cielo si aprì ed ecco spuntare gli ultimi raggi del sole calante. Ero vivo, ma dei pesci ancora niente.
Mi sedetti sul banco di prua puntato verso la costa, il crepuscolo imperversava. Riuscivo perfino a vedere i fumi del vulcano e le luci di Jolco che si accendevano una dopo l’altra.
«È proprio bella la tua città. Mi sarebbe piaciuto viverci» disse Leto svegliandomi da un sogno.
«Allora trovati un lavoro decente. Fatti una famiglia, vivi e poi muori grasso e felice».
Lo Smemorato rimase in silenzio. Ormai mi ero abituato alle domande senza risposta.
«Il senso di colpa» mi disse sedendosi accanto a me.
«Cosa vuol dire?».
«È il senso di colpa. Così mi sento, ogni volta che tocco terra. Ti capita mai?».
«Sempre. Perché ti senti in colpa?».
«Sento di avere fatto qualcosa di brutto lontano da qua, solo che non lo ricordo».
«Non ricordi proprio niente?».
«Ogni giorno ricordo sempre di meno. Poi faccio dei sogni e…».
Fece una pausa. Si voltò osservando il l’orizzonte.
«Forse sono stati gli dèi a punirmi».
«Gli dèi non esistono. Se fossero esistiti a quest’ora avremmo trovato il pesce e invece non c’è un bel niente, non vedi? Le reti sono vuote».
Non feci in tempo a parlare che uno sgombro saltò dentro la nostra bassina, e poi un altro e un altro ancora. Tutto intorno a noi i pesci saltavano. La barca era diventata pesante.
Tornammo a riva accolti dallo sguardo stupefatto di tutti i pescatori di Jolco. La voce si sparse. Lo Smemorato ne aveva azzeccata una. Dividemmo il bottino con Astreo che in cambio mi regalò la barca, benché fosse solo un misero guscio di noce era servita a qualcosa. Il resto lo tenemmo io e Leto e poi lo invitai a pranzo, per l’indomani, glielo dovevo dopo quell’esperienza.
Il giorno dopo lo Smemorato si presentò alla mia porta. Indossava sempre gli abiti che gli avevo regalato. Non puzzava. Credo fosse la salsedine a coprire il tanfo che avrebbe dovuto emanare, lo si capiva dalle tracce bianche sulle braccia e sulle gambe. Mi ringraziò del pesce, i suoi modi sembravano quasi nobili, anche se non ho mai conosciuto un nobile, ma se avessi potuto conoscerlo sarebbe stato sicuramente come Leto. Non era una brutta persona, non avrebbe potuto fare del male a nessuno. E infatti qualche donna di Jolco stava cominciando a mettere gli occhi su di lui. Dopotutto riuscivo ad immaginarmelo con una bella famiglia, così gli presentai i miei figli.
Non ci eravamo ancora messi a tavola quando dissi loro di scendere dal piano di sopra. Arrivarono correndo, Zeno e Fere, mentre giocavano con una nave di carta.
Leto era di spalle. Incuriosito dal rumore e dagli schiamazzi si girò con un sorriso, quel rumore pareva piacergli. Tutto durò un attimo e fu assalito dal terrore. Indietreggiò spaventato, sbiancato nel volto: cadde e si rannicchiò su se stesso gettando un grido di dolore che diede sfogo a un pianto. Pareva un bambino. Poi a quattro zampe gattonò lentamente verso Zeno, allungò un braccio per toccarlo, ma Zeno indietreggiò spaventato lasciando cadere la nave di carta e si nascose dietro Fere.
«Non so cosa ti abbia fatto, ma ti prego, lascia stare i miei sogni» gli gridò lo Smemorato, poi raccolse il giocattolo di Zeno e uscì dalla porta in preda alla confusione.
Zeno si mise a piangere. Mandai i bambini di sopra raccomandando a Fere di badare a suo fratello. Ero turbato, mi girava la testa ma raggiunsi comunque Leto.
«Non sono stato io» mi gridò in faccia.
«A fare cosa? Che cosa hai fatto?».
«Spesso quando dormo, mi capita di sognare due bambini. Li stringo tra le mie braccia. Mi chiedono di raccontargli una storia. Appena si addormentano mi accorgo del sangue sulle loro gole, di cui le mie mani ne sono inzuppate. Provo a smuoverli. Li imploro di svegliarsi, poi capisco che sono morti. Allora uno dei due spalanca gli occhi e con le sue piccole mani tenta di strangolarmi dicendomi che è tutta colpa mia. Perdonami. Non volevo spaventare tuo figlio. Ma io non ricordo niente Timeo, non ricordo, non ricordo»
Riprese il suo pianto straziante. Non potevo farci niente. Non sapevo da dove cominciare, né cosa dire. Gli poggiai una mano sulla spalla in segno di affetto, dopotutto mi era caro benché non sapessi niente di lui. Aveva i pugni serrati, in uno di essi stringeva ancora la barca di carta.
Una volta ripresosi mi ringraziò dell’ospitalità e tornò al porto.
Il giorno seguente decisi di andarlo a trovare. Volevo sapere come stava, se si fosse ripreso. Così mi diressi verso la sua baracca.
Non avevo la minima idea di come facesse a reggersi in piedi. Era stata costruita con del legname sputato dal mare e poi abbellita con tutto ciò che la gente gettava al porto. Non entrai.
«Leto!» chiamai il mio amico più e più volte ma non rispose. Forse non era in casa o magari stava riposando. Poi la curiosità prese il sopravvento.
Aprii la porta dalla forma indefinita. C’era buio anche se la luce passava dagli spazi vuoti delle assi di legno. Quando mi abituai, tutto lo spazio era molto stretto. Un’amaca fatta di reti da pesca doveva essere il suo giaciglio. Più che altro fui incuriosito da tutti gli oggetti e cianfrusaglie che quel luogo conteneva. Dai barattoli di vetro alle collane di conchiglie e poi arnesi da lavoro e vasi con piantine secche. Su una mensola ricavata da una botte di legno c’era anche la nave di carta di Zeno. Leto raccoglieva tutto ciò che veniva dimenticato e lo portava nella sua baracca. Non c’era nient’altro da vedere, così uscii da quel luogo. Trovai il mio amico seduto sulla spiaggia, mi stava aspettando.
«Perché raccogli le cose che la gente abbandona?» gli dissi.
«Per dargli un’altra opportunità. Nella mia baracca trovano un loro posto»
«Ma sono cose vecchie».
«Non per questo devono essere buttate».
«Forse era un modo per passare il tempo. Pensai». Dopotutto non c’era molto da fare a Jolco.
«Stai sempre qui vicino al mare. Hai mai visto la parte alta della città? Da lì si che si vede bene l’orizzonte».
«Dici che si vede meglio della spiaggia?».
«Andiamo».
Ci incamminammo per le stradine che andavano in salita. Perfino Leto aveva difficoltà senza sfiatare.
Arrivati a metà strada, vidi alcuni abitanti andare tutti verso la stessa direzione.
«Dove state andando?» chiesi a uno di loro.
«È arrivato il Circo degli Argonauti. Hanno montato le tende nella Grande Piazza».
Di nuovo loro, pensai. Venivano ogni anno da quando ero piccolo. Da quando ci avevano detto che il Principe non sarebbe più tornato. Qualcuno una volta mi ci aveva portato, non ricordavo chi fosse. Infatti qualche attrazione l’avevo già vista. C’era una donna che sapeva leggere il futuro, ma si faceva pagare profumatamente. Magari questa volta avrebbe potuto aiutare il mio amico.
«Ti va di andare al Circo?» dissi allo Smemorato.
«Non so cosa sia».
«Gente che sa fare cose incredibili e si fa pagare per farle» risposi.
Arrivammo all’entrata della piazza, il cartello montato quello stesso giorno parlava chiaro “Benvenuti al Circo degli Argonauti”. In mezzo a quella vasta zona circoscritta le tende degli artisti si riunivano tutte sotto il palazzo del re, vuoto ormai da anni. Come sarebbe stata la mia città se il principe Giasone non ci avesse abbandonato? Ogni volta che vedevo quel palazzo in rovina mi chiedevo sempre la stessa cosa. Le finestre rotte, le porte sbarrate, quanto era bello quel palazzo.
Fummo accolti da mimi, saltimbanchi e giocolieri, c’era aria di festa a Jolco, non potevo negarlo. La gente rideva e divertendosi dimenticava per un attimo il mare che non dava più pesce e la mareggiate che avevano colpito la costa. Quanto sarebbe durata quella felicità? Ma dopotutto, forse, non aveva molta importanza. Ora che ci pensavo, avrei potuto portarci i miei figli.
«Fermiamoci qui» disse Leto indicandomi una tenda con scritto “L’uomo più forte del mondo”.
«Sarà veramente così forte come c’è scritto?».
«E’ solo un trucco» risposi. La fila era molto lunga. Avevo già visto quel numero, era lo stesso di tanto tempo fa. Un uomo muscoloso alzava un intero bue con una donna sopra. Alcuni dicevano che era uno di quelli partiti con il giovane principe di Jolco. Io non ci credevo. Non avevo voglia di rivederlo.
«Usano un sistema di carrucole» continuai.
«E tu le hai viste?».
«Andiamo Leto, voglio cercare la donna che sa leggere il futuro».
Continuammo a cercare ma non trovammo niente. Da una tenda sbirciai un numero molto interessante: un uomo stava in piedi con una mela legata sulla testa, un altro con una benda intorno agli occhi si preparava a scoccare la sua freccia. Non vidi la fine del numero perché richiusi subito la tenda. Dopo sentii solo un forte grido e poi un grande applauso. Mi guardai intorno, avevo perduto il mio amico.
«Leto!» chiamai invano per tutta la piazza. Qualcuno mi salutò, complimentandosi per l’impresa del giorno prima.
Guardai dentro qualche tenda, la gente rideva e si divertiva, i miei figli a casa ad aspettarmi ed io a cercare quello stupido. Volevo ritornamene a casa, che cosa ci facevo tra quelle tende? Ed ora che Leto era sparito avrei potuto abbandonarlo al suo destino, qualunque esso fosse.
Mi diressi verso una delle uscite della piazza. Il sole cominciava a tramontare. Molta gente si era riunita come se stesse per cominciare uno spettacolo all’aperto. Al centro vidi il mio amico, stava di fronte una donna seduta su una pelliccia dorata.
«Chi è quella donna?».
«Quella è la Pizia, la sacerdotessa del vulcano» rispose qualcuno tra la folla.
Era avvolta da veli di seta bianca dello stesso colore del cerone che le colorava il viso, le labbra, invece, erano tinte di nero come il contorno degli occhi. Aveva una lacrima disegnata sulla palpebra dell’occhio sinistro.
«Ho bisogno del tuo aiuto» diceva Leto alla donna seduta che pareva non calcolarlo. Aveva gli occhi chiusi e le gambe incrociate. Mi avvicinai senza farmi notare.
«Senti Smemorato» si udì una voce in mezzo alla folla «devi darle qualcosa che abbia un valore, se no non parlerà!».
«Non ho niente» rispose lui.
«Con tutti i pesci che hai preso, potresti sfamare l’intero circo» disse un altro e la folla si mise a ridere.
«Quei pesci non li ho più, li ho divisi con chi non aveva da mangiare».
«A me non è arrivato niente» gridarono in molti. Leto s’inginocchiò di fronte la Pizia.
«Cosa hai da offrirmi?» disse una voce lieve e dolce. Pareva venire proprio dalla bocca della sacerdotessa, ma i suoi occhi restavano chiusi.
«Non ho niente da offrirti, indovina. Ho solo questi stracci. Nient’altro. Ma ti chiedo ugualmente di aiutarmi».
«Hai ben altro addosso. La tua pelle per esempio. Me la daresti?».
«Se potessi, lo avrei già fatto. Voglio solo sapere chi sono».
La Pizia aprì gli occhi e cadde il silenzio. Erano occhi grandi e azzurri. Non credevo potesse esistere qualcuno con gli occhi di quel colore. Rimase a guardarlo. Poi accese un legnetto che sprigionò del fumo e un odore di cannella si sparse per tutta la folla.
«Allora voglio la tua pelle, Smemorato!».
Estrasse un pugnale da sotto la pelliccia che le faceva da tappeto. Glielo consegnò. Forse sarei dovuto intervenire per bloccare lo spettacolo. Ma non avevo alcuna voglia. Volevo solo guardare.
«E se dovessi morire?» disse Leto.
«Moriresti di certo, e il tuo amico Timeo verrebbe a salvarti di nuovo, non credi?».
La Pizia mi aveva appena nominato.
«Tanto vale continuare a cercare chi sono altrove» e posò il pugnale di fronte la sacerdotessa.
«Non ti fidi del tuo amico?» replicò la Pizia.
«Se muoio come potrei sapere chi sono».
«Lo sapresti per quei pochi secondi di vita che ti resterebbero e non sarebbero meglio di una vita senza ricordi?».
«Voglio solo sapere chi sono. Non voglio restare uno smemorato per sempre ma se io muoio nessuno potrà dirmi chi sono. Nemmeno Timeo» tremava come la prima volta che lo avevo incontrato. Era terrorizzato.
«Allora morirai da Smemorato!» gridò la Pizia alzandosi.
Non era molto alta ma le sue curve sotto la seta la rendevano slanciata, sinuosa e attraente e lei ne aveva la consapevolezza. Scalza com’era, girò intorno Leto poi si rivolse alla folla.
«Volete che lo Smemorato mi dia la sua pelle? Visto che non ha nulla in cambio da poter barattare con la sua identità?».
«Si, che lo faccia!» gridò qualcuno.
«O forse…» continuò la Pizia «qualcuno vuole sacrificarsi al suo posto?».
Il pubblico rimase in silenzio. Io rimasi in silenzio.
«Nessuno ti vuole aiutare, Smemorato. Ti rimane solo una scelta o la tua identità rimarrà celata per sempre».
Leto riprese il pugnale, questa volta sembrava deciso. Da dove sarebbe partito? Dal collo o dal ventre? Il pugnale gli toccò il petto.
«Io ho una barca» gridai con tutte le mie forze. L’avevo appena guadagnata e già la davo via.
«È una barca fortunata. Mi ha permesso di pescare molti pesci».
La Pizia mi trovò subito. Sapeva dov’ero. I suoi occhi erano diventati ancora più grandi. Il suo sguardo incuteva terrore.
«Mi daresti la tua barca… Timeo?».
«Sì» risposi.
Fece una pausa e ritornò a sedersi, con le gambe incrociate.
Calò il silenzio un’altra volta ma fu interrotto subito da un battito di mani. Ne seguì un altro e poi un altro ancora. La gente applaudiva. Applaudivano per lo spettacolo. Si erano divertiti ed ora qualcun altro li chiamava per nuove attrazioni.
«Venite» disse un saltimbanco «sta per cominciare lo spettacolo dei Gemelli siamesi».
E la gente se ne andò.
Restammo solo io, Leto e la Pizia.
«Dammi le mani Smemorato. Si direbbero delle mani forti e resistenti. Cosa ricordi del tuo passato?».
«Niente, indovina. Ricordo solo di essermi svegliato sulla spiaggia di Jolco».
Da sotto il tappeto, la Pizia tirò fuori un cofanetto in legno. Lo aprì. Conteneva un mazzo di carte con delle figure. Poi le mescolò con abilità.
«Scegli tre carte» disse con la sua voce dolce.
Lo Smemorato scelse la prima.
«Questa è la Papessa. È una strega ma allo stesso tempo una sposa. Te ne mancano altre due».
Leto ne scelse un’altra.
«Questo è il Sole che splende su due bei fanciulli».
Non capivo il significato di quelle carte. A cosa servivano? Era un altro spettacolo? Mancava solo un’altra carta. Leto ci pensò un attimo, poi la tirò dal mazzo.
«La Torre, simbolo della superbia dell’uomo» concluse l’indovina.
Riposò il mazzo nella custodia di legno, le tre carte rimasero lì, sotto i nostri sguardi.
«E ora? Le carte ti hanno detto chi sono?».
La Pizia non rispose. Osservava con attenzione quelle tre figure. Cercava di leggerle o di capirci qualcosa. Un sorriso le cambiò il volto. Alzò lo sguardo. Non era felice di quello che aveva trovato, il suo era un sorriso malinconico, ma si spense subito, come se dall’altro lato dei suoi occhi azzurri stesse avvenendo qualcosa che non potevamo vedere. Fece un grande respiro per scacciare quell’immagine a noi ignota e sbattendo le palpebre, due lacrime le scivolarono sulle guance, portandosi parte del cerone nero. Ne raccolse una e l’assaggiò.
«Sale» disse bisbigliando.
Ormai eravamo alla resa dei conti. La Pizia avrebbe dato il suo responso e sarebbe finita lì, una volta per tutte. Non avevo mai visto il mio amico così fermo e deciso. Qualsiasi cosa gli avrebbe detto la sacerdotessa, l’avrebbe accettata senza indugio. Non c’era paura nei suoi occhi e ora che avevano seguito ogni minimo movimento non potevano più aspettare.
«Chi sono io?».
«Mi dispiace. Ma io non lo so» interruppe la Pizia.
«Come temevo. Anche questo faceva parte dello spettacolo e noi ci eravamo caduti in pieno».
«Allora tutto questo non è servito a niente» disse Leto alzandosi di scatto.
«Le carte non mi hanno detto chi sei…».
Lo Smemorato fece per andarsene, come era suo solito fare.
«… ma mi hanno detto chi devi cercare».
Tornò indietro e si rimise a sedere. La folla cominciava a far ritorno verso casa, gli spettacoli ormai erano finiti. Si accesero le luci di Jolco, il vulcano buttava fuoco, la cenere sarebbe caduta ancora sulla mia città e i miei figli erano a casa che mi aspettavano.
«Dimmi il nome».
«Avvicinati» Leto seguì il suo ordine. La Pizia allungò la mano portandola sul viso dello Smemorato. Gli sussurrò qualcosa. Poi lo congedò con un bacio in bocca. Le sue labbra erano morbide mentre il nero del trucco rimase inciso sulla bocca di Leto.
«Devi andare, adesso» fu l’unica cosa che sentii.
Leto si ricompose e tornò in piedi. Mi guardò. Non disse niente. Capii che mi voleva ringraziare da amico. Nel frattempo qualcuno usciva da una delle tende del circo. Era un uomo molto alto e muscoloso, sembrava una montagna. Alzò l’enorme braccio, mi salutò, forse scambiandomi per qualcun altro. Eppure sembrava conoscermi. Leto era già corso via, verso il porto.
«Il suo viaggio comincia adesso» mi disse la Pizia risvegliandomi da un sogno.
«E dove lo porterà?».
«Per mare».
Ero felice. Finalmente il mio amico aveva una strada da percorrere. Avevo portato a termine una buona azione e fin dal primo momento che lo avevo visto sapevo che avrei dovuto aiutarlo. Ma adesso era il momento di ritornare a casa dai miei figli. Fu in quel momento che la sacerdotessa mi afferrò i polsi mostrandomi le varie cicatrici. Non ricordavo come me le fossi fatte. Corde pensai.
«Dovrai seguirlo, Timeo».
«Cosa hai detto?».
«Sarai tu ad accompagnarlo».
«Questo non è possibile. I miei figli?».
«I tuoi figli verranno con te, se li vorrai».
«E se dovessi rifiutare?».
«Allora Leto resterà uno Smemorato. Dimenticando tutto ciò che esiste in questo mondo, un pezzo alla volta, fino a quando morirà nel buio. E tu rimarrai un semplice pescatore che ha paura di andare per mare».
Gli occhi della Pizia guardavano lontano. Là dove nessuno poteva arrivare. Io facevo solo parte di un piano più grande.
«Non ho nessuna barca per accompagnarlo».
«Si che ce l’hai. Sei stato tu stesso ad offrirgliela per salvarlo».
«Perché io?».
«Perché solo tu, Timeo, ricordi il racconto del giovane principe di Jolco».
Non capivo. Cosa c’entrava quella storia con Leto.
«Tutto ti sarà più chiaro. Ora vai».
Le strade erano vuote. Era tardi, molto tardi. Correvo in direzione del porto. Senza sapere dove sarei finito, cosa avrei fatto, dove mi avrebbe portato quel viaggio. In quel preciso momento quando tutti erano a casa uniti alle loro famiglie. Incuranti di ciò che stava accadendo alla nostra bella città in rovina. Nessuno usciva più la sera. Tutti temevano il buio, tutti lo fuggivano rintanandosi a casa e tralasciando i problemi del mondo. Ma la mia Jolco era lì ed io la stavo abbandonando.
Arrivai alla spiaggia. La luna illuminava ogni cosa, riuscivo a vedere benissimo. Leto era sulla bassina che mi aspettava. Aveva improvvisato una vela con tessuti trovati da qualche parte. Il vento si stava alzando alzava. Dovevamo partire. Trovai un barattolo di vetro per terra. Lo raccolsi. Aprii il tappo in sughero e lo riempii con della sabbia. Una parte della mia città sarebbe venuta con me. Per non dimenticarla.
Entrai in acqua appoggiandomi al bordo per salire sulla poppa. Fu in quel momento che sotto la luce della luna, riuscii a scorgere il nome della barca che tanto ci aveva aiutato. L’acqua lo aveva liberato dalle incrostazioni. Ora si leggeva benissimo. Si chiamava Medea.
«Cosa ti ha sussurrato la Pizia?» chiesi al mio comandante
«Mi ha detto che devo cercare Giasone. Ma non so chi sia».
Non credetti alle sue parole. Come poteva Giasone, colui che da sempre avevo maledetto, essere ancora vivo? E se ciò fosse stato vero, allora per la mia città c’era ancora una speranza. Mandai giù il groppo alla gola.
«Da che parte andremo?» dissi.
«Avanti. Sempre avanti. Verso l’orizzonte. Così ha detto la Pizia».
«Bene. Il viaggio sembra lungo. Siediti Leto. Ti racconterò la storia dell’ultimo principe di Jolco».
Il mare era calmo quella notte, come non lo era da tempo. La nostra Medea si rifletteva perfettamente alla luce della luna. Decisi di specchiarmi, da molto non vedevo il mio viso. Mi era cresciuta la barba e i capelli cominciavano ad ingrigirsi, proprio come Leto, proprio come la mia città che spariva all’orizzonte. Mi sporsi ancora di più. Notai qualcosa di strano sulle mie labbra. Le toccai. C’era del trucco nero, come se qualcuno mi avesse baciato. Le mie labbra erano tinte. Le nubi coprirono la luna. Mi guardai in giro cercando lo Smemorato. Non vidi nessuno. Su quella barca c’ero solo io. Mi concentrai verso l’orizzonte. Le sue parole mi rimbombano ancora in testa.
«Avanti, sempre avanti».
Danilo De Luca