La nascita di una leggenda – racconto di Christian Mella

La nascita di una leggenda – racconto di Christian Mella

Il vecchio Nere se ne stava sempre con un’aria assorta, meditabonda, come di chi con un occhio vede il mondo di carne e polvere come lo vediamo tutti, e con l’altro vede il mondo dello spirito fatto di visioni e presagi, che tutti hanno la possibilità di scorgere, ma pochi l’ardore e la pura curiosità necessari per vederlo.
Nel Villaggio degli Uomini dove era nato e dove viveva si diceva che avesse raggiunto l’età di mille lune, e nessuno conosceva qualcuno più vecchio di lui. Non aveva mai preso moglie e perciò non aveva figli, ma per la gente del villaggio era il padre e il nonno di tutti. Quando stava lì con loro viveva in una capanna un poco distante dalle altre, vicino ai recinti degli animali. Molto spesso si ritirava invece sui monti sopra la valle, e stava lì per lungo tempo come in un eremo. Si diceva che la notte provenissero da lì strane luci, e che lui parlasse con gli spiriti, anche se nel villaggio nessuno l’aveva mai visto far accadere particolari magie. Si diceva che una volta in cui i cacciatori non trovavano prede, e il bosco sembrava come svuotato dai suoi abitanti, lui li avesse fatti tornare, ma erano voci lontane e nessuno sapeva se fossero verità o fiaba. Comunque, tutti lo rispettavano e gli volevano bene, e lo consideravano un bravo stregone. Dalle mille lune che era lì, era lui a occuparsi dei malati ed era colui a cui ci si rivolgeva quando sorgeva nell’animo qualche tribolazione. Lui ascoltava, guardava in faccia con un occhio rivolto qui e l’altro in un altro mondo, e calmava gli spiriti.
Capitava che, quando qualcuno andava da lui con l’animo turbato, lui si assopiva e aveva delle visioni, raccontava all’altro quello che aveva visto, e l’altro si tranquillizzava. A volte quello che vedeva non aveva un senso preciso, ma l’altro si tranquillizzava. Non la ragione, ma una parte del suo essere veniva guarita dalle sue parole. Gli altri erano molto contenti di questo dono, ma non Nere.
Nere avrebbe voluto capirci qualcosa in più, ma non riusciva a penetrare il suo stesso dono, la sua stessa visione. Neanche lui sapeva da dove arrivassero quelle immagini, né il loro preciso significato. Quando era al villaggio, spesso si sedeva fuori dalla sua capanna e osservava i cavalli e le galline. Li osservava e cercava di indovinare il loro linguaggio, le loro intenzioni, i loro pensieri. Soprattutto quando osservava gli animali, o quando in ritiro sulle montagne guardava sorgere e tramontare il sole e la luna, gli sembrava di percepire qualcosa, di essere sul punto di giungere a un’intuizione profonda, che avesse un nome e un significato precisi. Gli era capitato molte volte di sentirsi quasi all’arrivo, ma era come un falco che giunto in picchiata a pochi metri dalla preda, venisse spazzato via dal vento. Aveva percepito un senso di tutto, aveva sentito la forza della natura, la similitudine tra l’uomo, l’albero e la gallina, ma non era riuscito ad andare oltre a quelle sensazioni, a quei presagi. Non si erano tradotti in un’intuizione definita, rivelatrice e liberatrice. E di quelle cose, infatti, di quelle cose che aveva sentito e intravisto, non aveva mai fatto parola con nessuno, perché non avendole messe a fuoco, non avendole carpite definitivamente, non era in grado di tradurle in parole.
Aveva così mille lune, e senza dubbio molta saggezza. Conosceva i modi per guarire il corpo e lo spirito, conosceva i racconti e le storie del suo popolo, trasmessi a lui dal vecchio stregone del Villaggio degli Uomini, suo maestro, ma non aveva mai avuto un’intuizione che fosse davvero sua, non aveva aggiunto niente di proprio alle conoscenze che aveva ereditato da altri.
Finché una sera che se ne stava davanti alla sua capanna, intento a osservare gli animali mentre tutti gli altri già dormivano, assistette a una cosa assai semplice, che però non aveva mai visto. Vide una gallina che faceva l’uovo, e tutti quegli sprazzi di visioni, tutti i frammenti, tutte le cose che aveva intravisto da una fessura senza mai inquadrarle gli si misero finalmente sotto agli occhi limpide, chiare, senza dubbi. L’uovo, l’uovo era la sua intuizione! L’uovo era il tutto che aveva visto nel sorgere e nel tramontare del sole, nel cerchio infinito che la luna ripeteva in cielo ogni notte, nell’irrequietezza dell’animo dei suoi vicini subito calmata dal racconto delle sue visioni. L’uovo era la possibilità, era il divenire, era il tempo senza inizio e senza fine, poteva essere animale o cibo. Capì anche che fino ad allora non aveva intuito nulla perché, accecato com’era dal trovare qualcosa, si era dimenticato del modo in cui bisogna cercare. La ricerca era diventata un’ossessione, e per questo non aveva dato frutti. Quando ammirava e contemplava la luna dal suo eremo di montagna, e quelle sensazioni indefinite davano pace al suo cuore e alla sua mente, e il suo spirito percepiva un senso del tutto, non si fermava nella contemplazione. Voleva andare oltre, voleva penetrare il mistero invadendolo, e lì stava il suo errore, e dopo molte lune finalmente se ne accorgeva. Cercava di spiegare con la ragione, con l’occhio che vedeva la carne e la polvere, ciò che invece avrebbe potuto vedere solamente con l’occhio dello spirito.
E ora, finalmente ci era riuscito. I due occhi vedevano la realtà nello stesso momento, ognuno con le sue caratteristiche proprie eppure in concomitanza all’altro. L’occhio della carne aveva visto lo sforzo compiuto dalla gallina per dare alla luce l’uovo, e contemporaneamente l’occhio dello spirito aveva visto le potenzialità di quell’uovo, l’infinito racchiuso in esso. E allora l’occhio della carne aveva intravisto il pulcino che ne sarebbe uscito, o il cibo per gli abitanti del villaggio che ne sarebbe scaturito, e la conseguente sofferenza della gallina nel vedersi strappata la sua creazione. Infine, i due occhi videro l’uovo nello stesso momento, ed era insieme tutto ciò che avevano visto e anche un semplice, perfetto uovo, ancora caldo del corpo della gallina. E vedendo ciò, i due occhi, il sinistro e il destro, la sporca polvere e la nuda anima rividero anche le mille altre cose che avevano visto senza mai congiungersi, e poterono finalmente scorgere nitidamente i mille incanti che non erano mai riusciti a spiegarsi a fondo. I due occhi capirono la magia senza magia delle parole che riuscivano a guarire l’anima di chi, andando da lui a raccontare i propri demoni, ne usciva guarito. I suoi occhi rividero il ciclo infinito della luna nel cielo, e videro la perfezione di quell’ammasso di roccia che vorticando nello spazio era guidata in una traiettoria sicura e precisa, tracciata da una mano sapiente. I suoi occhi rividero anche i molti parti di donna a cui aveva assistito, le molte mani di donna che aveva stretto alle sue nel momento di estremo dolore. Rividero i bambini piangenti e ancora sporchi del ventre materno stretti tra le braccia delle loro madri, e in essi gli sovvenne perfettamente quel tutto che aveva ricercato, la loro tempra nuova poteva essere di prode cacciatore o di vile assassino, di uomo o donna semplici o di stregoni come lui, che ancora avrebbero cercato e cercato, e forse trovato qualcosa.
Insieme con quest’immagine precisa, con questa intuizione profonda, arrivò anche la consapevolezza che l’uovo era al tempo stesso soltanto un simbolo, un mezzo, una forma che schiudeva ai saggi l’essenza che conteneva.
Sul volto di Nere si dipinse un mezzo sorriso beato, i suoi occhi finalmente congiunti, e il vecchio rise, rise di sé nel buio della notte, rise per aver finalmente capito qualcosa di tanto semplice, che gli aveva richiesto tutta una vita. Nere sapeva che qualcuno avrebbe potuto fraintendere la sua intuizione, ma sapeva anche che chi aveva il cuore puro e la mente libera avrebbe capito senza difficoltà, ed era contento di avere finalmente aggiunto un piccolo ma prezioso tassello alla conoscenza del Villaggio degli Uomini. Questo frammento di verità si diffuse presto tra gli abitanti del villaggio, Nere venne ancor più rispettato come stregone, e questa conoscenza passò insieme alle altre ai suoi successori.

Dopo molte, moltissime lune che Nere era morto e nessuno ricordava più il suo nome, il Villaggio degli Uomini cominciò a espandersi fino a territori di cui i suoi abitanti non conoscevano né il nome né l’esistenza. Il Villaggio degli Uomini divenne il mondo che tutti abitiamo, divenne Europa, Africa, America, Asia, Oceania e divenne anche isole remote. E in ognuno di questi luoghi arrivarono anche le conoscenze del Villaggio, cambiate, trasfigurate, adattate.
Fino a pochi secoli fa, prima che la chimica soppiantasse i loro laboratori e le loro tavole, sapienti arabi e curiosi europei assetati di sapere, che la gente chiamava alchimisti, credevano che lavorando assiduamente ai loro alambicchi avrebbero creato una sostanza, dall’aspetto di un uovo giallo, capace di trasformare qualsiasi metallo in oro.
E ancora oggi, lontani dalle città e dai centri più grandi, alcuni villaggi sperduti dell’Africa conservano un’antica leggenda che gli stregoni tramandano ai loro successori: si dice che alcune particolari uova, se messe in una pentola d’acqua, possano dare a chi lo chiede tutto ciò che desidera.

Christian Mella

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