Anche le Parche muoiono – racconto di Viviana Veneruso
Redazione2026-02-09T12:55:59+01:00La scorsa notte ho sognato che mi cadevano tutti i denti. Un tintinnio di monete sul pavimento piastrellato del bagno, quello grande, che in casa dei nonni si poteva usare solo nei giorni di festa. In pochissime occasioni le mattonelle avevano visto le butterature delle suole, sentito lo scalpiccio flaccido delle ciabatte, e di certo non avevano avvertito mai il solletico di piedi nudi e inzaccherati di bambino. Infatti, nessuno di noi nipoti da piccolo si sarebbe arrischiato ad entrare in quella stanza-reliquia tenuta sottochiave per gran parte dell’anno. E proprio su quel pavimento che sapeva di nuovo, di levigato e lindo, si sparpagliavano con un sabba di suoni scampanellanti i miei bianchissimi denti.
Succedeva in un istante: prima erano tutti al proprio posto nella bocca, ancorati alle loro fondamenta fibrose fatte di gengiva, e l’attimo dopo erano per terra, costellazione slogata di molari e incisivi e schegge d’osso che un cannibale avrebbe potuto impilare in forma di collana.
Mia nonna avrebbe commentato il tutto con la sua apodittica saggezza popolare: me la vedevo dirimpetto alla tavola, le mani giunte, le spalle incassate, i gomiti sgretolati dalla psoriasi, a fissarmi con gli occhi tristi di chi sta cercando di mandare giù una brutta notizia.
Caduta di denti, morte di parenti.
Nonna, ma è solo un sogno, il contrappunto della mia voce flebile, con la testa appena fuori dalla tana mentre avrei tentato di obiettare quella che per lei era già profezia.
Al che lei avrebbe scoccato il collo in un no secco, che di repliche non ne ammetteva altre.
In particolare del sogno m’inquietava la scena finale, che ricordavo nel dettaglio: un’inquadratura ravvicinata sulla mia bocca, grotta piena di nero vuoto. Ma più conturbante ancora di quella vista era la reazione della nonna per come me la figuravo, insieme all’interpretazione che avrebbe cavato dall’immagine dei denti che cascano e della bocca che si desertifica. A lei non importava granché della cornice o delle dinamiche, non faceva troppe dietrologie: com’è che diventavo improvvisamente sdentato? A seguito di un pugno, una botta, una malattia, un malocchio? Lei non se lo sarebbe chiesto.
Avrebbe estrapolato il momento clou del sogno – il precipitarsi suicida dei denti dal cornicione delle mie labbra – e su quell’unico episodio si sarebbe soffermata per succhiarne la simbologia che, a suo dire, sapeva di lutto e di rovina.
E quali parenti, se po’ sapè? l’avrei provocata io, assecondando il suo fare da sibilla.
Nun jucà co’ o ffuoc, la sua risposta secca, che di nuovo parava la strada a qualunque contrattacco.
Le sue sentenze bruciavano come teglie di terracotta, di quelle che sudano gocce di formaggio fondente, a slinguare fuori dai bordi di una terrina. Io ero l’unico della famiglia a raccogliere a mani nude ogni sua parola-lapillo; gli altri, opportunamente, si scansavano. La sapevano vecchia e insofferente e maniacale, affossata nelle sue cupe superstizioni; non davano troppo peso a quello che, nei suoi ultimi anni, lei si ostinava a borbottare in una lingua malmostosa tutta sua. In mezzo alle parole metteva a lievitare l’acredine e il rancore: stava per morire, lo sapeva, e quel pensiero la faceva arrabbiare.
S’immaginava di rantolare come una bestia macellata nel suo letto di sposa, di essere unta dalle dita grinzose del prete – che lei riteneva ‘nu carcioffolo comm’ a n’at’ – poi seppellita senza tanti riguardi, pianta di pianti finti a un funerale di facce smorte, inseguita da un corteo mentre il suo corpo se ne stava immobile dentro una gabbia d’ebano dalle foderature in raso. Infine, si aspettava di essere dimenticata, se non per qualche micragnoso fiore di plastica al cimitero portatole da qualcuno ogni tanto. Ma lei i fiori, in vita, li aveva detestati, quindi forse persino meglio il deserto, la steppa di steli sfarinati dal tempo e dagli agenti atmosferici. Si sarebbe accontentata piuttosto di qualche cero votivo di un rosso sguaiato, con il faccione di qualche santo in primo piano, il sorriso sornione e la mano inguantata a benedirla per sempre: perlomeno qualcuno le avrebbe tenuto compagnia nel raccoglimento della noia eterna.
Tuttavia della paura di morire, che io indovinavo, lei non m’aveva mai parlato apertamente; forse anch’io avevo ereditato qualcosa del suo fare stregonesco, se mi pareva di aver letto quella predizione spaventata nelle sue mani, quando ancora gesticolavano svelte, massaggiavano impasti, si chiudevano sui lembi delle lenzuola col cigolio scattoso delle chele di granchio. Quando, insomma, non erano ancora quello che sono divenute poi: moncherini inermi a pencolare giù dal materasso mentre moriva, sfidando lo sgomento dei nostri occhi.
Forse, mi dicevo, era sconcertata dall’idea che la sua morte sarebbe stata una delusione, uno sgonfiarsi mogio delle aspettative di chi avrebbe così dovuto ammettere che dopotutto il suo straparlare da maga – o da parca che inganna il tempo del mondo – sarebbe finito come finisce il tempo di tutti: un sospiro più tormentoso degli altri, un inciampare trafelato del fiato lungo la scala a pioli della trachea.
Adesso che la nonna è questa cosa qui – un fagotto di ossa incustodite in un cimitero di provincia, dove c’è veramente quel santo a cui era così devota a sorvegliarla, col suo saio color castagna e i palmi sanguinolenti e sacri – fra tutti i ricordi che ho di lei, uno si fa strada tra gli altri senza che io sappia bene il perché.
Io avevo sei anni, eravamo in agosto. Lei bestemmiava prendendosela col caldo torrido e con la marea di mosche che le montava contro mentre tentava di pulire un calamaro, china sul lavello in veranda. Io le stavo dietro, incaricato di sciosciare uno strofinaccio in aria ogni qualvolta s’avvicinavano gli insetti. Li facevo rimbalzare contro il vetro zigrinato che foderava il balcone, ma loro tornavano sempre alla carica attratti dall’odore salino del pesce e schivavano le frustate piroettanti della mia arma. In qualcuna delle sue imprecazioni incarognite, la nonna comprendeva pure me e il mio straccio e la mia incapacità di gestire la situazione. Non dava alcun peso al fatto che ero un bambino, e che di solito la mamma mi tappava le orecchie per ripararmi le maleparole degli adulti. Secondo la nonna, io dovevo ascoltare e vedere tutto; si comportava con me come faceva coi grandi della famiglia: il nome collettivo in cui li radunava era ‘questa banda di ingrati’, un’ammuina di figli e nipoti e fratelli che recitavano la propria parte la domenica a pranzo e alle feste comandate. All’epoca mi sfuggiva che quel prefisso potesse essere privativo, e raschiare via la gratitudine, la riconoscenza dai miei familiari, negar loro lo statuto di persone amorevoli e riguardose, come invece me le figuravo.
Dell’aggettivo ‘ingrati’ m’affascinava la somiglianza della seconda parte della parola con il verbo ‘grattare’, e allora mi dicevo che forse quel termine stava per una malattia di cui tutti i miei parenti sarebbero stati affetti e che doveva avermi risparmiato, se la nonna mi teneva fuori dalle sue rabbiose generalizzazioni. Un’infezione simile alla scabbia, la direi oggi, che ti costringe a sfregare e grattugiarti certe zone del corpo contagiate da una taranta di pruriti.
Pensavo che a trasmettere la malattia fosse qualcosa che i grandi mangiavano e che io rifiutavo tassativamente di assaggiare. Andai così avanti per anni con la demonizzazione del prosciutto cotto, che io scansavo tutte le volte che veniva portato in tavola, assieme alle altre fettine di salumi sdraiate sul dorso di un piatto ovale. I membri della mia famiglia lo trangugiavano senza problemi e, man mano che le fettine venivano prelevate dal vassoio, la ceramica svelava prima un codino ritorto, poi una pancia grassa e rosastra, per finire col mostrare per intero l’illustrazione mezza scrostata di un maiale. La sua rappresentazione era anatomicamente ineccepibile, di quelle che si sarebbero potute trovare affisse sulla parete di una macelleria, anche se lì di solito si guardava persino dentro il corpo dell’animale. Che poi, si sa, del maiale non si butta via niente, nemmeno la lingua. E accompagnando la nonna dal chianchiere di tanto in tanto l’avevo vista io, quella curva di carne immobilizzata in una posa innaturale, come se qualcuno l’avesse imbalsamata a forma di L maiuscola e pittata di un grigio topo, a coprire il suo colorito originale. Nonna diceva che al nord la mangiavano, ma che a lei faceva senso persino guardarla. Io non potevo che accodarmi al suo disgusto e compiacerla mimando le sue stesse smorfie di schifo, ma le riproducevo solo una volta allontanatici dal banco, perché a dir la verità quella lingua m’incuteva timore, come se d’un tratto potesse sciogliere la sua postura ritta e, per farmi un dispetto, stravaccarsi nel piatto di portata accanto a quei salumi che odiavo tanto. Quell’immagine quindi non faceva che acuire il mio fastidio nei confronti degli insaccati tutti, e in particolare di quello che a mio parere ricordava più da vicino la carne viva dell’animale.
Se però era davvero il prosciutto rosa il colpevole di quell’epidemia da cui io dovevo essermi salvato, non mi spiegavo tuttavia com’è che i miei parenti riuscivano a dissimulare in modo tanto irreprensibile il loro malessere a tavola. E qui tornava la mia convinzione: erano così rispettosi e compìti che durante i pasti, per rispettare un certo galateo, certo non si sarebbero grattati mai.
Appreso poi il significato del termine, la smisi con la storia del prosciutto e dell’infezione familiare che per anni avevo sospettato e tagliai corto anche nel pensare con tanta sicurezza certe cose dei miei parenti: ch’erano sinceri quando ringraziavano la nonna per il pranzo, che non erano così avidi e gretti da aspettare la sua morte per spillarle casa e soldi, e che le volevano bene come gliene volevo io. Cosa, quest’ultima, davvero impossibile, vista la mia rapace devozione nei confronti di quel donnone mastodontico che avrei difeso da mosche, tafani, ma anche da assalti di cavallette o altri invasori: l’avrei parata con lo scudo – un po’ mingherlino, e però non per questo meno eroico – del mio corpo di bambino.
Pensavo che quel calamaro non avrebbe mai ceduto a farsi sguainare da chi lo stava manipolando e invece, dopo due tentativi e mezzo in cui il suo corpo era scivolato nel lavandino e nonna l’aveva riacciuffato, alla fine era riuscita a bucare la pelle per cavarne l’osso, aggeggio oblungo che poi mi consegnava, ancora umettato dei viscidumi del pesce.
Io lo prendevo solo perché erano le sue mani a darmelo.
Dopo diverse volte in cui avevo assistito all’operazione, nonna sfatò una mia convinzione: il calamaro non era vivo, mentre subiva quel trattamento. Quel suo ballo di San Vito era sì uno sciuliare scomposto per svignarsela magari attraverso le tubature – che non portano al mare ma perlomeno non sono mani che strizzano – ma non era un movimento vivo; era piuttosto l’arteteca sgraziata di un corpo già morto. Non che quella consapevolezza mi guastasse l’appetito: ero abituato anzi a prender parte a quella manovra già con l’acquolina all’origano e pomodorini in bocca, pregustando il calamaro non più creatura vivente, preda delle acrobazie manesche di mia nonna, ma già pietanza, boccone triturato e spalmato sulle papille. D’altra parte, io mangiavo tutto quello che la nonna mi coricava nel piatto: le foglie di verza baciate dal grasso umidiccio della pancetta, i fagioli a braccetto con la cotica, le melanzane alla parmigiana rigorosamente fritte due volte. Prima di addentarle a tavola, io avevo sentito il loro ridacchiare al solletico dell’olio bollente in cui la nonna le aveva immerse, a una a una, chiedendomi una mano coi fogli di carta assorbente a risucchiare l’oro in eccesso.
La cucina della nonna era un bouquet di vegetali irrorati di olio di semi, ma anche un tripudio di mozzarelle panciute e di animali morti che noi eravamo francamente, impunemente contenti di metterci in pancia.
Quel giorno pranzammo in balcone, dove avevo apparecchiato con l’aiuto incostante dei miei cugini distratti dalle chiacchiere degli adulti a cui fingevano di prender parte con spocchioso interesse e dagli assaggi proibiti che razziavano ai piatti di portata prima di farli atterrare in tavola. Erano tutti più grandi di me, le loro visite a casa della nonna si facevano sempre più rade e il tempo che avevano per giocare con me più pidocchioso. Ma quel giorno la cosa non mi avrebbe sciupato l’umore: ero inorgoglito dal ruolo assegnatomi dalla nonna nella preparazione del pranzo; nessun gioco avrebbe potuto attrarmi quanto quel guardare con tanto d’occhi i volteggi da prestigiatrice delle sue mani. La nonna cucinava sempre senza guanti ma con la fede al dito, pure quando si trattava di impastare globi di farina e acqua: rischiava sempre, temeraria, che il composto le si agglutinasse attorno all’oro.
La controra la passammo assieme, io e lei, mentre toccava agli altri disfarsi dei residui di cibo appiccicati ai piatti, disporre plotoni di bicchieri e posate nella lavastoviglie, mimetizzare le sedie pieghevoli dietro l’anta di un armadio in soggiorno, dove sarebbero state prelevate poi per il prossimo popoloso banchetto di famiglia.
La nonna, dopo aver prestato i suoi servigi in cucina, aveva l’abitudine sacrosanta di coricarsi per un’oretta. Quando entrai in camera, era già sdraiata dalla sua parte del letto, i buchi delle persiane da cui filtrava la luce a farle un solletico di raggi sulla veste fiorata. Mi distesi accanto a lei sapendo bene che il pezzetto di spazio che mi concedeva era un privilegio raro e che, da quando dormiva da sola dopo la morte del nonno, non esisteva per davvero una sua parte di letto: la nonna occupava l’intero materasso matrimoniale, spiaggiandosi a pancia sotto con la sua massa da capodoglio. In quei momenti invece mi autorizzava a stendermi accanto a lei, così mi facevo foracchiare anch’io dalla grattugia di sole che proveniva dalle veneziane.
A questo punto il mio ricordo si buca, in corrispondenza della conversazione murmuriata a mezza bocca che con la nonna deve essere avvenuta; prima di addormentarsi faceva sempre così: mi parlava a occhi chiusi, le dita a giocherellare con l’aureola della fede, le sue parole come sassolini sparpagliati lungo la via che sempre da lei mi portava.
Non ricordo con esattezza cosa disse, né cosa risposi io, in un napoletano goffo che della sua cadenza non aveva ereditato che una timidissima traccia. A casa mia il dialetto era bandito dal puritanesimo linguistico di mia madre, secondo la quale tutti i suoni che uscivano dalla mia bocca dovevano ‘stare composti’, essere candeggiati e impeccabili.
Al contrario, per mia nonna il dialetto era il modo per arrivare alla verità delle cose, che pure in italiano si poteva dire, certo, ma in una versione più pallida e indecisa: l’italiano apparteneva agli altri, un codice marziano che pure aveva dovuto imparare e, se cedeva ad imprestarlo, era solo per convenienza, per farsi capire.
Quindi, pur se non riesco a rievocare di preciso le parole, certo è che si rivolse a me con la sua lingua adiposa, ingrassata dal dialetto. Forse parlò (e ne parlava sempre) della guerra, dell’eruzione che le era collassata addosso in un giorno d’estate della sua infanzia, dei calzini infilati gli uni sopra gli altri quando c’era da fuggire all’intrasatta per scampare alle bombe, e poi delle trecce crespe di sua madre, dei suoi gatti che intrattenevano salotti di ciarle in balcone, dei libri che non aveva letto, delle bambole che non aveva avuto.
Di quello che la nonna deve aver detto, e che io certamente all’epoca ascoltai con orecchie drizzate, cullato dai suoni untuosi della sua voce, una cosa sola me la ricordo bene, ammesso che risalisse proprio a quella siesta e non a un altro momento. D’altronde quegli episodi, nella miscellanea scompagnata di istanti della mia infanzia, un po’ si somigliavano: la cornice era sempre quella di una riunione mangereccia a casa sua; al posto di calamari a sciaguattare nel lavello, ci sarebbero potute essere seppie o canocchie, avrei potuto aiutarla a comporre una scacchiera di pezzi d’agnello e pepite di patate, dopodiché noi ci saremmo comunque stravaccati nella penombra a chiacchierare piano.
Aver dimenticato il contenuto di gran parte di quelle conversazioni è un peccato che non mi condono.
Riesco a ricordare però questo: la nonna che volta leggermente la testa a sinistra, con la sicurezza sbrigativa di chi conosce quel luogo a menadito e non ha bisogno di fissare gli occhi sugli oggetti per sapere che sono esattamente là dove lei ha deciso di metterli, e dove quotidianamente li spolvera, liberando chicchi di pulviscolo nell’aria.
«Quann ij mor, nun’ o ittat a San Gennaro».
La sua preoccupazione si dirigeva su un mezzobusto di legno pittato in oro raffigurante San Gennaro, con tanto di mitra alta una spanna, sguardo afflitto rivolto all’Altissimo e ingioiellato in petto col suo Tesoro.
In verità era morbosamente preoccupata per il destino di tutte le sue cose: si allarmava angosciata dalla possibilità che dopo la sua morte le dessimo via, che le lasciassimo azzampare da estranei, che non tributassimo loro il culto del possesso con cui lei le aveva covate. Con me ne parlava spesso: un giorno mi faceva giurare che mi sarei preso cura di San Gennaro, un altro giorno della Madonna d’avorio inquadrettata sulla testiera del letto, e ancora dei furetti fusi nel cucire le sue pellicce, poi del pentolame e di altre più prosaiche suppellettili di cui io non comprendevo il valore. Esigeva da me una sola promessa: che mi sarei sostituito a lei nella custodia amorevole delle cose che aveva acquistato, collezionato e usato per tutta la vita, oppure che all’opposto non aveva incignato mai, seppellendole negli armadi nel timore reverenziale che si usurassero, come le reliquie del corredo che poi scoprimmo, con enorme delusione, esser state merenda goduriosa per le tarme.
E mi ricordo in particolare di quando mi disse di San Gennaro perché, se dopo la sua morte ho badato io a imballare e salvaguardare gran parte degli oggetti che per la nonna erano stati vitali, di quella statua abbigliata di uno sfarzo pezzotto, bugiardo – i gioielli erano finti, l’oro pittura scadente che si scrosta – ho perso le tracce. Che l’abbia presa un parente per poi rivenderla mentre io non guardavo? Comunque sia andata, non riesco a perdonarmi la gravissima mancanza di non aver tenuto fede alla parola data.
E chissà che non sia per questo che la mia memoria ha preferito insabbiare la sceneggiatura esatta della conversazione avuta quel pomeriggio con la nonna. Lei che mi prega di vegliare su San Gennaro, io che le assicuro convinto che lo farò, lei che si addormenta quieta e, a quel punto, un retropensiero cattivo che mi prende (ma non so più se assale il timorato me bambino o è all’adulto che chiede il conto): se ho appena detto una bugia andrò all’inferno, a tossicchiare il fumo dei diavoli e beccarmi le loro punture arrotate sulla schiena, e soprattutto non vedrò più la nonna, dato che – malgrado il suo egoismo e la lingua invelenita – con me era una santa buona, e io me la voglio immaginare assisa sull’ovatta del Paradiso.
Il ricordo si sfarina mentre penso alla fine che deve aver fatto San Gennaro: riposto in una nicchia da qualche anziana che gli bacia le gemme sui pettorali, lasciando impronte smagate di rossetto, oppure sul piedistallo in ebano di qualche bottega di modernariato, dove pure qualcuno lo spolvera quotidianamente e con scrupolo.
Ma chissà se gli manca il fare devoto con cui la nonna, tutti i giorni, lo guardava.
Viviana Veneruso