Grazie, prima – racconto di Gabriele Micozzi

Grazie, prima – racconto di Gabriele Micozzi


Il porco lo chiamai Biondo, per via delle setole chiare che al sole di settembre parevano paglia nuova. Giunse alla casa colonica dentro un sacco, sulle spalle di mio zio Gino, con la testa di fuori e un urlo che si udì per tutta la costa di Filottrano, giù fino al Musone. Mio nonno mi concesse di dargli il nome. Ho impiegato una vita a intendere che lasciarti battezzare una bestia è la cortesia che i grandi ti usano quando hanno già segnato il giorno.
Mia nonna si fece il segno della croce. «Almeno nun je l’hai misso de santu.»
Era l’autunno dopo la rotta del Po. Per gli alluvionati del Polesine mia nonna aveva mandato alla parrocchia l’unico cappotto buono di zio Nando, rimasto in Russia, dicendo che ai morti il cappotto non serve e ai vivi sì. In casa nostra si viveva a metà: metà del grano al padrone, metà dell’uva, metà di tutto. Il padrone stava a Roma, in un palazzo che nessuno di noi aveva mai visto, e la sua terra la conosceva dalle carte. Chi saliva da noi era il fattore, sor Adelmo, un omone con la bicicletta nera e i calzoni stretti alla caviglia con le mollette, che a Natale riceveva i capponi e a Pasqua le uova, per le regalie, nel cesto col panno bianco sopra, e ogni volta ne rimandava indietro qualcuno. «Pe’ lu citto» diceva.
Quell’autunno Biondo mangiò quello che mangiavamo noi, ma peggio. Le bucce delle patate, il siero del cacio, le ghiande che raccoglievo sotto le querce del fosso, gli avanzi di tutte le scodelle, che mia nonna raschiava in un secchio di zinco col taglio del cucchiaio. Glielo portavo due volte il giorno. M’aspettava ritto contro l’asse del porcile, gli zoccoli davanti poggiati al legno, e grugniva in un modo che io giuravo fosse il mio nome. Si rovesciava sul fianco perché gli grattassi la pancia, rosa e ruvida, calda come una pietra rimasta al sole fino a vespro.
«Nun t’affezionà» diceva mia nonna, senza levare gli occhi.
In tutta la vallata mia nonna la chiamavano la Santa. Era nata a Montemonaco, sotto il monte dove la Sibilla, dicono, tiene ancora la sua grotta e le sue porte di bronzo che sbattono giorno e notte, e da ragazza era scesa fino a Filottrano per maritarsi. Segnava. La vidi la prima volta un pomeriggio d’ottobre, quando la moglie d’un Paccapelo entrò in cucina senza bussare, con in braccio un bambino giallo, gonfio, che non aveva più nemmeno la forza di piangere. Mia nonna non domandò niente. Lo distese sulla tavola, fra la farina e il tagliere, gli sollevò la camicina. Mio nonno, che rientrava dall’aia, si fermò sulla soglia, guardò il bambino sulla tavola, e uscì di nuovo senza una parola. Mia nonna si bagnò il pollice in bocca e gli fece la croce sulla pancia, tre volte. A me disse di voltarmi contro il muro. Mi voltai, e guardai lo stesso nel vetro della credenza: la vidi chinarsi fino a sfiorare con le labbra l’ombelico del bambino, come chi parla dentro un pozzo e aspetta che il pozzo risponda. La Paccapelo lasciò sulla tavola un uovo, uno solo, ancora sporco di gallina. Soldi, mia nonna, non ne pigliava. Poi scese al fosso e si lavò le mani nell’acqua corrente, a lungo, fino ai polsi, per rimandare il male dove doveva andare. Così faceva col fuoco di Sant’Antonio, che seccava passandoci sopra un rametto d’olivo benedetto, e col malocchio, che leggeva in tre gocce d’olio dentro un piatto. Le parole non le diceva a nessuno. Si potevano insegnare una volta sola, la notte di Natale, mentre suonavano le campane della mezzanotte, e soltanto a uno di famiglia. «Quanno me more, te le lasso a te» mi disse quella sera, e io ne ebbi paura.
Ma ci parlava anche lei. La sentivo all’imbrunire, quando credeva la casa vuota, coi gomiti sull’asse, in dialetto, a voce bassa. Gli raccontava chi si sposava giù al paese, chi aveva preso il male che non si nomina, quanto voleva Roma per la parte del grano. Sopra la porta del porcile aveva inchiodato un santino di Sant’Antonio Abate, quello col fuoco in mano e il porcellino ai piedi. «Lu protegge» diceva. Io non capivo da che cosa, se il giorno era già scritto.

Il giorno era scritto nella luna. Da noi il porco s’ammazza a luna calante, ché con la luna che cresce la carne si gonfia e si guasta e i salami fanno il verme. Accanto al focolare pendeva il lunario di Barbanera, col vecchio barbuto in copertina e le fasi della luna segnate giorno per giorno, e mio nonno, che non sapeva leggere, sapeva leggere quello. Ogni sera di gennaio scendeva sull’aia, con le mani dietro la schiena, e guardava la luna assottigliarsi sopra il San Vicino bianco di neve, come si guarda una clessidra.
Lo ammazzarono il dodici di gennaio, di lunedì, cinque giorni avanti Sant’Antonio. Avevo otto anni.
La sera prima, mentre mi scaldava il letto col prete e la monaca piena di brace, mia nonna mi raccontò del bove finto. Da ragazza era stata a servizio a Offida, e a carnevale, il venerdì grasso, aveva visto portare per le vie un bove fatto di legno e di ferro, coperto da un lenzuolo bianco, con gli uomini sotto a reggerlo. La gente gli correva dietro gridando, lo aizzava, e il bove caricava e sbandava da un muro all’altro, giù fino alla piazza. Lì l’ammazzavano: gli facevano toccare con le corna una colonna del palazzo comunale, e il bove crollava, e tutto il paese rideva. Poi il lenzuolo si sollevava e ne uscivano gli uomini, rossi, sudati, vivi, e andavano a bere.
«E Biondo nun se pò fa’ finto?»
Mia nonna sfilò il prete da sotto le coperte. «De lu bove finto nun se magna» disse, e spense il lume.
Nella notte era calata la brina. I campi erano bianchi fino alle torri di Recanati, nere contro un cielo senza sangue, e più in là la cupola di Loreto che pigliava la prima luce. Mi destò lo scricchiolio della legna. Mio nonno aveva acceso il fuoco sotto il caldaio grande prima dell’alba, e l’acqua già fumava, un fumo denso che saliva diritto perché non si moveva foglia, una colonna bianca piantata in mezzo all’aia come un palo da forca. Intorno stavano gli uomini: lo zio Gino, due Paccapelo della casa di fronte, e Remo il norcino, venuto a piedi da Montecassiano con i coltelli ravvolti in una tela cerata stretta con lo spago, coperti come si copre un figlio appena nato.
Remo era piccolo e calvo, con due mani rosse che parevano sempre appena scottate. Girava le case da Santa Lucia alla Candelora, e in ogni casa gli davano da mangiare, da bere e un pezzo del morto. Noi bambini ne avevamo spavento. Gli uomini gli parlavano con un rispetto storto, il medesimo che serbavano al prete quando il prete non c’era.
«Questu nun guarda» disse mia nonna, indicandomi col mento. «Che resti drento.»
«Che guardi» disse mio nonno. «Se magna, che guarda.»
Lei non rispose. Davanti agli altri uomini non gli rispondeva mai. Mi levò la sciarpa e me la rimise, più stretta, quasi a strozzarmi, e quella fu la sua risposta.

Prima che aprissero il porcile, mio nonno entrò solo.
Lo vidi dall’angolo della stalla. Richiuse l’asse dietro di sé e rimase ritto accanto a Biondo, che grugniva contento credendo fosse l’ora del secchio. Si chinò piano, gli scrocchiarono le ginocchia, e gli posò la mano sul collo. Non lo accarezzò. La lasciò lì, aperta, sul collo della bestia, come si posa la mano sulla fronte di un infermo per sentirne la febbre. Mosse le labbra.
Quando uscì si nettò il palmo sui calzoni e mi vide. Non s’inquietò.
«Che j’hai ditto?»
«Grazie.»
«Perché?»
Mio nonno spendeva ogni parola come se gli uscisse di tasca. Ci mise un poco.
«A quello che te magni je devi dì grazie prima. Dopo nun serve più.»

Del resto rammento i pezzi, come si rammenta una disgrazia: una scarpa nel fango, un rumore, il colore della brina quando smette d’essere bianca.
Biondo non voleva uscire. Lo trassero fuori in quattro, per le orecchie e per la coda, e lui piantava gli zoccoli nel fango gelato e strillava, ma era ancora uno strillo di porco, uno strillo che conoscevo. Lo misero sul fianco sopra la panca di legno. Gli legarono le zampe con la canapa. Remo svolse i coltelli a uno a uno e li allineò su un panno di bucato, dal più grande al più piccolo, con la cerimonia medesima con cui mia nonna apparecchiava la mattina di Natale. Mia nonna s’inginocchiò accanto alla panca col catino di coccio smaltato, quello della biancheria fina, e si tirò su le maniche fino al gomito.
Remo affondò il coltello.
E la corda cedette.
Non so se Remo avesse stretto male o se la paura desse alla bestia una forza che non era di questo mondo. Si rivoltò sulla panca con uno squasso enorme, e i quattro uomini furono sbalzati via, e il catino volò, e Biondo cadde in terra col coltello ancora piantato nel collo fino al manico, e prese a correre.
Corse per l’aia gridando. E quello non era più uno strillo di porco.
Non c’è maniera di dirlo a chi non l’ha udito. È un grido lungo, che sale e sale senza fermarsi a pigliar fiato, che si spezza in alto e seguita spezzato, un grido di cristiano, d’uno che ha capito una cosa troppo tardi. Biondo girava per l’aia buttando sangue a fiotti, disegnando sulla brina un cerchio rosso, fumante, sempre più stretto, e gli uomini gli correvano dietro scivolando e bestemmiando, e le galline si sbattevano contro la rete, e il grido empiva la valle. Di gennaio, la mattina presto, s’udivano i porci delle altre case, ognuno sulla sua collina, e la gente diceva quello è dei Paccapelo, quello è di Santini, come si riconosce la voce di una campana. Quella mattina, in tutte le cucine della vallata, dicevano: quello è dei Mancini.
Poi Biondo mi vide.
Stavo schiacciato contro il muro della stalla, senza potermi movere. Si fermò di colpo in mezzo al cerchio, girò la testa, mi guardò, e venne verso di me. Non di corsa. Al passo. Piano, barcollando, col manico del coltello che gli dondolava nel collo e il sangue che gocciolava a ogni passo. Si fermò a un braccio dai miei scarponi. Grugnì una volta sola, basso, roco, con quel verso che io avevo giurato fosse il mio nome.
E mi cadde ai piedi.
Me la feci addosso. I calzoni mi si gelarono contro le gambe. Nessuno se n’avvide, o nessuno disse niente, che in campagna è la stessa cosa. Mia nonna si trascinò in ginocchio fino alla bestia, senza catino, e le affondò tutte e due le mani nella ferita, e rimestava il sangue lì, dentro il collo, perché non si rapprendesse, rossa fino ai gomiti, con gli occhi nel vuoto e le labbra che si movevano. Adesso so che pregava. Sant’Antò, Sant’Antò, pijete l’anima sua e lassa a noi la carne. Allora credetti che stesse raccontando a Biondo, in dialetto, a voce bassa, quanto voleva Roma per la parte del grano.

Il resto durò fino a sera e non faceva più paura, ed è la parte che porto peggio.
Lo scottarono nel caldaio e lo raschiarono con le tegole vecchie finché non fu bianco e liscio, nudo, con una faccia che non era più la sua ma quella d’un forestiero addormentato. Lo appesero per le zampe di dietro alla scala a pioli contro la stalla, e Remo lo aprì dall’alto in basso con un taglio solo, e di dentro uscì il vapore come quando si leva il coperchio alla pila del bucato. Le donne portarono le budella al lavatoio. Salì anche sor Adelmo, spingendo la bicicletta su per la costa, e gli misero davanti la spalla migliore, quella di Roma, già ravvolta nella carta gialla. La soppesò. Guardò me, coi calzoni ancora duri di gelo, e la posò sulla tavola di mia nonna. «A Roma lu porcu lo vedeno a fette» disse. «Questa lassatela a chi l’ha cresciutu.» Mio nonno non lo ringraziò. Gli versò il vino cotto fino all’orlo, e questo, fra loro due, contava di più. Gli uomini bevevano e cantavano Vola colomba, che l’inverno avanti aveva vinto a Sanremo e che noi, senza radio in casa, avevamo imparato all’osteria del paese, e ridevano troppo forte di cose che non facevano ridere, con quel riso dei funerali che è un modo di buttare terra sopra.
A mezzogiorno mia nonna mi chiamò in cucina. Teneva in mano una cosa bianca, raggrinzita, grande come un guanto.
«Tie’.»
Era la vescica. M’insegnò a soffiarci dentro con una canna dell’orto tagliata di sbieco, e soffiai finché non mi dolsero le tempie, e quella si gonfiò, giallina, trasparente, con le venuzze sottili dentro, un polmone non mio che si riempiva del mio fiato. La legò con lo spago dei salami e l’appese ad asciugare sopra il focolare, accanto al lunario. Alle tre era già dura. Era quello che toccava ai bambini il giorno del porco, in tutte le case, da sempre. Un pallone.
Ci giocai tutto il pomeriggio sull’aia, solo, calciandolo contro il muro della stalla, proprio sotto la scala dove pendeva quel che restava di Biondo. Il pallone rimbalzava con un rumore vuoto, leggero, e io ridevo. Lo rammento benissimo, che ridevo. All’imbrunire gli diedi un calcio troppo forte, finì contro il fil di ferro del pollaio e scoppiò con uno schiocco secco, piccolo, e restò appeso alla rete, floscio, una pelle senza padrone.
Allora piansi. Tutto quello che non avevo pianto nel giorno. Mio nonno uscì sull’aia col tovagliolo ancora infilato nel colletto, guardò il pallone rotto, guardò me, e non disse niente. Sedette accanto a me sullo scalino di pietra, gelato, e mi posò la mano sul collo. Aperta. Senza accarezzare.
Restammo così finché non chiamarono a cena. C’erano i fegatelli con l’alloro. Li mangiai tutti.

Quella notte mi destò un grugnito.
Veniva di sotto, dall’aia. Basso, roco, paziente. Il medesimo che Biondo faceva all’imbrunire, ritto contro l’asse, aspettando il secchio. Rimasi nel letto con gli occhi aperti finché non ce la feci più, e scesi scalzo per la scala di pietra, che bruciava di freddo, e uscii.
C’era la luna, una falce sottile, calante, come voleva il lunario. L’aia era nera di sangue secco. Il porcile vuoto, con l’asse aperta, e sopra la porta il santino di Sant’Antonio col suo porcellino salvo ai piedi.
E dentro, in ginocchio nella paglia, c’era mia nonna.
Aveva davanti il secchio di zinco pieno di bucce, e parlava alla paglia. In dialetto. Piano. Col pollice bagnato faceva sulla paglia la croce, tre volte, come sulla pancia dei bambini, e diceva le parole, quelle che non si dicono a nessuno. Poi diceva chi si sposava, chi aveva preso il male che non si nomina. E ogni tanto, tra una frase e l’altra, faceva con la gola quel verso, il grugnito di Biondo, identico, come si risponde a qualcuno per fargli sapere che lo stai ascoltando.
Non mi vide. O mi vide e seguitò. Tornai a letto e mi tirai la coperta sopra la testa, e la mattina, a colazione, mi mise davanti il latte come tutti i giorni, con le unghie ancora scure.
Il sabato dopo, per Sant’Antonio, in paese fecero la festa. Il prete benedisse le bestie sul sagrato: i buoi con le code intrecciate di nastri, le mucche, i muli, le galline nelle ceste. In piazza c’erano i banchi coi lupini e i mostaccioli, un organetto che attaccava Grazie dei fiori ogni volta che gli cadeva una moneta nel cappello, e la riffa col porchetto vivo in palio, chiuso in una cassetta, che strillava a ogni numero estratto e faceva ridere tutti. Mia nonna ci andò con le mani vuote, e il porchetto non lo guardò.

Mio nonno impiegò molti inverni a morire, dopo, e morì in casa sua, nel letto grande, sotto il quadro della Madonna di Loreto, com’era giusto. Era febbraio, l’inverno che ad Ancona la terra non smetteva di tremare, e mezza gente della costa dormiva nelle macchine e nei vagoni fermi in stazione. Io ero ormai un uomo. Il male gli aveva preso la parola e metà del corpo, e da tre settimane giaceva lì, con la bocca aperta, a guardare le travi, e ogni tanto una scossa faceva tintinnare i bicchieri sulla credenza e lui non batteva ciglio. Le donne venivano a vegliarlo a turno, col rosario, e cantavano sottovoce Mira il tuo popolo, e parlavano di lui come se non ci fosse già più.
L’ultima notte gli venne il rantolo. Le donne coprirono lo specchio col panno nero e fermarono l’orologio della cucina, come si fa. Qualcuna guardò mia nonna. Lei, che aveva seccato il fuoco di Sant’Antonio a mezza vallata, non provò nemmeno a segnarlo. Andò ad aprire la finestra perché l’anima trovasse la strada. Entrò il freddo di febbraio. Entrò la luna, calante anche quella.
E mio nonno gridò.
In tre settimane non aveva fatto un suono. E quel grido gli uscì intero, lungo, salendo senza pigliar fiato, spezzandosi in alto e seguitando spezzato, e io lo riconobbi col corpo prima che con la testa, come si riconosce l’odore della casa dove si è stati bambini. Era il grido del dodici gennaio. Le donne smisero di cantare. Una si segnò alla rovescia per lo spavento.
Poi mio nonno girò la testa, quel poco che poteva, e mi cercò in mezzo alla gente. Mi trovò. E senza smettere di guardarmi fece con la gola un suono basso, roco, paziente.
Il grugnito di Biondo.
Mi feci largo tra le donne. Mi chinai, e gli posai la mano sul collo. Aperta. Senza accarezzare. Sotto il palmo il sangue gli correva veloce, braccato, una bestia piccola dentro una bestia più grande.
E gli dissi grazie.
In dialetto, piano, attaccato all’orecchio. Non so bene di che cosa lo ringraziai. La legna prima dell’alba. La mano sull’aia. I fegatelli. D’avermi lasciato guardare. Glielo dissi prima. Me l’aveva insegnato lui, che dopo non serve più.
Il grido scese. Si fece rantolo. Si zittì, respirando a bocca aperta, con gli occhi piantati nei miei, e in quegli occhi non vidi me. Vidi uno che era già stato da questa parte della mano, in un porcile gelato, tanti anni avanti, e sapeva bene che cosa voleva dire.
Morì all’alba, con la finestra aperta, senza gridare più. La mattina la terra tremò ancora, piano, come un animale che si gira nel sonno.
Lo portammo giù al paese due giorni dopo. La cassa l’avevano sulle spalle sei uomini, e io, che camminavo dietro, non riuscivo a levarmi dagli occhi il bove finto di Offida: il lenzuolo bianco, le gambe degli uomini di sotto, e gli uomini che alla fine ne uscivano vivi e andavano a bere. Da sotto quella cassa non sarebbe uscito nessuno.
Passammo davanti al bar della piazza. Il barista aveva messo la televisione in alto, sopra il banco dei gelati spento per l’inverno, e l’aveva lasciata accesa senza voce: si vedeva la gente di Ancona che dormiva nei vagoni, le coperte, un giornalista che parlava muto davanti a una casa spaccata. Gli uomini ai tavolini si alzarono e si levarono il cappello. Sulla porta un ragazzo coi capelli sul colletto fischiettava Il cuore è uno zingaro, che aveva vinto Sanremo l’anno prima, finché la madre non gli diede uno scappellotto sulla nuca.
Quella madre era la Paccapelo. E il ragazzo era il bambino giallo e gonfio che mia nonna aveva disteso sulla tavola fra la farina, vent’anni prima.
Al cimitero lo guardai bene, per la prima volta. Aveva le mani di mio nonno. Le stesse dita larghe, le stesse unghie spaccate, lo stesso modo di tenerle aperte lungo i fianchi, senza stringere. Le vidi io, e le vide mia nonna, e capii che lei le aveva viste da sempre. Quel pomeriggio d’ottobre la Santa aveva salvato il figlio di suo marito, e s’era fatta pagare un uovo. Poi era scesa al fosso a lavarsi le mani fino ai polsi.
Quando calarono la cassa, la Paccapelo restò indietro, fra le lapidi, col fazzoletto nero stretto sotto il mento. Mia nonna andò da lei, e le donne smisero di pregare. Prese il ragazzo per il polso, lo portò fino alla fossa e gli mise in mano la prima manciata di terra. Poi tornò al suo posto, senza voltarsi.
Il ragazzo buttò la terra. Sulla cassa fece un rumore vuoto, leggero, come un pallone contro il muro di una stalla.

Il porco non lo mangio. Non l’ho deciso: non ci riesco. I nipoti ridono di me a Natale, quando arriva il ciauscolo, e io passo il piatto senza toccarlo.
Ma prima di spezzare il pane, ogni sera, ci tengo sopra la mano un momento, aperta, senza stringere. E lo dico, piano, in dialetto, come diceva lui.
Le parole della Santa me le lasciò il Natale dopo, sotto le campane della mezzanotte, con la bocca attaccata al mio orecchio, e la primavera seguente se ne andò anche lei. Non le ho mai dette a nessuno. Non ho mai segnato un bambino, né letto l’olio nel piatto. So fare una cosa sola, e non me l’ha insegnata lei.
E certe notti, poche, quando la casa dorme e la luna cala, mi sveglio con un grugnito in gola. Basso. Roco. Paziente. E non so se sono io che chiamo qualcuno, o qualcuno che dall’altra parte della soglia mi sta rispondendo.

Gabriele Micozzi

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