Madre, montagna – racconto di Margherita Sabato

Madre, montagna – racconto di Margherita Sabato

La montagna su cui vivo è una donna gigantesca. Da che ho memoria, è come addormentata. La testa china sulle ginocchia forma la punta dell’altura. La schiena da un lato, gli stinchi dall’altro, le due discese. Sono nata e cresciuta tra gli avambracci di roccia scura che si stringono intorno alle gambe. Ogni mattina attraverso la fessura tra il fianco e la coscia per addentrarmi nella grotta.
Sul soffitto, in mezzo a frange di stalattiti, riconosco i contorni delle labbra dischiuse. Quando espira, il fiato caldo mi accarezza. Per un po’ rimango lì, adagiata sull’addome che si gonfia e si ritrae. Le pareti carnicine hanno conservato l’odore di mia madre, che mi ha lasciata.
Ai bordi del sentiero di vertebre sporgenti: cipressi e stelle alpine. Sulla nuca, una peluria bianca di tarassachi. L’interezza del corpo è rivestita da un manto d’erba. E laddove non c’è erba, c’è qualcosa che le somiglia, che si fa strada con resilienza nelle spaccature della pietra. Così, anche i punti più aridi sono adornati di germogli.

Siedo nella prateria che si estende lungo il dorso, sopra il costato sinistro. Poggiando l’orecchio sulla terra umida riesco a sentire il riverbero del cuore che batte in profondità.
Quando mi risollevo mi accorgo di una presenza nuova, in parte nascosta da un ciuffo di timo. Un’allodola, che ha l’aria di essere lì da molto tempo, è ferma e mi fissa. Avanzando con rapidi saltelli, si fa più vicina e noto che è diafana nello stesso modo in cui lo sono io. Intuisco che si tratta di un’altra anima, lo spirito di un luogo lontano.
Poi, improvvisamente, il suolo si irrigidisce. I fili d’erba si rizzano diventando sottili come aghi. A poche decine di metri, i cipressi prendono vita e si sradicano, rivelando le radici nere e irsute.
L’allodola comincia a trillare. Mi sarei aspettata uno strillo soffocato, più tenue di un uccello vivo. Invece quella creatura emetteva un rumore arcano e stordente, la cui eco persisteva, si insinuava negli alti meandri del cielo.

Finalmente si acquieta. Per un po’ si fa silenzio. Ma non è un silenzio che rassicura, bensì quello solenne e imperforabile che precede la catastrofe.
Gli alberi, che avevano preso a correre su e giù per il pendio, assaporando l’insperata libertà, di colpo si arrestano. Gli insetti interrompono il loro andirivieni. Il battito si velocizza, giunge ora in forma di tonfi acutissimi. Quando l’allodola si libra in aria, la montagna inizia a tremare.
Mi precipito verso la spalla. Qui le crode, scosse da una forza primordiale, si sgretolano ai bordi. Di là della superficie: lo scricchiolio delle giunture intorpidite, il dimenarsi dei muscoli per troppi anni contratti.
Aggrappata alla clavicola, guardo straripare i torrenti che attraversano le mani. Nel frattempo i cipressi, avendo previsto quel che stava per succedere, tornano ai loro posti, affondando le radici nei rispettivi cunicoli.
Finché, con relativa scioltezza, la testa si raddrizza. Le braccia cadono lungo i fianchi. Facendo perno su palmi e talloni, la donna si alza in piedi.

Il corpo oscilla avanti e indietro, poi trova l’equilibrio nel centro della pianta. Mi sporgo verso il volto, ma il derma è una parete così frastagliata che posso appena indovinarne i lineamenti. Le stalattiti sulle guance e la bocca spiccano come aculei. Le palpebre sono talmente pesanti che aprirle del tutto richiederebbe uno sforzo enorme. Eppure, attraverso i sottili spiragli, gli occhi neri di quarzo sbirciano attenti. E anche se su di me non si posano, capisco che lei sa che ci sono, che sa tante cose. Molte più di quante io saprò mai.
Rivedo l’allodola che svolazza davanti al grande viso. Ora il grido si è smorzato, somiglia più a un mugolio. Un attimo dopo iniziamo a seguirla.
Temevo che, con i primi passi, avremmo perso dei pezzi per la strada. Ma guardando in basso, noto che niente cade. Non un ramo o un filo di muschio. Solo, di rado, qualche sassolino. Piante, alberi e insetti restano saldamente ancorati. Sembrano più floridi e rilucenti del solito.

D’istinto gli arti si sincronizzano, avendo ritenuto la memoria del movimento, e presto l’impaccio iniziale lascia posto a una specie di forza aggraziata.
Attraversiamo terre di diverse fattezze; acque scure e vorticose in cui la montagna avanza a fatica. Si direbbe che sia stanca, che il viaggio le stia costando. Ma si ostina a proseguire, affidandosi alla sua guida che sempre si lamenta, inconsolabile.
A poco a poco, ci avviciniamo a un tratto di costa lungo e angusto, da dove si levano colonne di fumo. Una volta giunti nei pressi delle sponde riesco a intravedere, oltre il fitto muro caliginoso, i resti di una città martoriata.
Tra i mucchi di calcinacci delle case rase al suolo, capanne trasandate ospitano uomini pallidi e scarni. Con sorpresa mi accorgo che molti non si girano nemmeno. La maggior parte di loro è intenta a tenere in vita la fiamma nei bracieri, posizionati simmetricamente davanti all’entrata di ogni tenda. In pochi avevano alzato gli occhi verso di noi, e quei pochi avevano un’aria furente.

Le ossa dei loro visi si protendono, stendendo la pelle finissima e conferendo agli sguardi un aspetto severo. Ma negli occhi c’è ben poca rabbia. Ci guardano impassibili, come fossimo una visione poco più che ordinaria.
Poi tornano anche loro a occuparsi dei focolai e, insieme ai compagni, raccolgono dalle braci alcune pietre incandescenti, che ripongono in sacchetti fatti di panni vecchi.
Con i sacchi in spalla, si avviano a una sorta di processione, il cui punto d’arrivo è una valle non lontana dal villaggio. Qui, allineati sul terreno con precisione geometrica, attendevano quelli che immaginavo essere altri uomini, inguainati in lenzuoli bianchi.

La montagna ondeggiava, mossa dall’impeto del mare. Mi pareva che qualcosa brillasse sotto le vaste palpebre. Capivo che, qualunque cosa fosse successa, eravamo arrivati tardi.
La nostra presenza era ormai superflua, in quell’angolo di terra dove vita e morte si mescolavano di continuo. Dove superstiti di chissà quale inferno tentavano di trattenere, ancora per un tempo, i corpi inermi avvolti nei teli; attorniandoli con pietre roventi e implorandoli di restare.

Margherita Sabato

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