Il cacciatore di Basbury – racconto di Silvia Roncucci

Il cacciatore di Basbury – racconto di Silvia Roncucci

Ulderick attraversa il prato davanti alla cattedrale svelto per quanto può, visto il carico che trasporta: un cofano di circa quaranta libbre. Spinge col piede il cancellaccio di legno del camposanto – non si fida a mollare il contenitore a terra – e ringrazia Signoriddio che dalla canonica lo dividano pochi passi: il mal di schiena non gli farebbe sollevare neanche il calice della messa, figuriamoci pesi del genere. Il peso, però, è prezioso e non poteva affidarlo a un accolito qualunque: in caso di insuccesso il vescovo gli revocherebbe ogni privilegio e i privilegi fanno scordare i dolori più insopportabili a chiunque, soprattutto a uno come lui. Allunga l’orecchio verso il cofano, non sente che un fruscio. Si sarebbe immaginato un uggiolare martellante, invece i traghettatori hanno detto che non ci sono stati segni di insofferenza neppure durante la faticosa traversata dello Sruth.
Alla porta della canonica Ulderick batte i soliti tre colpi, col piede; batte di nuovo; e di nuovo. Risponde un tramestio prolungato e la porta si apre mostrando il muso segaligno di un canonico che piagnucola scuse per il ritardo e lo aiuta a trasportare dentro il cofano. La vista del vescovo, seduto al tavolo della sacrestia a braccia incrociate e ghigno perentorio, fa drizzare a Ulderick la schiena incurvata dalla fatica e saettare con lo sguardo i compagni.
“Non incolpare loro. Sono stato io a volerti attendere qui. È qui che sono cominciati i grattacapi e per risolvere un problema è sempre bene risalire all’origine, anche se è sudicia e disordinata.” Il vescovo si guarda attorno.
“Vostra eccellenza ha ragione. Volete vedere voi stesso?”
“Certamente.”
Ulderick chiede al compagno di tirare fuori dall’armadio una veste. Questi affonda timoroso un braccio nel mobile e allunga uno scampolo verso il vescovo.
“Santiddio! I responsabili non si palesano durante il giorno?” Il vescovo si scosta.
“No. E anche gli abitanti del borgo dicono di non averli mai visti, eccellenza, solo patito razzie.”
Il vescovo indossa dei guanti di cuoio marrone e prende in mano ciò che resta di una tunica bianca – brandelli sfilacciati di lino pieno di fori: quel che li riempiva un tempo ora sazia lo stomaco delle bestie che infestano il villaggio. La avvicina al naso: il fetore di sal armoniaco muschiato lo costringe ad allontanarla subito.
“Nessuno riesce ad acciuffarle” spiega Ulderick.
“E chi si nutre di questi roditori è morto per via di… com’è che l’hanno chiamato quel male?” chiede il vescovo.
“Plaga musipulae. Eccellenza, non avete idea del caos che è successo mentre eravate a Roma!”
“Avete capito cosa li ha attirati qui?”
“Il sego delle candele. Credo.”
“C’era bisogno di una gabbia come questa?” Il vescovo getta a terra la tunica e si avvicina al cofano.
“Da Mullifont ci hanno inviato il loro cacciatore migliore. Dicono che è bene trasportarlo in un contenitore come questo, l’apertura di lato gli basta. Dobbiamo preparargli un giaciglio qui in sacrestia e poi lasciarlo libero di agire.”
Il vescovo ordina di aprire il cofano; Ulderick si avvicina alla serratura; le pareti vibrano.
“Almeno sappiamo che è vivo. Finora non ha fatto rumore” commenta il vescovo.
Ulderick solleva il coperchio e si allontana; gli altri rimangono in silenzio e si scambiano delle occhiate. Un miagolio poderoso attraversa la sacrestia e un grosso esemplare di felino irlandese, il manto ibrido di bianco, rosso e nero, salta fuori, si guarda intorno, gironzola tra i presenti.
“Il cibo?”
“Pensavamo di lasciarlo a digiuno. Per via dei topi.”
Il vescovo stringe un pugno rabbioso contro Ulderick. Ma non ha il tempo di parlare: il gatto schizza dentro l’armadio e subito dopo si sentono gemiti, soffi, botte. Vescovo e canonici si guardano soddisfatti.
“Lasciamolo lavorare” ordina il vescovo ed esce dalla sacrestia seguito dagli altri.
Durante le notti che seguono si sentono corse ininterrotte, squittii disperati, miagolii vittoriosi seguiti dal rosicchiare di mascelle. Durante il giorno il gatto riposa un po’ dove capita: sul cuscino damascato della cattedra dove di solito si accomoda il fondoschiena vescovile; sotto la mensa dell’altare di pietra grigia; sui poggia-ginocchia nelle panche riservate ai nobili. A volte lo si vede camminare sul cornicione del claristorio, esercitarsi negli agguati tra una cappella e l’altra, accompagnare gli accoliti durante la messa e godersi le carezze dei fedeli – che cominciano a chiedere quand’è che verrà inviato in paese.
Il sole sorge e tramonta sette volte, è di nuovo Feria prima, quando Oliver – così viene chiamato il formidabile felino – ha fatto piazza pulita di tutti i roditori asserragliati nella cattedrale. La campana ha appena annunciato ai canonici che è ora di riunirsi nel coro, ma Ulderick tarda: esce dalla stanza degli attrezzi con un’ascia in mano e si avvicina alla porta della canonica.
“Che fai?” chiede un compagno venuto a chiamarlo.
“La gattaiola. Da qualche parte Oliver dovrà pur uscire.”
“Allora levighiamola bene. Altrimenti il gatto si fa male, e se quello smette di cacciare sono guai”.
Ulderick è scosso da un brivido: è l’ultima cosa che deve accadere. Lo sogna quella notte che Oliver si ferisce con una grossa scheggia di legno, si ammala e smette di cacciare; che qualcuno lo scuoia e appende la pelle alla porta della sacrestia; che qualcun altro lo rapisce e invia una lettera di riscatto chiusa da una ceralacca rosso sangue: dentro c’è un pezzo di orecchia tricolore. Ulderick scivola giù dal letto, il corpo pingue intriso di sudore, e va in dispensa a prendere dell’acqua. Vede Oliver ciondolare verso l’uscio, la sagoma rotonda che appena passa dalla gattaiola. L’indomani diffonderà un proclama: il gatto che risponde al nome di Oliver – che davvero risponde, quando lo chiamano si avvicina e pretende cibo e carezze – è di proprietà del vescovo di Basbury, che nessuno impedisca il suo operato nel villaggio e anzi, chi dovesse notare movimenti sospetti attorno al felino è pregato di informare la canonica.
Il messo è appena partito verso il villaggio con il proclama. Ulderick si siede sulla cassapanca e sorride a se stesso, quando vede Oliver tornare dalla caccia notturna. Entrare lento, mogio, e crollare zampe all’aria sul cuscino che hanno messo a sua disposizione in cucina. Ulderick gli si avvicina, accarezza la testa come piace a Oliver. Le fusa durano poco: la stanchezza fa sprofondare il gatto nel sonno. Il volto di Ulderick si illumina mentre lo sente ronfare.
Stavolta al porto ha inviato uno dei compagni che torna con un contenitore simile a quello che ha trasportato Oliver. Quando lo posa a terra, Oliver, lì accanto sul cuscino, si agita nel sonno e storce il nasino che ha già intercettato il nuovo odore. Appena sente un miagolio straniero, si riscuote, drizza la coda, abbassa le orecchie. Ulderick ordina al compagno di aprire il cofano. Quando si affacciano scorgono un manto bianco appallottolato e tremante. È una femmina, spiega Ulderick: Oliver ha bisogno di aiuto e la cosa più sensata era farsene inviare una per la riproduzione. Oliver si avvicina al contenitore, l’annusa, emette lamentii gutturali. La gatta non accenna a voler uscire. I canonici aspettano che la natura prenda in mano la situazione: non hanno mai visto dei gatti in amore, chissà se il miracolo della riproduzione avrà luogo lì, sul pavimento della sacrestia, oppure se anche una relazione come questa richiede del tempo, un corteggiamento. Non si aspettano un attacco frontale come quello che il cacciatore sferra alla malcapitata. La gatta schizza via dalla cassa e prende a correre inseguita da Oliver che soffia e allunga su di lei le zampe artigliate.
“Si direbbe un rapporto procelloso” commenta un canonico.
Ulderick rimane in silenzio. Tra i suoi incubi questa scena non figurava.
Però due gatti sono meglio di uno e le cacce sono sempre fruttuose per Oliver e Bianca che tornano all’alba gonfi e soddisfatti. Ognuno per conto suo. Durante il giorno si evitano, ciascuno riposa su un cuscino diverso.
“Per lo meno hanno smesso di soffiarsi” dice un compagno a Ulderick un mattino. Hanno appena visto rientrare Bianca dalla fatica notturna.
Di questo passo non figlieranno. Forse è il caso di farci mandare un’altra gatta da Mullifont, pensa Ulderick.
Un altro compagno entra seguito da un contadino. A bassa voce, le mani che tormentano un cappellaccio stretto al petto, l’uomo si scusa della visita non annunciata e chiede di Ulderick. Lui sbuffa; sa già cosa deve dirgli. “Non ce la fate con le corvée.”
“Con ‘sta storia dei topi dobbiamo rimettere in sesto i campi. Poi raccoglieremo i frutti per il vescovo come da accordi, reverendo.”
Oliver entra nella stanza, passa fulmineo ignorando i presenti ed esce dalla gattaiola.
“Che bella! Ne avevo anch’io una come quella.” Il contadino indica Oliver.
Ulderick si drizza sulla sedia. “Quella chi?”
“Ce l’avevo una uguale uguale. Una bella gatta tricolore. Morta affogata. Pare lei.”
Ulderick e il compagno si guardano. “La vostra era femmina?” chiede Ulderick.
“Per forza. I gatti col pelo di tre colori sono tutti femmine.”
“Lasciamo stare le corvée per questa volta, andate.” Ulderick scaccia con la mano il contadino, che sguscia via dalla canonica rapido, nel timore che il chierico cambi idea, e prega il compagno di tirar fuori dal fondo della madia una bottiglia di rosso: andrebbe conservato per le messe delle grandi occasioni, ma poco importa: Signoriddio gradirà brindare con loro.
Se le cose continueranno così, l’abate di Mullifont dovrà farsi pagare i gatti inviati a Basbury. Quando gli hanno domandato perché la prima volta avesse scelto una femmina, lui ha risposto di essersi limitato a soddisfare la loro richiesta: spedire il cacciatore migliore. Ha pensato che chiedergli un’altra femmina fosse bizzarro, ma doveva esserci un motivo. Qualche settimana fa, sempre su loro preghiera, ne ha mandati un altro paio: un gagliardo gattone che fa coppia fissa con Bianca e che non distingueresti la notte se non per le pupille verdi come quelle del demonio, e un grigio timido, docile come un serafino. Ma non abbastanza da fallire nell’ingravidare Oliver – rimasta Oliver – che partorisce una nidiata di mille sfumature.
Ulderick apre la gattaiola dopo la Compieta, libera l’armata pelosa e si va a coricare. Per vederla rincasare stanca e satolla dopo le Lodi. Gli abitanti del villaggio hanno smesso di indossare abiti con i buchi – con troppi buchi –, di vedersi sfilare da sotto il naso pagnotte e pezzi di cacio, e i contadini registrano un aumento della produzione che non può più scusare le mancate corvée. Per dimostrare a Ulderick tutta la sua gratitudine, il vescovo gli ha donato quasi centro iarde quadre del proprio feudo.
Seduto a gambe larghe, l’espressione gongolante, Ulderick si gratta il ventre sazio mentre guarda i cuccioli che sgambettano: ce n’è uno bianco latte, uno nero come la selce, due rosso leonino, un paio di grigi con le zampe che sembrano vestire dei calzari bianchi, e una piccola tricolore che, dal modo in cui allunga gli artiglietti verso i topi, lascia intendere che presto intraprenderà il mestiere della mamma.

Silvia Roncucci

 

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