L’enciclopedia funeraria degli uomini-capra – racconto di Gerardo Spirito
Redazione2026-09-26T21:09:06+02:00Iniziò sulle montagne d’Appennino, lontano dalla terra degli attarantati, in un maligno inverno di carestia. Il regno apparteneva a un re bolso e demoniaco: Gizerico. Vedovo e senza discendenza. Trascorreva i giorni vagabondo per le terre avite con sguardo fermo e inespressivo. I raccolti devastati, le pasture immasticabili, le greggi tormentate dalle febbri e dai patimenti. Il popolo gli supplicava l’intervento di medici e nostradami, di ciaralli ambulanti, o della schiera di guaritrici campestri venerate su quei ciglioni di monti solitari, come l’onestissima erbaiola Gezabele, o la santa raminga ‘onna Tebe, o la barbara inciarmatrice Zì Zinnia. Ma egli rispondeva di no, e raccoglieva i contadini e i coloni della contrada e li rimproverava a gran voce: Sciocchi miseri arroganti, diceva, dite che la terra è morta, e i campi sono infecondi, ma tutto ciò è causa vostra, non siete adeguati a preparare la terra, non la concimate abbastanza, non la ingrassate abbastanza, non la smuovete abbastanza, ma i terreni sono buoni, e gli ingrassi ben macerati, e così la pianura, c’è abbondanza di acque, e il Biferno è limpido, così come il Sangro, perciò vi dico: raccogliete la zappa e il vomero, e così la falce e l’aratro, e andate a onorare il dono del Signore Iddio misericordioso, avanti! e siate più umili, umiltà! con la vostra ignoranza avete abbeverato il diavolo scalognato! E la folla borbottava, con gli occhi rossi e incavati dei sudditi, e re Gizerico, infervorato, gridava ancora: I vostri santoni e le vostre medichesse accivettate sono inutili, per il salvamento esiste un solo sentiero: la preghiera! pregate Iddio santissimo, soltanto lui, e non i vostri idoli silvestri, implorate la potenza santa, e pregate ininterrottamente, senza requie, con spirito di fedeltà e d’innamoramento! E stava così, stracco, canuto, col labbro inclinato in un sogghigno di sbeffeggio, cinto dalle sue guardie, nella piazza stretta e affollata, davanti alla chiesa consacrata alla Vergine Maria Addolorata. E parlava e parlava, senza ascoltare ragioni, e poi se ne tornava a passo lento nel suo fortilizio arroccato, su quel monte spelacchiato che nei dintorni era conosciuto come il monte Calvario. Restava lassù in solitudine. Ammalombrato. Iniziò a pensare alla morte. E all’idea della morte. Con fervore crescente. E tutte le notti, fino all’alba, sognava di proferire coi suoi antichissimi avi. Ed ecco appunto che gli appariva una zia rubiconda in abito turchino. Sui capelli le luccicava un diadema d’oro bianco. Gli diceva: Caro amorevole Gizerico, sono Rosinella, moglie del misero principino Sabino, erede senza incoronazione, perché defunto per tradimento crudele crudelissimo, sono qui per lodarti, vivi questi giorni pacificato e senza timori, la terra è afflitta perché afflitti sono gli uomini, e tu non puoi farci nulla, nessuna intermissione, nessuna benedizione, sii fiero dei tuoi giorni, sii fiero della tua vita. E gli appariva anche un altro antenato, re tetro e sanguinario, sadico oltremisura, ammantellato di nero, come il diavolo incarnato, ma dal nome angelico: Cherubino. Gli appariva nella luce ramata di una lampada a petrolio. Viso prognato. Carnatura brunastra. La fronte istoriata di rughe profonde. Pareva un’irsuta creatura del regno sottano. Una spaventosa anima mefistofelica. Parlava con voce sibilante. Muovendo le mani in gesti di febbricitante: Il popolo, diceva l’antenato innanzi al baldacchino di Gizerico, il popolo è sterco di pecora, scabbia rognosa, uno sputo, è un bambino capriccioso, un agnello da sacrificare, ma il buon re misericordioso ha il dovere di educare, e proteggere dalle malecose, assistere, ma anche punire, perché ricorda: l’afflizione è salvamento, e il buon re misericordioso deve aspirare a questo, al salvamento; il regno celeste è luogo impervio, è come raggiungere la cima di una montagna franosa, piena di insidie e di pericoli, e coloro che non si lasceranno scalfire dalla superstizione, ascenderanno al celeste regno delle sfere, lode all’anima beata, lode al re senza pietà, e per questo ti dico, mio lodevole discendente Gizerico: accetta il dolore, e accetterai la morte.
All’alba Gizerico si destava dal sonno e restava immobile con la mente incantesimata a quelle oniriche apparizioni. E poi si scuoteva, e si avvicinava alla finestra, e guardava il sole pallido sollevarsi dai corni delle montagne fumose, e pensava al popolo e alla carestia e alla morte. E il pensiero della morte continuava a fargli terrore. E così piangeva ancora, sommessamente, si metteva a pregare Iddio onnipotente e ripeteva: Sono vecchio e ammalato, mio Dio misericordioso, e il giorno del giudizio mi è prossimo, questo lo so, lo sento, e allora ti chiedo di concedermi qualche tempo ancora, Signore Iddio misericordioso, ti imploro un armistizio. E fu proprio in uno di quei giorni di malinconioso scoramento, nell’ora silenziosa del dilucolo, che Gizerico sentì una voce scaturire dal nulla. Arrivava da ogni direzione, ed era una voce profonda, eppure immacolata, che poteva essere d’uomo e di donna, ed era di una grazia fuori dal mondo. Pensò a una voce interiore, pensò sono impazzito, pensò non c’è nessun altro qui con me, ma la voce pronunciava il suo nome, ancora e ancora, come ad attirare la sua attenzione, e Gizerico ascoltò, in silenzio, e poi comprese: non poteva essere altra voce se non quella del buon Dio misericordioso. E rigettò il pensiero, ma la voce tornò, e tornò insistente, e allora gli venne alla mente ciò che una volta aveva letto in un antichissimo poema: Dio non ha vita, eppure vive; non ha lingua, e dice tutto; non ha orecchie, e ascolta tutto; non ha occhi, e vede tutto; non è in alcun luogo, ma nessun luogo è privo di lui; non ha tratti e non ha aspetto; il suo nome è immacolato1. E Gizerico cadde in ginocchio e scoppiò in pianto e supplicò Iddio di salvarlo dalla morte e dall’afflizione, e successe che la voce rispose, e gli parlò di un antichissimo villaggio isolato tra i monti a settentrione, cinto dai dirupi, fabbricato con la quercia e modellato con l’argilla e la marna, e gli descrisse gli uomini che lo abitavano, uomini dalle fattezze caprine, di valentia profonda, e dalle storie formidabili, che si nutrivano di funghi e di erbe di pastura. Vivevano lassù, solitari, raccontò la voce, lontani dalla civiltà, gli disse di andare da loro, e di averne pietà, pietà, pietà, lo ripeté tre volte, come la Santissima Trinità, e di ascoltare ciò che avevano da raccontare, ossia la vita e la morte, e tutti i triboli che ci sono nel mezzo. E gli raccomandò di andare da solo, gli illustrò la strada da percorrere, tra selve e sorgenti montane, e Gizerico ascoltò, e alla fine rispose convinto: Sì, andrò lì da loro, buon Dio misericordioso, da questi uomini-capra, e osserverò le loro costumanze e ascolterò ciò che avranno da raccontarmi. E passò un giorno e una notte inquieta, nel suo letto, a voltarsi e rivoltarsi, senza dormire, e pensò a quegli uomini bestiali, forse inauditi, come gli esseri delle antiche fiabe. Pensò al motivo per cui Iddio santissimo volesse condurlo fin lassù, nel paese di quegli esseri caprini. Non riuscì a darsi risposta.
Giunse l’alba, e Gizerico partì, avvolto in un tabarro nero di panno grosso, con un bastone di sambuco in una mano, e un rosario di madreperla nell’altra, seguì le indicazioni che gli erano state rivolte, attraversò coltivi e pendii di veccia ed erba rugiadosa e isolati santuari boscherecci, prati coperti di bucaneve, di fiordalisi, di ranuncoli dentati, una mulattiera serpeggiante e alvei di torrentelli, fitti arbori di faggi e carpini neri, una macchia di soldanella, uno spineto, una radura, una gorgiera paludosa, una sorgente montana. In alto, oltre il viluppo di fronde, nel cielo azzurro luminoso, gridavano le ghiandaie, e sui rami stavano fissi gli sparvieri col piumaggio arruffato, a osservare il cammino del re pellegrino, ostinati, coi loro occhietti ambrati. E re Gizerico avanzava, tra la verzura umida, le rocce scabre, le ortensie coi petali ondulati. Si fermava a tappe, riprendeva fiato, continuava la salita. Lentamente. Tra gli olezzi di piccoli arbusti aromatici. Canticchiando antichi stornelli della sua infanzia. Lo sorprese una bufera. Si nascose in una grotta. Accese un fuoco da bivacco. Mangiò pinoli e ghiande. Trascorse la notte accanto al fuoco. Pensieroso. In dormiveglia. D’un tratto si scosse e disse a voce alta: Sei qui, Signore mio? Al mattino pregò e lasciò la grotta e riprese il cammino. Nella spessa nebbia cotonosa. Tra le ramaglie luccicanti di rugiada. Debole. Col viso bianco e patito. Appoggiandosi ai tronchi e alle rocce accavalcate. Pieno d’affanno. E amaritudine. Sono uno sciocco, ripeteva dandosi nocchini sulle tempie, sono un vecchio sciocco ammalato, finirò i miei giorni quassù, tra questi monti ingrati. Risalì ancora, e ancora, con passo accorto, attraversò un giovane bosco ghiandifero, il frondame alto e poi basso, e le rocce, e le rupi, e i ciglioni di monti. Si fermò a riposare su una roccia. Il sole immobile – zenitale. Pianse. Si asciugò le lacrime. Provò a pregare. Ma strozzava le parole. Riprese a camminare, scorato, nell’aria pura di monte, seguendo una lunga striscia di genziana maggiore, fra macchie e cespugli fioriti, chine d’erba gialla, nel vento odoroso, e i nibbi in alto che giravano, e giravano, solcando il cielo con grida di lamento. E in quel momento Gizerico guardò il fianco della montagna, e nello spazio occupato da una vasta pietraia, scorse il villaggio, lassù, in ombra, in solitudine, incastonato come un rovo tra le rocce appuntite. Al centro svettava un obelisco di granito bianco. E tutto intorno le case aguzze. Seminate come i frantumi di un coccio. Guardava incredulo, e incredulo prese ad avvicinarsi, lentamente, affannosamente. Attraversò il letto di pietre. Tra gli scoscendimenti del terreno. Con prudenza. Inciampando sovente. Alle porte del villaggio si fermò e si guardò intorno con occhi bambini. Le strade parevano letti di fiumi disseccati. Le case basse, argillose, dalle strette finestre a bifora. C’erano pozzi e abbeveratoi riempiti d’acqua piovana ed erbette di campo. Una piazza a rombo. L’obelisco sparso di bassorilievi che raffiguravano uomini a caccia di cervi e di montoni, esseri caprini adagiati su letti di fiori e foglie, alti fuochi biforcuti, scene di festa, di miracoli, di riti funebri. Tutto era immerso in un silenzio lunare. Gizerico pensò all’antichità di quel luogo. Un luogo sfuggito agli annali del mondo. Non aveva mai udito testimonianze, o scorto mappe geografiche, che ne indicavano la presenza. Rifletté sui confini del regno. La montagna entrava nei suoi possedimenti. E così anche quel villaggio sperduto. Continuò a camminare. Strade labirintiche e porticati strettissimi. Bassi architravi di quercia. E avanzò e notò che tutte le viuzze confluivano in un antro sul fianco della montagna. E lì c’era buio. E silenzio profondo.
Tornò indietro, e raggiunta la piazza fu scosso da una voce sfumata. Guardò, e vicino al pozzo, intento a riempire un otre, scorse una sagoma sottile, dalla schiena disumanamente arcuata. Si avvicinò. La sagoma stava lì, nell’ombra. La vicinanza rivelò un capo allungato, il viso montanino, le orecchie ritte, una barbetta arricciata sul mento. Era tutto coperto di un folto pelame color avorio. Gizerico avvertì uno sgomento diffuso, tremore, eppure ribrezzo. Si soffermò sugli occhi: le iridi erano ambrate, e le pupille rettangolari. Avrebbe voluto andarsene, ma non riusciva a muoversi. L’altro parlò con voce calma, e pronunciò il suo nome: Pietrangelo. E gli chiese il suo. Gizerico strinse forte il rosario tra le dita, esitò, poi rispose con voce sommessa, un po’ tremula, ad occhi bassi, senza rivelare di essere sovrano di quelle terre. Pietrangelo gli chiese se si fosse perso, e aggiunse: Quassù non ci viene mai nessuno. Gizerico rispose di no, non si era perso. E l’altro, con trepidanza, gli implorò di ascoltare la sua breve storia. Gizerico non rispose, ma rimase immobile ad ascoltare la storia. Pietrangelo gli raccontò del paese dove era nato e cresciuto. Gli raccontò della sua famiglia, di suo padre e di sua madre aveva pochi ricordi, disse di essere cresciuto con il nonno materno, un po’ tocco, ma grande faticatore; a sei anni era già insieme a lui nel bosco a pasturare le greggi, lunghe camminate tra i monti, il tintinnio degli armenti, le grida dei pastori; aveva imparato le lettere dell’alfabeto di notte, nelle lunghe notti all’addiaccio, davanti ai fuochi da campo, mentre gli anziani pastori cantilenavano le antiche storie, storie di angeli celesti e di diavoli selvatici, di boschi parlanti e di belve ingorde; gli fu raccontato della leggenda dei mendicanti ciechi, quelle povere benittanime che un tempo vagavano da paesi a paesi, fiere a fiere, legati a una lunga corda di giunco essiccato, a predicare la ventura e la malasorte; erano passati molti anni; ricordava un inverno di cattiva svernagione, perfido come il maligno zannuto, bufere di geli e di nebbie fittissime, lui e il nonno videro quei magarici mendicanti ciechi nella piazza di paese, pregarono insieme a loro, ascoltarono le predicazioni; uno dei ciechi disse al nonno di avvicinarsi, e gli batté una mano sulla spalla, e gli sussurrò di una valle fiorita, fiori blu, e gialli, e rossi, e di un cielo azzurro senza tramonto, di boschi lucenti, alberi fruttiferi, fiumi limpidissimi, anime beate, una pace arcana e devota; un luogo del genere poteva essere il paradiso; e poi arrivò un mattino scuro e senza sole, il nonno riportava il gregge verso la valle, attraversando un sentiero precipizio, iniziò a cadere una pioggia furente, alcune bestie si affrettarono, il nonno gridò, ci fu una caduta, poi un’altra, poi un’altra ancora… Pietrangelo tacque, poi disse: Santa malinconia, santa carestia, santa luce crudele del crepuscolo… il pensiero di quel giorno mi assassina; quei poveri mendicanti ciechi avevano predetto a mio nonno la fine, la morte, e così l’inizio, nell’alto-mondo, e l’alto-mondo è un posto meraviglioso, secondo i racconti, di rigoglio e di splendore, e questo mi consola, mi fa sentire ogni giorno meno triste. Gizerico ascoltava con le mani aperte appoggiate sul bastone. Pietrangelo raccontò ancora: Ho resistito senza di lui qualche anno, poi però le cose hanno iniziato a cambiare, con gli inverni rigidi il gregge si è decimato, e un giorno ho deciso di andare via, abbandonare ogni cosa, mi sono imposto: o la morte o l’eremitaggio, nessun intermezzo, e così ho meditato, e ho scelto la via della montagna, e adesso vivo qui, in solitudine, in pace, con miseria, ma senza rimorso. Gizerico pensò a cosa dire, e poi parlò, gli chiese del suo aspetto caprino, Pietrangelo rispose: Sono come Dio mi ha fatto. E a quella risposta Gizerico non seppe cosa aggiungere. Rimasero immobili in un silenzio religioso. Poi Pietrangelo iniziò a parlargli dei padri fondatori del villaggio. In secoli lontani. Girovaghi, pellegrini, uomini alla ricerca di solitudine eremitica. Gli parlò di un gruppo di amanuensi, una famiglia di venditori di scorze d’alberi, un raccoglitore di erbe spontanee, un cantore, uno scalpellino, una compagnia di giocolieri ambulanti. Gli disse: La montagna è il nostro santuario, e la preghiera è il nostro verbo. Gli disse di praticare la preghiera ininterrotta, per redimersi dai peccati, e dai pensieri impuri. Gli disse: Al mattino vado per i boschi a raccogliere funghi ed erbe di pastura, e in certe stagioni tutti gli altri frutti della terra. Gli disse che le gemme andavano raccolte a inizio primavera, e le bacche dopo le prime gelate, e i semi e i frutti solo quando maturi, e le erbe dopo la fioritura, e i fusti in estate, e i tuberi a primavera inoltrata, e i bulbi e le cortecce in autunno, e le radici a fine estate. Pietrangelo tacque, e si allungò nel pozzo e riempì l’otre d’acqua piovana. Poi disse a Gizerico che doveva ritornare alle sue cose, e senza aggiungere altro si allontanò salticchiando tra le viuzze del villaggio.
Gizerico rimase solo. Si sentiva come in un sogno. Un po’ confuso, un po’ turbato. Bevve anche lui dal pozzo. L’acqua era fresca. Riprese a camminare. A passi lenti e pausati. Nella diafana luminosità meridiana. Tastando il terreno col bastone di sambuco. Guardò all’interno di un’abitazione. Era vuota. Passò vicino a un canaletto dove scorreva un rivolo d’acqua dolce. Saggiò l’acqua con un dito. Risalì la strada. Raggiunse il buco da cui scaturiva la fonte. L’acqua riempiva una vasca sedimentata di muschio fiorito. Gizerico ne sentiva l’odore umidiccio. Poi udì una voce lamentosa, forse un grido d’aiuto. Seguì il suono della voce. E giunse vicino a una casa tozza. Col tetto di legno bruno deformato dalle piogge. Per terra stava un uomo-capra, tutto rattrappito, il vello ruvido e ingrossato, emetteva un suono di pianto, si accorse della presenza di Gizerico e si azzittì con spavento. Gizerico gli disse: Perdonatemi. E l’altro: Chi sei? Il mio nome è Gizerico. E chi sei? Gizerico esitò. Sei un pellegrino? Annuì piano. Non dovresti essere qui. Gizerico rimase in silenzio, poi disse: Me ne vado subito. L’altro lo fermò con un cenno di zampa, e gli disse il suo nome: Ascenzio, e lo invitò a sedere, e aggiunse che stava pregando, si era risvegliato con alcuni pensieri storti e doveva farseli passare dalla testa. Pregare mi aiuta, disse Ascenzio, pregare mi calma. E gli parlò della sua vita, dall’origine: malnato in una capannuccia in un bosco di monte, in autunno, sua madre serva figlia di altri servi, il padre adultero e dal sangue gentilizio; ripudiato ancora prima di nascere, cresciuto dal nonno materno a pane e bacche, come un selvatico dei boschi, dalle parti di una palude febbrifera, a undici anni già a lavoro in una legnaia, isolato dal mondo, a quindici già principe della selva, conobbe un maestro che dava nascita e morte ai boschi e che gli insegnò i segreti della terra rorida e fangosa, lo istruì ad avere la quercia, gli diceva scava una fossa quadrata, all’inizio della primavera, o giustappunto alla fine dell’autunno, e nel fondo della fossa poni terra grassa e ben macerata, e su di essa uno strato di ghiande di buona fattura, ghiande da far benedire al pastore del contado benedetto, e poi ricopri le ghiande con concime pregiato alto non più di mezzo pollice, e su di esso poni un nuovo strato di ghiande benedette, e infine un ultimo sottile velo di concime pregiato, avrai così una quercia forte e duratura, e poi ricomincia, e ne avrai una seconda, e così via, fino ad avere un querceto intero; e così gli rivelò i segreti per avere il faggio, e il pino mugo, e la betulla, e il castagno, e il cipresso; la sua prima opera fu una betulla bianca, e poi un salice nano, e così un intero cespuglieto, ma giunse un crudele giorno di nembi fittissimi, e un fulmine caduto dal cielo incendiò gli alberi, e l’aria si arroventò, e arrivò un vento di tramontana che condusse l’incendio fino ai boschi vicini, si rattristò molto, la sua opera si era persa, e la sua vita non aveva più alcuno scopo, tutto ciò che aveva fatto e aveva sognato: devastato dall’incendio terribile; decise di allontanarsi, camminò a lungo, senza direzione, senza conoscere la strada, isolato dal mondo, isolato dagli uomini, risalì un giovane bosco, e rocce, un monte sperso tra altri monti, dirupi, col pensiero ossessivo: o la morte o la solitudine; trovò quel villaggio popolato da uomini che non erano uomini, bensì qualcosa di diverso, qualcosa di selvatico, e lì si fermò, col pensiero ossessivo, e divenne anch’esso selvatico, un essere della natura. Tacque, e guardò Gizerico a lungo, fissamente, come se in quegli occhi ci scorgesse il segreto divino. Disse: Ho vissuto pieno di fiele, tutto vuoto intorno a me, sono arrivato a non credere più a niente, a niente, e adesso mi tormento, nei giorni assolati, nelle notti profonde, mentre osservo il fiume bianco delle stelle mi domando: perché? Gizerico provò tristezza, e pietà, e Ascenzio gli disse di lasciarlo solo, e Gizerico lo lasciò solo, risalì una viuzza, e camminò senza mèta, ancora, tra le case del villaggio, case crepate, case buie, case muffite, case storte, case frantumate. Ascoltò il ticchettio di zoccoli sulla pietra, qua e là, sul fango indurito. Ombre che si aggiravano leste, che rifuggivano la luce.
Imbrunì. Gizerico si ritrovò a discendere una scala di roccia calcarea. In fondo, accasciato, un uomo-capra, il pelo color ruggine vecchia. Una ferita sanguinante al costato. Gizerico gli offrì un aiuto, ma l’altro lo respinse, e con gli occhi spalancati e senza sogni gli disse: Io vi conosco. Gizerico rimase immobile. Voi siete un sovrano. Gizerico rispose di sì. E che cosa ci fate quassù? Gizerico non seppe cosa dire. L’altro gli rivelò il suo nome: Battista, e gli disse di essere stato un ammaestratore di capponi, figlio di un allevatore di capponi, nipote di un macellaro di capponi. Disse: È ciò che ho fatto per tutta la vita, fino al giorno in cui ho conosciuto Venerina, la mia dolce amorevole Venerina, la mia diavola, il mio guaio asceso in terra dagli angoli più neri del malinferno. Tacque, e poi si mise a ripetere in tono più basso: A causa sua ho perso tutto ciò che avevo: mio figlio adorato, e i miei pochi averi, la mia casa, la mia poca fortuna, e il mio amore per la vita e per il mondo. Gizerico gli disse: Che cosa vi ha fatto di tanto male? Ma Battista fece no e no con il capo, gli occhi ingrigiti dalle lacrime: Non voglio parlarne, non devo parlarne; è per la mia sanità, per la mia pace interiore… Gizerico non si mosse, e non aggiunse niente, rimase lì a guardare quell’uomo-capra ferito e disteso lacrimante su quella scala di roccia calcare. Battista disse: Io vi ho servito, e ho servito vostro padre e una volta ho anche incontrato vostra madre, una regina pia e benevola come la Beata Vergine Maria, ero solo un bambino a quel tempo, ed ero col mio vecchio alla festa dell’uva, in villaggio, nella folla, ricordo che aspettavamo il passaggio del corteo regale, e attendemmo a lungo, e poi la carrozza arrivò, laccata d’oro, addobbata di peonie e ortensie e gigli bianchi, si fermò davanti a me, e discese la regina, e mi guardò e mi sorrise e mi consegnò nelle mani un ramoscello di mandorlo fiorito, la ringraziai, e la ringraziò anche il mio vecchio, e portai il ramoscello in casa, e lo nascosi sul fondo di una cassa che mia madre usava per conservare le stoffe invernali; è ciò che ricordo, del resto non ho voglia di parlare… Gizerico esitò, ma non aggiunse nulla, disse a Battista: Addio, e riprese a camminare nomade tra i vicoli del villaggio, nella luce agonizzante del crepuscolo, scrignuto, appoggiandosi dolorosamente al bastone di sambuco.
Venne la notte, e Gizerico trovò riparo in una rovina ai confini del villaggio. Sedette a riposare senza accendere un fuoco. Esausto, ammosciato, come un panno intriso d’acqua. Fuori il vento lamentoso. Spirava da ogni direzione. Ed emerse una voce di donna, un canto, che pronunciava il suo nome: Gizerico, Gizerico, Gizerico. Per tre volte. Come la Santissima Trinità. Gizerico balzò in piedi, uscì dalla rovina, intercettò il canto, e si avviò in quella direzione, a passi cauti, nella notte illune, attorno neppure la luce di una lampada, o di un fuoco acceso. Si ritrovò al cospetto dell’antro sul fianco della montagna. Nel buio che si assommava ad altro buio. E una corrente di calore che fuoriusciva. Nell’aria ventosa. Entrò. Ancora più cauto. Ascoltando il canto. E il suo nome che si ripeteva, ancora, flautato, ad eco, in ordine di tre. Avanzò nella tenebra assoluta, una discesa, nel ventre della montagna, un’erranza, un pellegrinaggio, verso il cuore della montagna, odore di zolfo e guano e terra bagnata, eppure di capra, e di erbe e piante selvatiche: salvia e menta, eppure santoreggia, aristolochia, stramonio, anemone. Giunse in una sala illuminata da un fuoco fatuo. Lì una giovane donna zolfigna e biancovestita, coi buccoli dorati, e le labbra polpute, seduta su un masso, ammutolì il canto, e Gizerico la guardò, e scoppiò in pianto, e lì in lacrime squassato da un’afflizione postrema, le si gettò ai ginocchi, e le baciò i piedi, e supplicò in atto di contrizione: O madre di Dio, salvami da questa vita tumultuosa e proteggimi con la Tua infinita pietà e benevolenza. E la giovane sorrise, e disse a Gizerico di sollevarsi, e di respirare piano, di spogliarsi, di chiudere gli occhi; e Gizerico accondiscese: si alzò in piedi, si svestì, chiuse gli occhi, e poi attese, in silenzio; e la giovane gli sussurrò: Ti amo, e allungò una mano e gli toccò una spalla già ispessita da un ciuffo di ruvido vello.
1 La citazione è tratta da “Il poema della donna di loto” di Malik Muhammad Jayasi.
Gerardo Spirito