Rappresentazione di un calvario – racconto di Gerardo Spirito
Redazione2026-01-11T15:57:33+01:00Riposava tra i giunchi. Era solo. Ci vide e ci invitò a sedere con lui. Ci offrì carne e formaggio. Disse di chiamarsi Assuele, figlio di Annaluna, senza padre, gemello di Amira, cresciuto fino ai sedici in una baracca di selci, poi abbandonata, fra i monti benedettini, in una terra di caldane e di geli improvvisi. Ci parlò brevemente della madre, fedele alle erbe e agli incantamenti, incantatrice, ammaliatrice, magalcina, guariva le febbri, rovesciava le nascite, annunciava vaticini. Di sua sorella nessuna parola. Ci disse: Vi racconterò la mia storia. E noi ci sedemmo e ascoltammo la sua storia. Lasciata la baracca, Assuele traversò praterie, valichi, campi di stoppie, paesi sconosciuti. Raggiunse le montagne. Restò lassù nei boschi in solitudine per lungo tempo. Una solitudine che definì privilegio. Cacciava volpi e conigli, lasche e salmerini di fonte. Come eremita. Si saziava di ghiande e di bacche. Raccoglieva e si curava con piante ed erbe amare. Ne conosceva i nomi, innumerevoli, e gli effetti – retaggio della madre. Visse in grotte e radure. Nei cavi degli alberi. Incontrò carbonai e rabdomanti. Gli chiesero chi fosse, cosa ci facesse lassù, sulle montagne, nel bosco, in solitudine. Sei un ragazzo, gli dicevano, scendi in paese, qualsiasi paese: vivi. Un giorno Assuele incontrò un pellegrino che lo convinse a seguirlo fino a un villaggio votato a san Giorgio martire. Non ci disse come fu convinto. Ma ci raccontò di aver vissuto in quel villaggio votato a san Giorgio martire per anni e anni, nel soppalco di una vecchia rimessa di legname. Si fece qualche amico. Lavorò nella bottega di un agoraio. Il maestro era un uomo dal viso color dattero e gli occhi color fiordaliso. Ferino di umore, ma generoso di animo. Gli insegnò tutti i segreti dell’ago. Poi il maestro morì e gli eredi resero la bottega qualcos’altro. Assuele venne cacciato. Provò altri mestieri: al mercato, a vendere ortaggi, in una cantina, a servire grappa e acquavite, nei campi, a vangare nel solco. Ricominciò a frequentare i boschi, e così i monti dattorno al villaggio. Possedette due meticci da fiuto. Divenne cercatore di tartufi. Scovò tartufi bianchi e neri e moscati vicino a noci e pioppi millenari. Nei terreni infestati dalle ginestre. Li offriva alla gente, anche ai poveri, con il baratto, o la carità. Sei misericordioso, gli dicevano i poveri con gli occhi grigi di pianto, sei generoso come san Vincenzo, o san Nicola. E lo pregavano, lo ringraziavano. E fu lì, proprio lì, in quei giorni di raccolta e di carità, che Assuele si sentì devotamente felice. Poi una sera, di ritorno dai monti, venne avvicinato da un gruppo di trifolai. Sei straniero, lo intimidirono, e questi monti ci appartengono. Lasciò i meticci liberi. E abbondonò il villaggio. Per un breve periodo trovò lavoro in una masseria di un antico paese nell’entroterra. La masseria produceva burro e formaggio. Intorno al villaggio ettari di pascoli e il contado. Gli abitanti di quel paese parlavano un dialetto cavernoso. Incomprensibile, talvolta, per Assuele. Ma il lavoro non durò. I giorni erano neri. Il paese e il contado furono colti da fame e carestia. La masseria chiuse. La gente abbandonò il paese. Assuele tornò ramingo e senza meta. A dormire in ruderi e stalle abbandonate. A saziarsi di ghiande e frutti dagli alberi. A bere acqua da pozzi artesiani e ruscelli. Era magro per i digiuni, il viso come legno deformato dalla pioggia. Piangeva. Gridava fissando il cielo: Prendimi lassù, Signore mio, non chiedo altro, mi offro in libagione, prendimi lassù, sarò il pane e il vino, non chiedo altro. Incontrò una chiaroveggente, capelli a ciuffi di paglia d’avena, un’età senza età, che gli presagì buona sorte e gli cantò la canzone del roveto ardente. Incontrò un anziano di nome Venerando che gli insegnò una preghiera: Mio Creatore, Tu sei vento che scuote le fronde e fuoco che brucia la malerbe, sei fiore che guarisce il cuore, Ti chiedo: santifica i miei pensieri, rendimi tempio, nel nome del Padre, del Figlio e dello Spirito Santo, amen. Incontrò una famiglia che veniva da lontano, i visi fasciati fino agli occhi in pezzuole imbevute d’aceto, per protezione dalla malaria. Una mattina si svegliò accanto a un fiume, e si sentì pieno di sconforto e di nostalgia: gli mancava far del bene: alle povere genti, agli infermi, agli ammalati; si ricordò di un passo del Libro che aveva sentito pronunciare da un predicatore cappuccino, un giorno, in una piazza di un paese lontano: bisogna lasciare la spigolatura per i poveri. Pregò accanto al fiume usando la formula dell’anziano Venerando. Riprese il cammino. Un mattino lo sorprese una bufera. Nella luce allucinata dei fulmini avvistò un monastero appollaiato su una croda. Pensò a un segno – pensò: ecco la vocazione. Fu accolto nel monastero, restò lì per sette anni: scontò il noviziato sotto la guida di Nicasio, il padre-maestro: condusse vita fraterna e imparò a osservare i precetti cristiani e i consigli evangelici: praticò la castità, la povertà, l’obbedienza. Studiò le Scritture. Imparò le preghiere. Divenne prete di una chiesa aguzza in un paese remoto ai confini di una torbiera. Battezzò, confessò, ammonì, predicò, sposò, seppellì. Allontanò un vecchio che un giorno a messa alzandosi in piedi aveva gridato: Non credo nella luce e nell’incarnazione di Gesù Cristo Nostro Signore. Discusse con una donna della ferita originaria, del peccato veniale, della disubbidienza. Insegnò al piccolo coro la canzone del roveto ardente, ascoltata anni e anni addietro dalla chiaroveggente senza età. Istruì i più fedeli al mistero della teofagia. Incontrò una donna, il suo nome era Edda, e di lei si innamorò. Edda aveva una famiglia, tre figli. Frequentava la chiesa. Viveva in una casa nell’imo del paese. Era massaia. Assuele pensava continuamente a lei: di giorno, di notte. Il viso, l’odore, la voce. La confessava. Lei era gentile. I suoi peccati erano la bugia e l’impazienza. In un mattino senza sole Assuele andò fino alla casa dove vivevano Edda e la sua famiglia senza abito e collare ecclesiastico. In giro non c’era nessuno. Bussò. Edda aprì la porta. Assuele le disse: Edda, io ti amo. Fu respinto. Divorato dal rammarico e dal pentimento, Assuele abbandonò la chiesa e il paese vicino alla palude. Iniziò a praticare la questua. Scalzo, vestito di stracci, un pastrano per proteggersi dal freddo, senza scorte, senza il Libro. Attraversò terre di pastori, di ciarlatani, di podagrosi, di buoni samaritani. Cantava alle povere genti la storia di Rut, di Davide, di Salomone. Offriva parole di conforto. Predicava la bontà e la misericordia. Supplicava pane e acqua. Ma sovente – in fiere contrade villaggi – veniva preso a ingiurie, a sputi, a pietrate. Conobbe una madre che attendeva da anni e anni il figlio costretto in guerra. Fu sorpreso in un valico da un drappo di briganti: fu percosso e appeso agonizzante al ramo di un faggio. Fu salvato da un infedele che sprezzava i giovani e raccoglieva per i boschi erbe lunatiche. L’uomo disse ad Assuele: Vi ho salvato io, non il vostro Dio. Restarono assieme per un’ora o due. Sotto il faggio. A mangiare cardi crudi. A parlare di cose futili. L’infedele arrivò a confidargli segreti arcani, forse deliri, forse presagi. Assuele gli chiese: Siete un mistico? L’infedele restò in silenzio. Non credete che esista una terra di latte e di miele?, rispondetemi. Ma l’infedele restò in silenzio. Oggi mi avete salvato, disse Assuele, per me era tutto nero, un giorno nero, siete Colui-che-è? L’infedele fece no e no con la testa, e dopo un silenzio rispose: Passavo di qui, null’altro. L’infedele si congedò. Assuele riprese il cammino. In solitudine. Sotto i rami di un terebinto rinnegò la Trinità. Si spretò. Fece ritorno a casa.
Gerardo Spirito