I giorni del Cane – racconto di Valentina Gogna

I giorni del Cane – racconto di Valentina Gogna

«Tienila ferma.»
Braide s’aggrappò al vello vermiglio della bestia. Il padre di lama era svelto: un taglio netto, una nuova bocca nera di sangue a colare nell’albanella ch’egli reggeva colla sinistra. Il rubrido scartava, col lungo muso digrignato a mordere la penombra della cantina, l’occhio acquoso d’erbivoro dilatato in una pozza, il corpo di fiera premuto contro quello della creatura bipede, a cercar riparo. Ma non era rifugio quelle quattro ossa, distese in fretta in tredici inverni, né in quel pallore di creatura arrossato dall’orrore dell’omicidio. Braide puntò i piedi verso il gelo del pavimento, colla bestia fremente di terrore che palpitava contro il suo petto come un cuore ausiliario.
Calò la lama, e il rubrido tremò.
Poi, un sibilo lungo.
Esalò dai polmoni della bestia collo sgorgare del sangue, sottile come lo stridere delle strighe notturne. Scalpitava, nello spasmo della morte – e la creatura ch’era Braide faticava a stare in piedi, a sostenere l’affisso guardo di suo padre – e ancora strido e sangue insieme, e le gambe cedettero, e bestia e creatura rovinarono a terra. Sozzo di bitume, il vello perse colore, si fece bigio. E dal pelo della bestia, il sangue colava sulle mani, sulla chioma fulva.
Tacquero.
Su, oltre la pietra bruna della cantina e le ragnatele molli d’umidore, oltre la terra morsa da vermi glauchi e ciechi, dove il mese di Sirio versava sulla Montagna rivoli d’accecante calore, e il zelencide azzurro cacciava a volo le locuste, e le cantaridi eran occhi d’oro fra i caprifogli, e nelle forre ove il fiume rombava il presteride strisciava in volute di vapore – su nel mondo di sopra, nel mondo dei vivi, il lincisio di casa abbaiava.
Erle aspettava Braide.
Andavano a vedere il Santo, a fondovalle.

«Vai. Torna presto.», aveva detto. Il padre di parole era avido: poche sillabe per volta, e gesti precisi e rapidi a scandirle. La bestia, appesa per le zampe posteriori al grande gancio che scendeva dal soffitto, fremente seguiva lo strattone che le scollava il pelo bigio dalla carne. Traslucido nel vetro opaco dell’occhio del rubrido, spalancato sull’abisso fondo della cantina, il riflesso di Braide saliva le scale senza verbo. Passava le palme sul lino delle brache, mentre si lasciava alle spalle il macello, e la tenebra che lo nascondeva al cielo.
Nel mondo di sopra, nel mondo dei vivi, agosto ardeva – colla sua vampa che vinceva i muri di pietra della casa, snudati come crepacci, e le travi di legno scuro, e le spoglie disadorne dei mobili, e il tavolo che occupava quasi tutta la stanza, e la sacca di tela e il cappello di paglia che vi stavano sopra.
Aveva preparato poche cose, Braide – poche per dormire, di più per mangiare, nessuna per sentir meno la fatica. Si mise in spalla la sacca, strinse meglio la cintura che teneva su le brache. Poi, con mano lenta che soppesa, si tolse il coltello dalla tasca. La lama che aveva ucciso il rubrido ora era monda del sangue e lucida e sottile. Strinse le dita attorno al manico di corno flavo d’equicervo, finché sbiancarono.
Fuori, il lincisio di casa abbaiava. Erle chiamava, batteva il pugno contro il legno e i segni incisi per tener fuori gli spettri. Braide mise il coltello nella sacca, poi si calò il cappello sulla testa fulva. Legò i capelli con un laccio, poi li sciolse, sparpagliati sulle spalle.
Quando finalmente si decise ad aprire la porta, Erle l’accolse con un rimprovero.
«Che facevi?»
«C’era da ammazzare una bestia.»
«Ah. Non potevate farlo fuori?»
«Era un rubrido.»
«Ah.»
Di buon grado Erle accompagnava suo padre a caccia. Aveva occhio rapido, sotto la zazzera scura, e tirava dardi con certezza di colpire – e l’ebbrezza del colpo, mai a vuoto, riverberava nel suo petto levigato con scocco sonoro e soddisfatto. Ma mai s’avvicinava a sua madre, quando spremeva fuori le interiora dalle carcasse delle dorcolepri e teneva da parte le piccole teste cornute. Non sapeva niente di come si legasse il retto all’erimanto zannuto, perché l’immondo degl’intestini non contaminasse la carne. Non sapeva niente della sacca velenosa di bile nel fegato del dendrocervo, né della pietruzza di carbonchio nascosta nello stomaco di certe cariste dalle ali cinerine, che ridotta in polvere evitava ogni bruciatura. Però, persino Erle sapeva che non s’ammazzava né macellava un rubrido sotto al cielo di Sirio. Perché l’aria acre dei giorni del Cane s’infilava nelle ferite e vi deponeva orde di vermi, e lo stridere della morte scontentava le piante negli orti e le bruciava, e il sangue suo, così buono per curare le ferite, caduto a terra la faceva nera e sottile e nulla vi cresceva più.
Annuì, e Braide si chiuse dietro la porta.
E fu fuori, nel mondo.
Sotto i piedi delle creature, correva il fianco liscio della Montagna. La baita sorgeva acuminata come un sasso, acquattato nella distesa di verdi pallidi d’erbi e bocche spalancate di fiori estivi. A seguire il sentiero di terra spaccata dal sole, il crinale pareva gettarsi nel vuoto, da quell’altezza lanciato verso l’intervallarsi prossimo di boschi scuri delle pendici del monte. E più oltre, a perdita d’occhio, sorgere e crollare di colline, avvolte nella bruma traslucida della calura – e la Valle, col suo Fiume che segnava il confine del regno degli uomini.
Né Braide né Erle avevano mai tentato la discesa fin laggiù.
Si caricavano in spalle pelli, ossi modellati in fogge di pettini e fusaiole, e burri gialli e untuosi d’alto pascolo – e il sentiero portava i loro passi verso i rari paesi ai piedi della Montagna. Scambi brevi, ché la lingua inciampava nelle parole di quelli che stavano dabbasso. E riprendevano la strada dell’Örpe, furtivamente, come le piccole bestie che spiavano le loro spedizioni dal fondo del sottobosco. Viaggi brevi, in due, com’era sempre stato da quando era iniziato il loro respirare nel mondo. A segnar col dito quella pianta o quell’altra, a spiare le volute dei colubri e il volo degl’insetti colla fascinazione dell’infanzia – colla furia di tornare su, a rivedere il cielo cobalto e senza foschia.
Poi, uno di quei giorni, l’avevano sentita. La voce s’aggirava tra i muri coperti di malta dei paesi, tra la lana delle bestie da stalla e le mani nervose delle donne che filavano nei cortili. C’era un Santo, venuto da lontano, da oltre la Valle e l’orrido del canyon che teneva fuori ciò che fuori doveva stare. C’era un Santo, un mostro, un portento – e tutti andavano a vederlo. Soltanto chi non poteva viaggiare restava, e chi non voleva saperne di portenti. Ma le creature, che pure avevano buoni i piedi e di meraviglie avevano fame al punto da inventarle, per gioco nei lunghi crepuscoli sulla cima dell’Örpe – le creature ch’erano Braide ed Erle non poterono liberarsi di quel nuovo desiderio. S’era insinuato nei loro crani rotondi, nel fondo dei loro sterni e fra le pieghe delle dita – senza neppure saperlo, quel miracolo, e cosa vi fosse da vedere. E tanto pregarono, e tanto strepitarono, e tanto si diedero tormenti affamandosi e vegliando fino allo sfinimento, che i genitori si stufarono, e diedero il loro consenso. Non l’accompagnavano: c’erano le bestie, e la terra da difendere, e la Montagna da vigilare. Si doveva andare, vedere il Santo, tornare.
Con quel pensiero Braide prese il sentiero, mentre salutava il lincisio che, seduto davanti l’uscio e uggiolante nel suo pelo fuliggine, non osava correr con loro e lasciar indifeso il suo dominio. Andare, vedere il Santo, tornare.
Ma la strada era lunga, e i pascoli stormivano, sotto le correnti che portavano in alto i voli delle cicale e le penne d’oro di un raro eliodromo che seguiva il sole. La strada era lunga, e il meriggio giovane, ed Erle fischiettava una canzoncina, composta nella penombra della stalla durante la mungitura da quella sua sorella già grande, col seno enfiato e pesante.
«Mai come lei», aveva detto, la prima volta che il sangue aveva macchiato le vesti e il corpo le si era fatto tumido e greve – ed era femmina, infine, e si doveva chiamarla, e darle un recinto di adulta. «Mai come lei», aveva detto, e aveva cercato rifugio nelle sue fionde e nell’impronte fonde di suo padre. Ma ora, mentre la casa di Braide spariva col farsi ripido del sentiero, fischiettava, Erle, quella canzone da donne. Era ancora creatura, e pure Braide. Col corpo non ancora deturpato, agile, stelo fra le gramigne. Colla brezza che annodava i capelli e s’insinuava sotto le camicie – e sul capo le penne d’oro, e l’eliodromo, e il sole.

Ai piedi del monte, il bosco brulicava di vivo scalpicciare. C’era il pullulìo degl’insetti, in corsa fra i viticci aggrovigliati della vitalba e la carne morbida dei muschi. Un concerto di piume, nei nidi e nei rami, e di battere e levare di becchi e piccole zampe, a dar la caccia ad ancor più piccole frenesie di corpi striscianti. C’erano i passi dei mammiferi, fantasmagorie di peli e artigli, fra gli arbusti che tastavano con garbo, e senza tracce scomparivano.
Lasciati alle spalle i pascoli scoscesi e l’afa lucida di sudore, Braide ed Erle infilavano i varchi fra gli alberi col piede leggero, dentro gli scarponi dalla suola dura. Il sentiero si snodava scuro di terra più umida, dove il caldo, schermato dalle fronde, non riusciva a disseccarla. Distante, giungeva il sommesso gorgogliare del fiume, e la sua promessa d’acqua gelida.
Di tanto in tanto, un uccello pispigliava dal fogliame sulle loro teste, ed Erle, che aveva con sé la sua fionda, la estraeva dalla cinta e fingeva di prendere la mira.
«Quanto ci vorrà?», chiedeva poi, alzando un poco il mento per poter incontrare lo sguardo di Braide.
«Ci fermiamo al fonte di Forrarotta. Poi domattina saranno due ore di cammino.»
Era il luogo più lontano che potessero raggiungere, prima del calare della notte.
Non avevano mai visto Forrarotta. Ne raccontava il padre di Erle, e parlava di erimanti che s’affollavano in certe notti scure lungo i greti fangosi delle pozze – bestie d’impossibili dimensioni, colle zanne lunghe quanto il suo avambraccio e peli duri come chiodi ritti sul garrese. E parlava di pesci che dormivano nelle pozze, dormivano per centinaia di anni, e a svegliarli morivano per lo spavento. E parlava di certi uccelli coi volti di creatura, belli e coll’occhio spalancato, e l’unghie ricurve che lasciavano solchi sui tronchi. E parlava di cacce interminabili, e parlava d’albe viste arrosare le cime dei monti da una posta fra i rami. E parlava del dentetiranno, e poi non parlava più.
«Sono felice di andarci», diceva Erle, le labbra sottili distese in un riso breve. «Mio padre ha promesso di portarmi mille anni fa.»
«E perché non ti ha portato?»
Si strinse nelle spalle. «Non ero abbastanza grande.»
«E ora?»
«Ora forse sì.» Scansò col piede una lamiera acuminata e rugginosa, che emergeva dal terreno come una mano tesa. «Non credi?»
«Che importa?» Braide armeggiava nella bisaccia. Ne tirò fuori una focaccia bassa e spugnosa, e un aroma forte di timo alpestre si sparse nell’aria, quando la spezzò in due. «Non ci tengo a diventare niente, in tutti i casi.»
«Cosa? Perché?» Erle prese il pezzo che Braide tendeva, lo mise in bocca con un unico morso. «Perché no? Non vuoi sapere chi sei?»
«So già chi sono. Mi va bene così.»
«Io no. Io non vedo l’ora di essere come mio padre.»
Mandò giù il boccone, poi si batté il petto col pugno.
«Voglio le sue gambe lunghe,», e sbirciò con invidia quelle di Braide, dritte e sottili e interminabili sotto i calzoni. «E la sua barba. No, voglio riempirmi di peli! Peli lunghi così, ovunque! Voglio sembrare un lincisio, no, una belva selvatica!»
Braide ridacchiò, mentre addentava la focaccia.
«E andare a caccia, e tornare a casa da mia moglie e fare una nidiata di creature da allevare.»
«E se non fossi maschio? Ci hai pensato?»
Erle diede un calcio a una pietra, che rotolò poco distante. Sembrò rifletterci su per la prima volta, le sopracciglia nerissime aggrottate.
«No, no», disse, e poi più niente.

Fra gli alberi, di tanto in tanto, s’aprivano certe radure piccole come orti. I tronchi scabri dei faggi s’interrompevano d’improvviso, ed eran gli arbusti carichi di bacche a contendersi lo spazio con erbi e graminacee – fino al centro degli spiazzi, dove un singolo albero senza rami svettava gelido verso il cielo. In ogni radura, per qualche chilometro, incontrarono quegli artefatti silenziosi – tronchi di metallo, colati d’arancio e nero dall’alto e piantati a terra come coltelli. Le due creature giravano attorno a quei pilastri, abbandonati in un tempo remoto, che solitari vegliavano le radure. E poi il sentiero proseguiva, e gli spiazzi finivano – ed era ancora bosco vivo e veri alberi, e le creature si dimenticavano dei tronchi artificiali scagliati dal cielo coi fulmini, divorati dalla ruggine, invasi di nidi e lunghe liane d’edera.

Lo sentirono prima sotto i piedi.
Il paesaggio cambiava man a mano che il sole si celava dietro le montagne, ed era la rovere, ed era il carpino affollato di tane nascoste. Braide ed Erle quasi non avvertivano fatica, mentre seguivano il terreno scosceso. Si raccontavano storie, per passare il tempo. S’inventavano il Santo, prima di vederlo: quali meraviglie avrebbe fatto quando l’avrebbero incontrato, cosa avrebbe detto, come sarebbe stato. Se lo figuravano circonfuso di luce, a momenti, e in altri celato sotto veli e manti, per non offendere l’occhio dell’umanità ordinaria. Ne imitavano la voce, i toni solenni, mentre fingevano di spiccare il volo, sanare i ciechi, saldare le ossa con un cenno. Ed era uomo, poi donna, poi creatura senza sesso, come loro erano – mostruosamente senza età, eternamente senza categoria a limitarne il potere. E più raccontavano, e raccontando inventavano, più i piedi correvano svelti.
Ma furono i piedi a sentirlo.
Una vibrazione nuova, anomala, che non apparteneva alle loro zampe d’uomo. Fonda, come non emessa da un corpo battente sopra la terra – ma dal rintocco delle viscere segrete del mondo di sotto. Fu Erle a notarlo, coi sensi acuti della caccia. Si fermò e tacque, e fece segno a Braide.
Poi, fu lo schianto. Ripetuto, cadenzato, di bestia colossale che spezzava legno e pietra al suo passaggio. Proveniva dalle loro spalle, e le creature si gettarono su un tronco nodoso, folli di terrore. Strisciarono su, s’issarono sui rami spessi, e la corteccia si sbriciolava sotto i loro palmi e lasciava segni rossi e brucianti. Si nascosero tra le foglie, mentre sotto di loro, poco distante dal sentiero, una roverella dal corpo giovane e verde crollava a terra con un tonfo d’ossa rotte. E lo videro.
Immenso, color di fitta tenebra. La testa levata verso l’alto, all’altezza dei rami dove le creature stavano immobili col respiro sospeso – un cranio coperto d’atro pelo, occhi ardenti di brace e fauci spalancate da un respiro cavernoso d’affanno, a rivelar un lucore di denti arcuati color calce, e un lungo fiume di bava lattiginosa. E quella testa di ciclope, di titano primordiale, era attaccata a un corpo che si spostava con lentezza, deliberato nella distruzione di ciò che gli sbarrava il passo. Braide, col cuore che voleva fuggire dalla sua gabbia di costole, cercava di non guardare le zanne – e così si concentrò su quelle zampe immani, sugli artigli che sollevavano intere zolle ad ogni levarsi, e si schiantavano sulle rocce affioranti dal sentiero con gran fragore di scintille.
«Signore dei denti», sentì mormorare Erle, colla mano premuta sulla bocca, quando il dentetiranno, materializzato per un lungo istante dagl’incubi del mondo prima della Tempesta, tornò a trascinare il suo corpo impossibile fra le roveri. Adagio, mentre nel bosco tornava il frinire delle cantaridi, la bestia s’allontanava lasciandosi dietro le macerie degli alberi distrutti.
Aspettarono in silenzio per minuti interminabili, finché anche l’eco degli schianti si fu esaurita. Poi scesero dalla rovere e ripresero il sentiero, quasi correndo, mentre il cielo sulle loro teste s’accendeva di fiamme.

Era quasi buio quando giunsero al fonte di Forrarotta.
Il sentiero proseguiva, nel folto degli alberi – ma una stradicciola più piccola, da qualche tempo abbandonata e solcata soltanto da piccoli zoccoli e zampe prudenti, si snodava verso grandi massi levigati dal muschio, gettati come da una mano invisibile fra gli arbusti. Le due creature, scivolando con piede lieve, s’infilarono tra i massi. Guidava Erle, che i racconti di suo padre usava come bussola. Avanzarono per un tratto, finché tra le fenditure delle rocce videro la pozza. S’adagiava in una radura a semicerchio, recintata da massi così alti da quasi nascondere le chiome degli alberi. L’acqua, che sgorgava fra la pietra e la terra, si raccoglieva placida in uno specchio scuro – nel quale l’arco calante della luna si rifletteva come occhio semichiuso. Sulle rive, ingombre d’erba molle e morbidi steli di tifa, le due creature decisero di fermarsi. Non accesero fuochi, ché la luce era sufficiente, e non avrebbero osato attrarre nulla di vivo al loro rifugio. Soltanto dopo aver mangiato, in pochi bocconi rapidi, ciò che restava della focaccia e qualche fetta di formaggio soffice, ripresero a parlare. Ma lo facevano sottovoce, e le loro parole non passavano il culmine del loro recinto di pietra e lichene.
«Guarda!», fu il primo esclamare di Erle. Indicava la spalla di Braide, dalla quale veniva un baleno dorato, un lumino fremente. La creatura prese quel lume fra le dita, delicatamente, se lo portò all’altezza degli occhi. La noctiluca parve tremare, sotto quello sguardo, e la sua luce d’insetto si fece più forte – prima di spiccare il volo. Sorrideva Braide, mentre col dito seguiva quella scia luminosa.
«Prima, quando è arrivato quel… quel mostro», e si rivolse a Erle, che sedeva sulla coperta di lana che sarebbe stata il suo letto. «Come l’hai chiamato?»
Erle si strinse nelle spalle. «È una cosa di mia madre.»
«E dove l’ha sentito?»
«E chi lo sa. Magari se l’è inventato lei.»
Braide annuì. «Anche mia madre s’inventava le cose. Storie.»
Si morse l’unghia corta del pollice, ne staccò un piccolo pezzo coi denti.
«E che storie s’inventava?»
«Cose lontane.» Sputò l’unghia recisa. «Cose che non aveva mai visto, secondo me.»
«Raccontamele.»
Braide guardò la creatura bruna, il suo volto fatto cera dalla luce della luna.
«Mah… Non saprei cosa…»
Stette in silenzio un istante, mentre un’altra noctiluca aleggiava sulla sua testa – e poi un’altra, e un’altra, e un intero sciamare di lumini accesi come una cattedrale. «Anche lei parlava di mostri. Ma non questi nostri, che altri hanno visto, vivi o morti. Mostri dal mare.»
Erle fece un riso dei suoi, scoprì i denti aguzzi. «Mare? Che mare?»
Braide lanciò un ciottolo liscio nell’acqua, sconvolse la superficie in cerchi regolari come orbite. «È come questa fonte. Ma più grande. Sterminato. E infestato di mostri.»
«Sembra terribile. E questi mostri?»
Braide si ripulì le dita sui calzoni. «Non ricordo bene. Ci sono pesci grandi come montagne, che vivono a pelo dell’acqua e i marinai li scambiano per la terraferma. Altri armati fino alla cintola, come cavalieri, con lunghe spade per sventrare le navi. E altri ancora, colubri che dormono negli abissi, ciechi e immensi, e dormendo avvolgono stretta la terra intera, e non la fanno cadere nel vuoto…»
«Tua madre ha visto queste cose?»
Braide non rispose. Difficile era stabilire cosa sua madre avesse visto, coi suoi occhi bianchi di veggente, che non sapevano che le ombre degli oggetti. Se l’era chiesto tante volte, quando il mugghiare del vento fra le tegole di pietra della loro casa era troppo spaventoso per dormire, e l’Örpe pareva gravare sulla loro solitudine con tutto il peso delle sue crode e dei suoi pinnacoli. E quando gli spettri l’avevano reclamata, cos’avevano visto i suoi occhi non aveva avuto più importanza.
«L’ho sognato, una volta. Il mare.»
«E c’erano i mostri?»
La pozza si era placata, di nuovo una lastra di vetro. «C’era solo il mare. Un’unica pianura d’acqua a perdita d’occhio, dove non c’è niente. Solo acqua. Solo vento. In eterno il nulla.»
Erle s’alzò in piedi, si diresse verso il fonte e la sua acqua innocua. Vi guardò dentro.
C’era la luna capovolta, c’era la sfera infuocata di Sirio che le stava dappresso – sfolgorante nella tenebra come un tizzone acceso. E c’era vita brulicante sotto quella superficie – moti piccoli di pinne di pesci dalle squame cilestrine, e un solo occhio sulla sommità del capo, rivolto al cielo. Uranoscopi, li chiamava la gente della Valle, ed Erle calò le dita fra di loro, che si dispersero d’un tratto, e d’un tratto tornarono a scrutare il cielo.
«Chissà se esiste», disse. «Dovremmo scoprirlo, non pensi? Dovremmo andarci, io e te, ora che siamo grandi!»
Agitava le dita, e fra gli uranoscopi una forma più allungata nuotava in archi brevi e lenti. La prese fra le mani, Erle, e come un nastro quella s’avvolse attorno al suo polso. «Ah!», esclamò, e tese la bestia verso Braide.
«Cos’è?»
«Un’anfisbena! Bella! Vieni, guarda, non morde!»
Braide s’avvicinò con passo circospetto, scrutò la serpe: sottile, una cinta di squame dai colori spenti dalla notte, con una testa minuta per ogni estremità. Prima l’una poi l’altra dirigevano il moto di quel corpo, prima l’una poi l’altra seguivano le curve del polso e dell’avambraccio di Erle. In comune accordo, senza intralcio, di tanto in tanto saggiando l’aria colle lingue saettanti.
«Abbiamo anche noi i nostri serpenti degli abissi!»
Erle accompagnò l’anfisbena a terra, e quella parve ponderare con calma a quale testa dare il controllo. Finché si mossero all’unisono le due metà, e sembrò che s’intrecciassero fra le canne lacustri e i ciottoli. Le creature si chinarono a guardarla, mentre la serpe formava un nodo, e le due teste identiche scorrevano l’una sull’altra: avanti e indietro, le lingue a lambire le squame – sempre se stessa, e sempre una diversa.
Braide avrebbe voluto toccarla, ma non osava. Aveva l’impressione di trovarsi di fronte a uno di quei misteri che non era degli uomini conoscere – quegli eventi che si potevano spiegare solo col mito, senza averli mai potuti vedere davvero. E pure c’era il familiare, in quei misteri – una conoscenza scritta nel codice di fondo del mondo. Se solo avesse potuto avvicinarsi, toccare…
Si sentì chiamare, alzò il capo. Erle era al centro della pozza, la pelle bagnata d’argento. I suoi vestiti giacevano sulla riva, e la sua nudità sfacciata si rivelava – mistero fatto carne, fatto creatura.
«Vieni?», diceva.
L’acqua lambiva le sue gambe, appena al di sotto del pube. Ed era liscio, senza solchi, senza pieghe flosce – glabro come una carcassa sbiancata dal sole delle alture. «Vieni?», diceva.
Braide si chiese se Erle fosse di bell’aspetto – se pure l’aspetto d’una creatura si potesse considerare bello. Non se l’era mai domandato, e ora lo faceva – con lo sguardo che si dibatteva fra il suo polso, e la curva della spalla, e la coppa dell’ombelico. E si chiese cos’avrebbe pensato Erle del suo, di corpo. Se avrebbe riconosciuto il simile, per trovarlo bello. E se la maledizione della crescita avesse separato per sempre la loro nudità – e se fosse stato lui, o lei – e se fosse stato nessuno, nel suo limbo senza sesso – avrebbe ancora trovato bello quel suo corpo?
«Vieni», diceva.
E Braide andò. Si spogliò dei suoi abiti, s’inoltrò nell’acqua fresca della sorgente. Sentì il fonte lambire le sue gambe, insinuarsi nella carne ancora intatta, risalire la colonna vertebrale. Erle tendeva una mano. La prese. Stettero immobili, a guardarsi – e poi le mani si sciolsero, e si ricomposero sulla pelle dell’altrui riflesso. Saggiare i pieni, sentirne l’acutezza d’osso, e poi scorrere nei vuoti, farsi vuoto. Erle teneva gli occhi spalancati, senza resa, senza pace – mentre le dita di Braide imitavano i suoi gesti, e coll’imitare si facevano guidare. Schiuse le labbra, Erle, con un sospiro lungo. Parve abbandonarsi, mentre le dita di Braide nel suo vuoto scomparivano – ma poi afferrò quella mano, la guardò, inorridì. La sfregò con furia, Erle, e uscì dall’acqua, spaventando i pesci che fuggirono a nascondersi sotto i sassi segreti del fondale. Si gettò sulle coperte, si celò alla vista – mistero che non era degli uomini conoscere.
Braide portò le dita alle labbra, distoglieva lo sguardo da Erle. Lo puntò alla volta celeste, all’occhio scarlatto di Sirio. E poté giurare di sentire il sapore del sangue.

Il bosco s’era fatto castagno, poi il castagno s’era aperto in campagna.
Un sole nuovo e una canicola più fitta accolsero le creature, quando raggiunsero il fondovalle.
Non parlavano, né avevano parlato da quando il mattino aveva aperto loro gli occhi. Era tornato il frinire altalenante e lo scalpiccio e lo strisciare delle cose vive che crescono – ma in silenzio il viaggio era ripreso, in silenzio la strada s’era consumata. Erle non camminava più accanto a Braide – seguiva la sua figura allampanata con un passo indeciso, claudicante nei punti d’asperità. Non lamentava alcuno spasmo, ma il cedimento nelle sue gambe tradiva un dolore tacito, sordo. E ogni tanto, dalle sue labbra esalava un «No, no», e poi taceva.
Braide aveva desiderato chiedere, poi l’idea così com’era sorta era svanita.
Ma non furono più sole, le creature, quando il rombo acuto del fiume si fece loro accanto – col sentiero che si faceva strada, e colla strada punteggiata di genti e di bestie da soma. Il fondovalle era stretto tra colline riarse d’estate, paglierina l’erba – e fra l’erba, le case, colle imposte dipinte di colori urlati, e dipinte pure le facciate, di candido e segni non dissimili da quelli delle loro baite, sulla Montagna. Fra le case gli orti, affollati di verdura morsa dall’arsura, e recinti colmi di bestie in lotta per i rari spicchi d’ombra. E poi i campi, distesi come tovaglie, e lì in mezzo le reliquie del mondo prima della Tempesta: alberi di metallo, che qualcuno aveva agghindato di nastri e ghirlande – e come nascituri dalla terra, tumuli d’acciaio emersi solo in parte, artefatti irriconoscibili diventati tane e riparo degli animali.
E non furono più sole, le creature.
S’accodarono a un gruppo di quelle genti in viaggio, ché tutti andavano nella stessa direzione. E più andavano, più s’aggiungevano nuovi compagni – un’umanità riunita a concistoro nella sua integra, multipla natura fatale. Portavano casacche luminose, le genti della Valle, coi ricami rossi e blu e gialli, e piccoli specchi e tintinnaboli nei veli che celavano i capelli alle donne. E poi creature, d’ogni età e dimensione – in braccio e attaccate a seni penduli e gonfi di latte, e sulle spalle d’uomini barbuti, e a piedi per giocare coi sassi e le bestioline nascoste sotto di quelli. E c’erano anziani dagli anni innumerevoli, e infermi a dorso di bestia, e chi si trascinava dietro gambe malandate chiedendo che il Santo le sanasse, e ciechi perduti nelle tenebre condotti per mano, e volti deformati di scrofolosi che invocavano guarigione. C’era chi rideva, fra gli uomini, e chi gorgogliando pregava. C’era l’odore acre del sudore e i mazzi di clematide e aster e campanule. C’erano i racconti, rigoglio di solennità ed estasi, e c’erano bestemmie al caldo, e agli insetti che prendevano d’assalto i colli scoperti e le mani nude. E poi c’erano i canti. Chi s’accompagnava con flauti sottili, d’osso o di legno – chi batteva le mani fra loro e i pugni sulle gambe – chi colla sola voce s’accodava agli altri. C’erano canti di lode e canti di preghiera. Canti d’immensa luce scrosciante, e canti di notti spaventevoli. Canti di gloria e canti di supplica. E c’era il canto dell’amore, e il canto della fame.
Braide ed Erle, cuccioli più spauriti degli altri, si confusero fra quei guaiti e quei lai, fra quei dialetti multicolori che non sapevano confini. «È venuto da lontano, oltre il canyon, oltre il mare!», diceva qualcuno. «È comparso colle stelle del Cane, e per tutta l’estate non ha mai mangiato, né bevuto, né aperto gli occhi!», rispondeva qualcun altro. «Chi siede di fronte a lui sarà salvo!»
Seguirono lo sciame, finché il fiume deviò bruscamente nel suo greto di ciottoli. La strada proseguiva – verso un pianoro circondato d’alberi flessuosi, di betulle. La moltitudine delle genti avanzò, si divise fra i tronchi bianchi – e poi si ricongiunse, come soldati schierati in battaglia. D’innanzi, il pianoro era un’unica distesa d’erba. Altre genti vi stavano sedute, e nessuno di loro si voltò verso i nuovi arrivati. A centinaia, a perdita d’occhio, rivolti a un grande albero – unica spina conficcata nel fianco liscio della piana. Braide si sporse, oltre le prime file dei loro compagni, oltre le ultime dei fedeli assorti in contemplazione. Una donna, lì accanto, indicò l’albero.
«Là!»
E là Braide guardava.
Il Santo era seduto sotto l’albero. Ma Braide non riusciva a vederlo chiaramente – era una macchia chiara contro la corteccia, dai contorni confusi come un miraggio nato dalla canicola. Si voltò verso Erle, che si teneva una mano premuta sul basso ventre.
«Stai male?»
«No, no, non ho niente.»
«Dimmi la verità.»
«È solo il caldo.» Fece una smorfia, poi con l’altra mano afferrò quella di Braide. «Andiamo più vicino.»
Si fecero strada tra la gente, scivolando fra quelli in piedi e muovendo passi lievi fra quelli seduti. Mani tese in alto, altre riunite sotto i menti – mormorii incessanti e tremare di bazze, a far da contraltare all’assordante stormire delle cicale. Braide lo sentiva penetrare la carne, quel frastuono – affondato come una lama nella sua tempia. Più s’avvicinavano, le mani strette rese torride dal sudore, più la lama affondava. Il Santo, nella divina indifferenza del suo meditare, si faceva sempre più nitido. Aveva le gambe incrociate, solo in parte coperte da una veste bianca, accecante nel mezzogiorno nonostante l’ombra coprisse quelle membra, disseccate dal digiuno. Fra le gambe, due mani sottili l’una dentro l’altra, coi pollici congiunti in un ininterrotto uroboro. Qualcuno tirò l’orlo delle brache di Erle, che incespicò. «Ferma!», sibilò una voce. Erle s’aggrappò a Braide, i capelli neri incollati alla fronte madida. Avanzarono ancora, con l’urgenza di vedere, finalmente, quel volto.
E lo videro, scavalcando la fila di fedeli più prossima al miracolo vivente, che giacevano a terra sul ventre, le braccia distese verso l’esterno come fossero pronti per spiccare il volo.
E lo videro, quel volto, assiso s’un corpo d’uomo – un lungo muso coperto di pelo castagno, e grandi orecchi triangolari e ritti, e occhi chiusi come se dormisse. Dinnanzi ebbero il Santo, col corpo cinocefalo.
Alle loro spalle, qualcuno raucamente protestava.
«Non è il vostro turno!»
«Il Santo! Disturbano il Santo!»
Ancora una mano, che afferrava la caviglia di Braide.
La creatura s’arrestò, scrollò il piede per liberarsi di quegli artigli. Ma gli artigli non cedevano, scavavano la carne e la facevano immobile. Il sudore colava negli occhi, bruciante, ed Erle lasciò le dita di Braide. Proseguì d’un passo, poi un altro. Fu davanti al Santo, la mano premuta sul ventre. Fece un gemito, il dolore che deformava i suoi lineamenti. Braide, ancora in lotta con chi l’afferrava, notò solo allora la macchia che s’allargava sul retro delle brache di Erle. Scura, ferrigna – l’aria attorno era satura d’odore metallico e pungente.
Poi, il Santo aprì gli occhi.
Sollevò piano le palpebre, svelò una pupilla d’ambra e fiele che si restrinse, di fronte ai vapori dell’afa. Vide Erle, inspirò. La folla trattenne il fiato, e chi lanciò grida di giubilo, e chi di terrore. Poi, la testa di lupo snudò i denti – una selva di denti, e di sotto una lingua, lucente di granato, e saliva, a fiotti, a fiumi luminescenti. E oltre quella, la caverna abissale della gola, spalancata voragine dove ruggiva un’urgenza primitiva – antica come la terra che divora i suoi figli, vasta come il ventre, implacabile come la fame. Fu in piedi, il Santo, e le grida si levarono più alte delle cicale, più alte del sole: e le sue mani, tutte tendini e ossa e nervi, si lanciarono su Erle. La bocca scattò in avanti, i denti si richiusero sul collo. Uno schiocco. Erle ebbe un sussulto, gli occhi spalancati sul baratro di quella gola che divorava la sua carne. Il sangue piovve sulla sua camicia, sulla veste bianca del Santo, sui fedeli che, raggiunto il parossismo, si gettavano a terra, si stracciavano le vesti, lanciavano alti guaiti verso il cielo. Ma fu Braide ad agire. Liberata la caviglia dalla stretta, si lanciò verso il Cinocefalo. La lama di suo padre riluceva, sotto il sole al suo zenit. Il padre di lama era svelto, e così era Braide. Un unico affondo, nel punto esatto in cui la testa di bestia si congiungeva al collo d’uomo.
Il Santo mollò la presa, le mani annaspando per cavare il coltello – e il corpo di Erle cadde a terra. Braide fu sopra la creatura, che creatura non era più, mentre dalla gola del Santo veniva un urlo di viscere in fiamme, e si dibatteva la sua carne, e nere le sue pupille – finché anch’Egli cadde, e rovinò ai piedi della creatura, che creatura era ancora. E il rantolo della testa di canide si fece più acuto, poi soffocato dal sangue che gl’inondava la trachea.
Poi tacque, immobile.
Sulla folla crollò il silenzio.
Rimase Braide, colle mani premute sulla gola di Erle.
Rimase Braide, col corpo di Erle stretto fra le braccia.
Rimase Braide, che non sentiva più le cicale, né la canicola, né il pulsare invisibile di Sirio che rendeva aridi i campi e rabbiose le bestie e folli le genti.
Rombava il sangue, nelle sue orecchie.
Un unico rumore a coprirli tutti, a calare sul pianoro, e sulla Valle, e sull’Örpe, e sul mondo intero. E sapeva, con quella certezza animale che spinge la vita a rinnovarsi e distruggersi – sapeva che quello, proprio quello, era il rumore del mare.

Valentina Gogna

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