Epillio delle molte morti – poesie di Diego Riccobene

Epillio delle molte morti – poesie di Diego Riccobene

Un labbro chiuso bacia l’esocarpo.
Il pruno testimonia, ma rincresce
Quale nitroso pisci
Dalle pietre di rospo: la perlata
Emanazione passa dalla coda,
Come ogni aggetto al bianco
Deve prima inquinarsi,
Saper la negritudine del membro
Veherfluchte, diventare di sé stessa
L’orbicolo, e pagare per riscatto
Il dovuto rimorso.

***

‒ Non fraintendete, d’ogni inferno
Trovo simile il vostro:
Le piantagioni, i germi e le svegliate
Gemme per cui stanziate muti;
Cisali che si tracciano
Con verghe inveritiere, e v’allacciate
Invece che disgiungere i malanimi,
Pulite i piedi del pastore
Già gli alluci a voialtri mai.
Orgasmate nei cinti con rigurgiti
Di pavore, miei sposi
Profani estorti alla bêtise
Dell’intrusione: parando lavacri
a voi si sconta la derrata monca,
Scotennate dei figli
Il primo che guaisce forte.

***

Con due cocili di cinabro verde
So scordare: perché gli agglutinati
Scordano, il pube degli scacciasanti
Scorda: non io che sono un morto-in-vita,
Che ho nel groviglio tra il respiro e il fiuto
Un fischio di sciaquii veloci, un lucco
Di caudataria che mi scansa il dubbio
Da quelle luci a fiaccola dentate;
A pena la tramoggia avesse detto
Quanti piaceri luridi si premono
Per la pietà dei loro antidotari:
Allora forse scorderei. O nemmeno.

Diego Riccobene

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